di Alessia Battini
Non è trascorso ancora un mese dalla firma del “Prioritizing Patient Access to Care Act” in Massachusetts, la legge che elimina il limite per ricorrere all’aborto alla ventiquattresima settimana di gravidanza, lasciando al medico una maggiore discrezionalità di giudizio nel valutare ogni singola situazione. La reazione degli ambienti cattolici e pro-life è stata di sdegno e ribellione, ed è giusto che sia così. Rischiamo di dimenticare però, che questa legge non è più grave di tutte quelle che ne differiscono per il semplice fatto di stabilire dei limiti temporali sulla legalità di un omicidio. Prima dei tre mesi va bene, entro le ventiquattro settimane è accettabile solo in situazioni particolari, trascorsa la notte del ventiquattresimo giorno il feto si trasforma in un bambino e diventa immorale ucciderlo. Forse, arrivati a questo punto, potremmo pensare che la governatrice del Massachusetts ha finalmente sollevato quel velo di ipocrisia democristiana che dal 1978 rende la 194 intoccabile. Infatti, in questo modo ha dichiarato apertamente che non esiste un momento specifico durante la gravidanza in cui un embrione si trasforma in una persona, e ha dimostrato che parlare di aborto significa parlare di infanticidio. Non a caso, un testo intitolato “L’aborto post-nascita”, di Alberto Giubilini e Francesca Minerva, spiega che “né i feti né i neonati sono persone nel senso moralmente rilevante del termine”, perché, proseguono, per essere considerate tali bisogna possedere quelle minime capacità mentali che rendono possibile l’attribuzione di un qualche significato o valore alla nostra vita, come un determinato grado di autocoscienza o la capacità di usare un linguaggio verbale. Il testo prosegue scavando a fondo sul tema e dimostrando che le stesse tesi proposte dagli abortisti possono essere utilizzate, senza necessità di modifiche, a favore dell’uccisione di neonati: non c’è alcuna differenza. In entrambi i casi si tratta di persone desiderate, volute e create da Dio solo per essere amate da Lui. Penso che alla base della confusione morale sulla dignità della persona ci sia una grave dimenticanza di chi ci ha creati e perché. Ogni persona che viene al mondo è frutto dell’immenso desiderio che Dio ha di ricolmarla del Suo Amore infinito, null’altro. Ognuno di noi è stato voluto da Colui che è tutto, perché non poteva fare a meno di amarci.
Da quando ci siamo dimenticati che è solo a Lui che dobbiamo la nostra vita, le abbiamo tolto il suo valore e l’aborto è entrato nella nostra società non come un male fine a sé stesso, ma come un’inevitabile conseguenza di un crollo morale che si manifesta in una catena di comportamenti ormai quasi universalmente accettati, anche all’interno della Chiesa stessa.
Partiamo dal primo, scomodissimo tema, riguardo al quale mi è capitato sempre più spesso di ascoltare delle catechesi da alcuni sacerdoti che ancora hanno il coraggio di parlarne: la modestia dell’abbigliamento. Se a noi sembra scontato che nei mesi più caldi compaiano per le strade pantaloncini corti, magliette e canottiere scollate o abitini semi-trasparenti, una volta ci si scandalizzava per molto meno: negli anni ‘40 del 1900 P.P. Pio XII indisse la Crociata per la Purezza, ovvero un gruppo di donne e ragazze che si sarebbero impegnate a vestire in modo consono e dignitoso a prescindere dalle mode che sarebbero venute nel tempo. La necessità sorse quando il Pontefice si accorse delle mode che stavano nascendo, osservando le ragazze che passeggiavano per la città di Roma: quali potranno essere stati gli abbigliamenti scandalosi che il Papa aveva visto in quegli anni? Sembra una banalità, ma così come ci si aspetta che i preti si vestano come tali (come si sente dire spesso), è giusto che allo stesso modo anche i laici si vestano in modo corretto. Non si tratta di seguire mode eccessivamente rigide o puritane, basterebbero degli abiti femminili che valorizzino in modo dignitoso la persona, o degli abiti maschili che rendano onore alla virilità della figura, senza scoprire il corpo e adatti al contesto in cui ci troviamo. Come ci vestiamo, o ci dovremmo vestire, durante la Santa Messa, è l’abbigliamento che dovremmo cercare di tenere sempre quando siamo fuori di casa: spalle coperte, vestiti lunghi (almeno sotto al ginocchio) e non attillati, petto e schiena coperti.
