Cristo glorificato nella Corte del Cielo, tempera su tela di Fra Angelico (1400-1455)
Cristo glorificato nella Corte del Cielo, tempera su tela di Fra Angelico (1400-1455)

 

 

Solennità di Tutti i Santi

(Ap 7,2-4.9-14; Sal 23; 1Gv 3,1-3; Mt 5,1-12)

 

 

di Alberto Strumia

 

La solennità di Tutti i Santi, che celebriamo ogni anno nel primo giorno del mese di novembre, è molto bella e consolante, perché ci presenta il “punto di arrivo buono” per il quale siamo stati creati; quello che, per natura e per Grazia, la creatura umana più desidera, anche quando non ne è consapevole e si dimena allontanandosene.

La vicinanza della solennità i Tutti i Santi e della Commemorazione dei fedeli defunti, ci ricorda la “continuità” della nostra vita che non finisce con lo spegnersi di un corpo materiale corruttibile.

È molto significativo il constatare regolarmente, nell’atteggiamento di chi ha “vissuto bene”, secondo ragione e fede – diciamo pure anche nella “normalità santa” di una vita cristiana – avvicinandosi ai suoi ultimi giorni, negli ultimi anni di vita terrena, l’avvertire sempre più sensibilmente questa “continuità”.

Al punto che sembra quasi che questi vedano già e sempre più distintamente l’al-di-là , come una condizione sempre più “reale”, per loro, quasi tangibile. “Più reale”, ormai dell’al-di-qua. Il loro parlare tende a concentrarsi sempre di più, e ripetutamente, sull’essenziale: Cristo, la Madonna, la Salvezza, la prospettiva dell’Eternità. Tutto questo è visto e vissuto come una “cosa buona” e senza troppa paura del passaggio doloroso della morte che il “peccato originale” ha reso inevitabilmente traumatico, compromettendo la linearità di quella “continuità”. Una “continuità” che Cristo ha “restaurato nella sostanza”, lasciando il dramma del momento contingente per chi rimane nell’al-di-qua, soggetto ancora ad una materia lesionata dalla sofferenza, prima della sua definitiva trasfigurazione.

La festa di oggi vuole “prestarci”, attraverso la liturgia, “la vista” meno appannata che queste persone hanno, che è divenuta più acuta della nostra.

– La prima lettura attraverso la figura dell’Apostolo Giovanni ci “presta” lo sguardo  che apre la nostra fede a questa visione della pienezza del “mondo reale” per il quale siamo creati e conservati in esistenza. È la “Comunione dei Santi” che è presente e attiva nell’adorazione di Dio Creatore, di Dio Agnello Redentore, dello Spirito Santo che abilita la vista a questa visione (è lo Spirito di Verità [Gv 14,17]) e riempie le creature della dolcezza della tenerezza di Dio (è lo Spirito Consolatore [cfr., Gv. 14,16.26]). Così la liturgia ci prende per mano per accompagnarci, vivi terreni e defunti, e introdurci nella realtà piena, nella «verità tutta intera» (Gv 16,13), nella consolazione che non sarà mai tolta.

– Nella seconda lettura sempre san Giovanni, che mentre scrive sembra rientrare, dalla visione apocalittica della prima lettura, al suo compito di Apostolo ed Evangelista, che guida noi fedeli che siamo ancora qui. E dice loro, dopo la descrizione che ha appena fatto di quello che c’è di-là: «Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre»?

E sembra aggiungere che quello che ha appena raccontato è ancora ben poco rispetto alla realtà della condizione eterna dei santi, perché «ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando Egli si sarà manifestato, noi saremo simili a Lui, perché lo vedremo così come Egli è».

Perché per ora non siamo ancora in grado di sostenere la visione di Dio, ma se avremo seguito seriamente Cristo, quando saremo di-là ci sarà data questa capacità (la grazia del lumen gloriae) che ci metterà in condizione di vedere Dio.

– Nel Vangelo vediamo Gesù che, anche come uomo, essendo Dio ha già, da sempre  questa capacità di vedere Dio, nel Padre, in se stesso e nello Spirito Santo.

Le parole delle Beatitudini che pronuncia, come nell’estasi di questa visione di Dio, sono la descrizione, in parole umane comprensibili per noi, di ciò che Egli sta vedendo: il riscatto dell’uomo, ricostruito dopo il danno del “peccato originale” e di ogni forma di “peccato attuale”; riscatto offerto a quanti lo hanno voluto seguire («Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia». Beati per causa mia!).

All’inizio di questa schiera dei santi, tutti orientati verso l’Agnello-Cristo – non menzionata in questo passo dell’Apocalisse, ma altrove nello stesso libro – sappiamo esserci la Vergine Maria, prima redenta per essere degna Madre del Redentore e al suo fianco il suo sposo Giuseppe, Custode della Santa Famiglia e della Chiesa.

Verso di loro, noi che siamo in questa Chiesa, tendiamo la nostra mano, per incontrare la loro, ed essere accompagnati con sicurezza – solo che lo vogliamo e lo domandiamo sinceramente – verso quel destino di bellezza e di gloria che anche per noi è stato preparato: «Nella casa del Padre mio vi sono molti posti. Se no, ve l’avrei detto. Io vado a prepararvi un posto; quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono Io. E del luogo dove Io vado, voi conoscete la via» (Gv 14,2-4).

 

Bologna, 1 novembre 2022

 

Alberto Strumia, sacerdote, teologo, già docente ordinario di fisica-matematica presso le università di Bologna e Bari

 


 

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