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Solennità di Tutti i Santi
(Ap 7,2-4.9-14; Sal 23; 1Gv 3,1-3; Mt 5,1-12)

 

di Alberto Strumia

 

La solennità di Tutti i Santi, che la Chiesa celebra ogni anno nel primo giorno di novembre, sembra prenderci di peso e trasportarci, almeno per qualche istante, dalla terra al Cielo, come è accaduto, talvolta ai mistici o a coloro che hanno avuto delle apparizioni mariane e sono stati introdotti alla visione di qualcosa dell’Inferno e del Paradiso.
Bene! Quella che ci si presenta come un’esperienza straordinaria, breve e rara, data ad alcuni, si è tradotta poi, in concreto nella loro vita terrena, in una “sfida al mondo”, che ciascuno ha realizzato secondo il carisma ricevuto da Dio. Una sfida che si è “materializzata” nelle forme contemplative e caritative delle quali è cosparsa la storia della Chiesa.
Ai nostri giorni la sfida dell’Annuncio non può non essere anche “culturale”: è una sfida al mondo
– “antropologica”, cioè sulla concezione dell’uomo;
– è “socio-politica”, ovvero sulla concezione della società, dei rapporti tra i popoli e della storia;
– è “cosmologica” cioè sulla concezione del mondo come natura e del rapporto uomo-cosmo.
Ed è perciò sempre “cristologico-teologica” perché ognuna delle tre dimensioni viene ripensata alla luce di Cristo-Dio-uomo, «centro del cosmo e della storia» (Rdemtro hominis, n. 1).
Il discorso della montagna nelle beatitudini, che abbiamo letto nel Vangelo di oggi, contiene racchiuse in se stesso queste tre sfide insieme.

1 – La sfida antropologica
Per “funzionare” l’uomo non può concepirsi come se fosse dio a se stesso, ma deve sapere e pensarsi come “creatura”: la sua esistenza “dipende” da una causa superiore a lui che lo mantiene in “essere” e in “divenire”. Nel momento in cui nega, o anche solo minimizza, questo dato di fatto ontologico finisce per farsi del male e contribuire ad autodistruggersi. Il nostro mondo è una documentazione continua di tutto questo autodistruggersi, ad incominciare dalla perdita del coraggio di procreare nuove vite. Questo modo di concepirsi è racchiuso particolarmente nelle formula «beati i poveri in spirito» e «beati i puri di cuore». I primi sono gli unici a sapere che c’è il Cielo come sostegno («regno» in senso etimologico) di tutto il reale perché non si lasciano prendere dai deliri di onnipotenza; i secondi sanno che c’è Dio e lo “vedono nella fede” fin da ora e ne tengono conto nel dirigere la propria vita.


2 – La sfida socio-politica
Per “funzionare” l’uomo ha bisogno di ristabilire la “giustizia”, cioè il “giusto rapporto” con Dio, con se stesso e con il prossimo. Questa restituzione, dopo la “perdita della giustizia” che è il “peccato originale”, può essere operata solo attraverso Cristo Redentore. Ecco la beatitudine su «quelli che hanno fame e sete della giustizia», di questa giustizia che è alla radice di ogni altra giustizia interiore e sociale. Solo fondandosi su questo realismo della “giustizia con Dio” si può contribuire seriamente alla pace («Beati gli operatori di pace»). Solo coloro che sono «figli di Dio» possono costruire la pace. Senza questo fondamento il pacifismo rimane un’illusoria e utopica ideologia e la giustizia umana degenera in “giustizialismo”.

3 – La sfida cosmologica
Per “funzionare” la vita dell’uomo sulla terra ha bisogno di concepire la terra e l’universo come “il creato” e non appena come “l’ambiente”. Nel “creato” c’è posto per l’uomo che ne fa parte come colui che è stato chiamato da Dio a curarlo e utilizzarlo come un bene ricevuto da Dio e non come oggetto di puro sfruttamento utilitaristico. Senza riferimento al Creatore, la terra e il cosmo, ridotti ad “ambiente”, dopo aver subito il dominio dell’uomo, finiscono per diventargli nemici e dominare l’uomo stesso. Oggi siamo schiacciati dal dominio dell’ambiente su di noi, al punto che si preferisce sacrificare l’essere umano all’ambiente, come se questo fosse una divinità pagana (deus sive natura) e non un “creato” del quale l’uomo è chiamato ad essere parte, signore ed amministratore.
4 – Inevitabilmente chi va controcorrente seguendo questa antropologia, questa dottrina sociale e questa cosmologia enunciata da Cristo nella Beatitudini viene perseguitato, perché si oppone alla logica dell’uomo che si è fatto dio a se stesso. Ma è l’ultimo guizzo di vitalità del possesso del demonio sul mondo, perché tutto questo inganno si sbriciolerà auto-eliminandosi. Per questo sono detti
– «beati quelli che sono nel pianto», per il fatto di essere incompresi anche da coloro che sembravano essere i più amici e vicini;
– e «beati i perseguitati per la giustizia», cioè per questa “giustizia” dell’uomo con Dio, con se stesso e con il prossimo;
– e, infine «Beati i misericordiosi», che sono coloro che compiono l’atto più radicale di misericordia lavorando per far comprendere che la misericordia vera è la restituzione di questa giustizia che era stata perduta. Recuperare gli uomini riportandoli dal peccato (rottura della giustizia nel rapporto con Dio, con se stessi e con il prossimo) al giusto modo di concepire e di trattare la realtà (giusto rapporto con Dio, con se stessi e con il prossimo) è l’unica vera misericordia, quella che Cristo ha per noi.
Questa è anche la sfida che abbiamo visto all’opera, proprio nei nostri tempi, nel Magistero di san Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, ora purtroppo, non più compresa e non più perseguita.
L’efficacia oggettiva della preghiera a san Michele Arcangelo e l’intercessione di Maria Santissima e di tutti i Santi del Cielo che oggi celebriamo insieme, concorrano a farcela ritrovare al più presto per la Salvezza nostra e di tutti gli uomini.

Bologna, 1 novembre 2024
(Ho riproposto in questa domenica una mia riflessione della del 1 novembre 2018 che trovo del tutto pertinente anche oggi, e non era ancora apparsa su questo blog)

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