Leggevo di recente, in un libro molto interessante e consigliato(1), che la moda è lo strumento di propaganda più efficace per cambiare la mentalità delle persone: ancor più della televisione e della stampa, e oggi possiamo dire anche dei social. Ad esempio, durante gli anni del Medioevo ci si vestiva in modo consono al proprio sesso, alla propria posizione e condizione sociale, finché, durante l’Umanesimo quattrocentesco, si cercò di privare l’abbigliamento della sua dignità e modestia e, dopo diversi tentativi da parte della Chiesa di arginare il problema nei secoli successivi, si raggiunse il culmine con la Rivoluzione Francese, che propagandava la necessità di apparire tutti uguali ai proletari. Si cominciò con l’uguaglianza tra tutte le classi sociali (un’uguaglianza che sappiamo bene essere utopica), per poi arrivare all’indipendenza femminile: nella prima metà del ‘900 Cocò Chanel dichiarò che anche le donne avrebbero dovuto portare i pantaloni. Così l’abbigliamento femminile perse la sua essenza, le donne iniziarono a indossare pantaloni, gonne al ginocchio e abiti sempre meno modesti, fino a quando, negli anni ‘60 arrivò la famigerata minigonna; poco dopo, guarda caso, seguirono le battaglie per la sessualità libera, gli anticoncezionali e l’aborto. Dagli anni ‘70 infine, si iniziò a lavorare per eliminare la distinzione tra l’identità maschile e femminile: uomini e donne dovevano potersi vestire uguali, le donne si mascolinizzarono e gli uomini di effemminarono, creando un’irrimediabile confusione che si manifesta in maniera sempre più evidente nel fondamento della società: la famiglia.
Se le famiglie smettono di esistere, o di esistere nel modo giusto, tutta la società perde la bussola. Così, quando si insegna che in una casa non esiste né l’uomo né la donna, ma una coppia di persone uguali che convive sulla base di puro sentimento, quello che era Nord diventa Sud e ci si perde nella selva dell’identità di genere.
San Paolo spiega chiaramente la dinamica famigliare nella Lettera agli Efesini: l’uomo e la donna si fanno una sola carne con il sacramento del matrimonio; la moglie si impegna a obbedire al marito come compagna devota e attenta, mentre il marito si impegna a mettere la propria moglie e la propria famiglia prima di sé stesso, sacrificandosi proprio come Gesù ha fatto per la Chiesa. L’uomo è il capo della famiglia, la guida e la roccia sicura, mentre la donna è il cuore, il sostegno e il riferimento silenzioso (più o meno silenzioso), e insieme si impegnano nell’educazione dei figli secondo i dettami della Chiesa Cattolica, rendendo la famiglia stessa una “piccola Chiesa domestica”.
Non esiste nulla di più bello di una vita normale, semplice, vissuta in comunione con Cristo, e allora perché si fa così tanta fatica ad accettarla e a viverla? Perché ci vengono poste davanti infinite alternative che sembrano estremamente più allettanti: carriera, soldi, successo, fama, al prezzo però della nostra anima, che viene sbranata dallo stesso sistema che aveva promesso di liberarci.
Questi ideali fondati sull’individualismo e l’egoismo hanno potuto prendere piede grazie all’intervento deviante della contraccezione, che purtroppo è entrata a far parte anche della quotidianità di coppie sposate in chiesa. Essa è prodromica all’aborto: se si insegna che si può evitare la gravidanza, come se fosse un esito collaterale del rapporto sessuale invece che il suo fine naturale, nel momento in cui il contraccettivo fallisce bisogna offrire una soluzione alternativa. Eppure, si ribatte, senza la contraccezione non si possono programmare le gravidanze, e come si fa in un mondo come il nostro, fatto di agende fittissime, viaggi ad alta velocità e cibi già pronti per risparmiare tempo, ad avere figli senza programmarli? Bisogna uscire dal mondo, o almeno restarci solo per combatterlo.
