Trasfigurazione di Cristo - Luca Giordano
Trasfigurazione di Cristo – Luca Giordano

 

II Domenica di Quaresima (Anno C) – 16 marzo 2025

Gn 15,5-12.17-18; Fil 3,17-4,1; Lc 9,28b-36

 

“Se dirò all’attimo: sei così bello! fermati!” (J. W. Goethe, Faust).

“Maestro, è bello per noi essere qui”.



di don Ambrogio Clavadei

 

Queste due affermazioni dicono un’unica cosa, sia pure su fronti diversi e con esiti opposti: solo un’esperienza di bellezza assoluta può stupire l’uomo, affascinarlo e rapirlo a sé, coinvolgendone poi tutta l’esistenza. E ciò perché il cuore dell’uomo nel suo profondo solo questo incanto attende.

Ma qui più che mai allora interviene l’azione del Tentatore. Faust, che presuntuosamente non crede nella vita eterna, accetta volentieri il patto con Mefistofele che gli chiede di sacrificare l’anima in cambio di un’esperienza di bellezza assoluta che solo l’ingannatore pretende di offrirgli. Se questo accadrà, dice Faust: “allora tu potrai mettermi in ceppi”. Il sacrificio di sé in cambio di questa bellezza terrena in cui balenerà un attimo di illusoria eternità, subito però spento dalla morte. Ma, pensa Faust, l’uomo è tutto qui. Scommettiamo … Un attimo comunque irrinunciabile, perché il cuore non può rinunciare a se stesso, un flash che sembra valere tutta la vita, ma poi più nulla. Se così fosse, che orrore, viene da dire! Ma l’esito terminale di qualsiasi tentazione perseguita e insistita nel tempo è generatrice proprio di questo raccapriccio, presagio dell’inferno dove si concentra ogni pensabile e impensabile bruttezza, generata dalla presunzione incredula e orgogliosa dell’uomo. Oggi più che mai. Infatti tanto nostro tempo sta trasformandosi in questo presagio funesto, distillato da un insieme di nefandezze che costellano e intridono la nostra vita quotidiana, violentata e frustata nel corpo e nello spirito, in certi casi fino all’ossessione e alla possessione (chiedete agli esorcisti l’aumento dei casi e l’aumentata difficoltà di guarigione). Quanto più si cerca l’incanto sbagliato, tanto più sale il livello della bruttura che trasuda sfiguratrice dai contenitori in cui viene spacciata, che tracima velenosa, venduta come elisir di lunga e bella vita. L’esito, perché già compreso nel patto iniziale, è – come detto sopra – il sacrificio cruento dell’uomo.

Ben altra esperienza di autentica bellezza è quella che Cristo offrì ai suoi discepoli sul monte Tabor. Li affascinò con la sua Trasfigurazione, facendo trasparire dalla sua umana corporalità la sua sostanza divina, mostrando agli occhi abbacinati di Pietro, Giovanni e Giacomo la sua divina umanità, mostrandosi così come “il più bello tra i figli dell’uomo” (Sal 44, 3). Ma egli si è mostrato così non per sacrificare a sé l’uomo, ma per mostrarci per quale grandioso esito di compiuta umanità egli sia venuto nel mondo, sacrificando per questo se stesso, diventando “senza apparenza né bellezza” (Is 53, 2), ma proprio così tracciando un ammirabile disegno di redenzione che solo lui può assicurare al di là di ogni sia pure sincero sforzo buono dell’uomo. Un sacrificio che solo Dio ha gratuitamente compiuto e già anticamente annunciato. Non a caso l’alleanza sconvolgente che Dio opera davanti ad Abramo, facendo passare la fiamma ardente del suo amore attraverso gli animali sacrificati e dal suo fuoco consumati, dice di una unilateralità di azione di fronte alla quale l’uomo può solo assistere sempre un po’ intorpidito, e finanche intimorito per la sua intrinseca debolezza, da tanta sconvolgente bellezza.

Impensabile infatti non credere a quanto stupore si sia generato nel cuore del santo patriarca, “Abramo, il quale è padre di tutti noi” (Rm 4, 16), per quella sua fede nella quale egli scorse il giorno di Cristo, “lo vide e se ne rallegrò” (Gv 8, 56) e lo vide –  paradossalmente – nelle profezia del sacrificio di Isacco suo figlio, proprio sul monte che Dio gli aveva indicato (cfr. Gen 22, 2). Così come nell’agire del Dio dell’Antica Alleanza lo videro in profezia Mosè ed Elia, l’uno il grande condottiero e legislatore del popolo ebraico e l’altro il più grande dei profeti. Essi, sul monte, parlavano infatti di quanto nel loro agire profetico era nascosto in penombra, conversando con Gesù “del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme”, discutendo cioè di quel deserto della sua Croce attraverso la quale egli ci avrebbe condotto nella definitiva Terra Promessa. E come potevano anche i discepoli non essere “oppressi dal sonno”?

Se la bellezza suadente del Tentatore finisce per distruggere e trasformare il mondo in luogo di orrenda bruttezza, una terra di Mordor, la bellezza di Cristo invece permette di costruire quei luoghi e quei segni di bellezza umana (anche artistica) che fanno trasparire, sia pure in frammento, il tutto di quella bellezza divina che sul monte Tabor rifulse: “facciamo tre capanne … non sapeva quello che diceva”. L’ingenuità di Pietro è poi diventata l’intelligente e operosa consapevolezza della Chiesa: “Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne”. Maestro, facciamo un tempio dove questa tua bellezza abiti e faccia risplendere della gloria del tuo volto le facce dei suoi abitatori, la loro preghiera, il loro lavoro, i loro rapporti … tutto. Maestro, facciamo un luogo dove il tuo mistero trasfiguri tutto, così che le sue mura risplendano della tua verità dentro la selva oscura del mondo che continuamente smarrisce la sua strada.  Cos’è la santità cristiana se non l’apice di questo?

C’è sempre però una minaccia che sembra oscurare la luminosità di questo mistero. Per fare un luogo che sia memoria del mistero della Trasfigurazione di Cristo, per fare un luogo dove nel presente brilli già ora quel destino di gloriosa bellezza a cui siamo stati chiamati, è necessario che l’inevitabile necessario sacrificio di Cristo, non diventi obiezione a quel nostro sacrificio che prolunga e compie nel tempo il suo nella storia (cfr. Col 1, 24).

Non possiamo evitare che questa necessaria dimensione sacrificale sia posta a tema dentro il cammino della nostra fede. È la vita stessa del resto, che con il suo spessore concreto, introduce la questione, ci piaccia o no. A noi sta allora non porre obiezione a questa oscurità che sembra ostacolare il mistero della nostra trasfigurazione quotidiana, mentre invece ne è la condizione inevitabile di verità: il sacrificio nostro in quello di Cristo non è la difficoltà, ma è il punto di partenza per affrontare tutte le nostre opere, nei rapporti con le cose e con gli uomini, cioè affermazione positiva dell’essere. Per fare un sacrificio, occorre infatti intravedere una positività. La Trasfigurazione del Signore fa venire per un istante a galla in modo supremo quella positività, quella bellezza possibile che si nasconde dentro tutte le cose, e che si manifesterà totalmente con la Risurrezione e la Trasfigurazione finale quando la storia sarà chiusa. Quindi il sacrificio non è un’obiezione a costruire i luoghi della bellezza di Cristo dove l’uomo può fermarsi e gioire. Esso è invece la soglia che introduce al mistero riconosciuto della bellezza di Cristo che abita con noi e in noi. Dire sì al sacrificio necessario per possedere le cose è così iniziare a fare l’esperienza della loro trasfigurazione. Anche il sacrificio ultimo della morte si piega a questo mistero di positività, anzi si rivela come la soglia definitiva che introduce alla Pasqua eterna: “La nostra cittadinanza infatti è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che egli ha di sottomettere a sé tutte le cose”.

Non comportiamoci allora da nemici di Cristo, come ci scongiura san Paolo, ma restiamo saldi, e seguiamo la grande voce del Padre che tutti ci chiama a seguire il suo Figlio: “Ascoltatelo”. Ascoltiamolo!

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