I figli non si programmano, si accolgono quando e quanti il Signore ne manda: per combattere l’eutanasia si afferma, giustamente, che solo Dio può scegliere quando termina una Vita, ma allo stesso modo, per non essere ipocriti, dobbiamo riconoscere che sempre e solo Lui sceglie quando una vita inizia. Se fino a qualche decennio fa la procreazione era il primo dei bona matrimonii, riprendendo il passo biblico in cui Dio dice “andate e moltiplicatevi”, allora perché adesso è diventato così difficile accettare che non sono i nostri piani, le nostre agende, i timer dei microonde pieni di cibi surgelati, a dover prendere il sopravvento, ma il piano di Dio per noi?
Quando riusciremo a capire che il valore della Vita non inizia dal concepimento, ma dall’Eternità, perché è da quel momento che Dio ha iniziato a desiderare di amare ognuno di noi? Chi siamo noi per imporre la nostra volontà sulla Sua e per impedirGli di mettere al mondo una Vita che vuole dal primo momento, perché non corrisponde ai nostri progetti?
Molti rispondono che i figli costano, tolgono tempo, sono un impegno, ma se ci si affida alla Provvidenza non si può rimanere delusi. Certamente, nessuno dice che sia facile crescere una famiglia numerosa, ma si sa, la strada per il Paradiso è tutta in salita!
Le vite da copertina che stiamo cercando di costruire stanno creando un mondo costruito sulla sabbia delle apparenze, perché di fatto ognuno di noi, in segreto, porta con sé una croce, piccola o grande che sia a seconda delle proprie forze. Questa è la verità che ci salva: “prendi la tua croce e seguimi.”
Le catene del mondo pesano molto di più, ma non ce ne accorgiamo perché qualcuno è molto bravo a non farcelo notare, mentre Gesù non mente ma ci accompagna, prendendo la maggior parte del carico sulle Sue spalle come ha già fatto durante la Passione, e ci ama proprio grazie a quella croce che noi portiamo con tanta rabbia e dolore. Siamo amati perché siamo miseri, stanchi, inutili, ma con Lui ci trasformiamo e diventiamo chi Lui vuole che noi siamo, e se vuole che siamo preti, suore, frati, o genitori di dieci bambini che ci fanno impazzire dal mattino alla sera, questo sta a Lui deciderlo, noi possiamo solo abbandonarci alla Sua Volontà, certi che qualunque sia la missione che ci affida in questo mondo, ci darà tutti gli strumenti per portarla a termine nel modo migliore.
Allora, forse, quello che ci serve di più in questo momento è il coraggio, ma non il coraggio di gridare più forte, di polemizzare più decisamente, di esprimerci più fortemente, bensì il coraggio di testimoniare, non solo attraverso la parola, ma con la nostra stessa vita. Non servono grandi discorsi quando ogni nostro gesto racconta l’Amore di Dio agli altri, perché iniziamo a viverci immersi senza compromessi, scegliendo la vera libertà: fare ciò che è giusto, non perché viene imposto, ma per Amore.
L’aborto si combatte con l’amore, il che non vuol dire che vada tollerato o che non vada condannato, anzi. Combattere l’aborto è un dovere, come dichiarava San Giovanni Paolo II, pregare per i bambini abortiti e le donne e gli uomini che hanno subito il trauma di un aborto è fondamentale, aiutare le donne in gravidanze difficili è un gesto di carità onorevole, ma non basta: è necessaria una piena conversione dei cuori, un cambio di rotta che deve partire da noi. Durante un’omelia domenicale un sacerdote, riprendendo la pagina di Vangelo in cui Gesù vieta agli apostoli di andare dai pagani, spiegava che questo è il momento di partire da noi per ricostruire ciò che è stato distrutto: dal Popolo di Dio. La società verrà dopo, ma senza una Chiesa forte, senza dei fedeli pronti a combattere per il recupero della purezza, come possiamo cambiare la società? Se l’abbigliamento nelle chiese è uguale a quello che si vede nei bar all’ora dell’aperitivo come si può pensare di insegnare la modestia? Se la vita delle coppie cattoliche è uguale, da un punto di vista morale, a quella di qualsiasi coppia senza fede, come si può pensare di educare alla castità? Se le stesse donne cattoliche chiedono a gran voce il diritto all’aborto(2), come si può pensare di abrogare le leggi statali che permettono questo genocidio? O di spiegare alle donne che hanno abortito l’urgenza della conversione e del pentimento?
I peccati che più fanno soffrire il Sacro Cuore di Gesù, diceva un sacerdote che ho ascoltato di recente, non sono commessi dagli atei e dai peccatori incalliti, ma da noi fedeli. Infatti, se gli strazi della carne durante le frustate e le bastonate delle ore della Passione, coincidevano con i peccati più gravi commessi da chi è più lontano da Dio, i dolori del Suo Cuore sanguinante hanno ben altre cause: “Questo è il Cuore che ha tanto amato gli uomini e che nulla ha risparmiato fino ad esaurirsi e a consumarsi per testimoniare loro il suo Amore. Ma in cambio, non ricevo dalla maggior parte di essi che ingratitudine, per le loro irriverenze e i loro sacrilegi, e per le freddezze e i disprezzi che mi usano in questo Sacramento d’Amore”. Questo diceva Gesù a Santa Margherita Maria Alacoque, che la nostra ingratitudine, la freddezza della nostra fede e il disprezzo per i Suoi comandamenti lo fanno ancora sanguinare.
Il primo passo per cambiare è chiederGli aiuto, “Gesù rendi il mio cuore simile al Tuo”, lasciando così trasformare i nostri cuori e la nostra Vita per essere veramente immagine dell’Amore e della Gioia di Dio nel mondo, aiutati dalla guida dello Spirito Santo, dall’assistenza continua e materna della Beata Vergine Maria, dall’esempio di fedeltà, castità e obbedienza di San Giuseppe, dal supporto e dalla vicinanza del nostro amato Angelo Custode, e di tutti i Santi che abbiamo scelto, o che ci hanno scelto, per esserci particolari protettori.
Tutto questo per rendere il mondo talmente bello, che sarà entusiasta di accogliere qualsiasi bambino che il Signore, Dio della Vita, voglia donargli, senza paure, tiepidezze o dubbi, ma solo con l’enorme gioia di vedere un altro essere umano che prende lo spazio che, da sempre, gli è stato preparato nel mondo. Solo per lui, solo per te, solo per me, solo per Amore.
Note:
(1) La moda cristiana nell’insegnamento della Chiesa, a cura di Virginia Coda Nunziante, Edizioni Fiducia, 2022
Le opinioni espresse in questo articolo o video sono dell’autore e non riflettono necessariamente quelle del responsabile di questo blog. I contributi pubblicati su questo blog, ritenuti degni di rilievo, hanno il solo ed unico scopo di alimentare un dibattito culturale, di far riflettere e di approfondire lo sguardo sulla realtà. Il blog non ha scopo di lucro e rifiuta le proposte di pubblicità che riceve e non richiede abbonamenti. Qualora gli autori degli articoli che vengono qui rilanciati non avessero piacere della pubblicazione, non hanno che da segnalarmelo. Gli articoli verranno immediatamente cancellati.
Sostieni il Blog di Sabino Paciolla





















Se l’abbigliamento nelle chiese è uguale a quello che si vede nei bar all’ora dell’aperitivo come si può pensare di insegnare la modestia? Se la vita delle coppie cattoliche è uguale, da un punto di vista morale, a quella di qualsiasi coppia senza fede, come si può pensare di educare alla castità? Se le stesse donne cattoliche chiedono a gran voce il diritto all’aborto, come si può pensare di abrogare le leggi statali che permettono questo genocidio? O di spiegare alle donne che hanno abortito l’urgenza della conversione e del pentimento?
visto che proprio non pare che ci siano segnali di adesione alla muslim fashion a giudicare dal look femminile sui sagrati la domenica, dato che quelle della tua età convivono senza sposarsi o divorziano quanto la cubiste o prendono pillole abortive quanto le pastafariane non pensi che la preghiera sia un po’ disperata come proposta operativa? E’ mai servita la preghiera per evitare quel che voi cattoliche paventavate? La preghiera ha mai fermato guerre, pestilenze, terrremoti o matrimoni gay?