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di Francesco Agnoli

Socrate

 

Socrate nasce nel 470 a.C. , da Fenarete, levatrice, e Sofronisco, scultore.

Tutta la vita Socrate batte colpi di scalpello, per abbattere idee sciocche e superficiali. E come la madre aiuta a partorire, non però i corpi, ma le anime (si partorisce nel travaglio, nella fatica, la verità ci fa uomini, ma può costare cara). Il motto di Socrate è quello delfico, apollineo: “Conosci te stesso”, accanto al detto “sapere di non sapere”. Socrate mette in guardia l’uomo mortale dalla superbia davanti al dio, che solo è sapiente; inoltre apre all’uomo una finestra verso la sua parte divina, l’anima, ciò che è più vicino al divino, della quale deve “prendersi cura”.

Ne l’Alcibiade I, Socrate chiede: “Forse può il corpo comandare se stesso?”; il corpo è evidentemente governato dall’anima, è uno strumento dell’anima.

Se l’uomo è la sua anima, la sua ragione, allora non sono più la salute, la forza, la ricchezza… ad essere i valori principali ma al contrario la conoscenza, la bontà, l’ “autodominio” (“Che differenza c’è tra l’uomo privo di dominio di sé e l’animale più selvaggio?”). Socrate, che era considerato bruttissimo e scherzava sulla sua bruttezza, capovolge la tavola dei valori tradizionali greci, ribalta il primato della bellezza esteriore, per affermare quello della bellezza interiore.

 

La strada verso la verità è il dialogo come ricerca: dialogo con se stesso, con gli altri, con il daimon divino, una “voce profetica a me familiare” che gli parla nell’intimo della coscienza per suggerirgli cosa non fare. Che mette un limite (questo di limite è un concetto greco e poi cristiano, che abbiamo perso, è lo stesso della storia di Adamo ed Eva…): non siete dei, dice la Genesi, un po’ come il conosci te stesso.

 

Il processo: “in un processo, come in guerra, non si deve a ogni costo cercare di sfuggire alla morte” (Apologia)

Accusato anche per motivi politici, Socrate fu imputato anche di “corrompere i giovani e di non credere negli dei in cui crede la città”. Evidentemente false le prime accuse, vera, in parte, l’ultima. Socrate crede nella divinità, ma non a quelle olimpiche: invidiose, vendicative, troppo umane… C’è in lui un monoteismo latente, non esplicito. Di fronte agli accusatori Socrate si difende, ma senza affatto cercare una linea conciliante, anzi!

La prima votazione si risolve in favore dell’accusa: 280 voti contro e 221 a favore. C’è poi una seconda votazione, in cui si deve decidere tra una sentenza di morte e il pagamento di un’ ammenda. Tutto farebbe pensare che gli accusatori si sarebbero accontentati della seconda soluzione, o al massimo dell’esilio, ma Socrate, invece di cercare la mediazione, preferisce la provocazione, quasi lo sberleffo: propone come alternativa alla morte (che sarà per cicuta ma avrebbe potuto essere ben più terribile: si veniva buttati in un burrone) di essere mantenuto a vita a spese della città nel Pritaneo, privilegio riservato agli orfani di guerra e ai vincitori olimpici. Questo atteggiamento inasprisce i giurati, i quali votano per la morte con maggioranza ben più consistente rispetto alla prima votazione. Ha voluto, Socrate, sfidare gli accusatori, metterli per l’ultima volta di fronte alla loro responsabilità, ad una responsabilità piena: “se mi volete condannare perché avete ragione, abbiate il coraggio di condannarmi a morte, di assumervi tutta la responsabilità della vostra decisione. Ho avete ragione o avete torto, o siete nella verità o nell’errore, non c’è alternativa”?

In ogni modo Socrate rimane fedele alle sue convinzioni, come si evince dall’Apologia: 1) l’anima è più importante del corpo, per cui è meglio “sfuggire alla malvagità” che alla morte;

2) in questo mondo può accadere di perdere, ad esempio in un falso processo, ma esistere in qualche modo una giustizia più che umana, che va oltre i muri di questo mondo: ““A un uomo buono non può capitare nessun male, né in vita né in morte… le sue azioni non sono indifferenti agli dei” Anche ciò che è accaduto a me non è accaduto a caso… ”; “E ora me ne vado, io condannato a morte da voi, voi condannati alla malvagità e all’ingiustizia dalla verità”; dico, o cittadini che mi state uccidendo, che dopo la morte vi piomberà addosso un castigo molto più grave, per Giove, di quello che mi avete inflitto: voi infatti vi siete comportati così pensando di liberarvi dall’obbligo di rendere conto della vostra vita, ma succederà tutto il contrario…” .

“Cittadini ateniesi, vi voglio bene… però ubbidirò più al dio che a voi..”[1]

Con Socrate diventa centrale il concetto di coscienza, come sacrario inviolabile, in cui l’uomo comprende che non è legge a se stesso; che è fatto per una Giustizia, per un Bene, così grandi da poter richiedere persino il sacrificio non dico della carriera, ma addirittura della stessa vita biologica, terrena.

Maestro di Platone, sarà osannato dai filosofi cristiani per 3 motivi:

come Cristo non ha scritto nulla, ma incarnato nella vita la sua parola, testimoniata sino alla morte;

ha rappresentato la “ricerca della verità” che parte dall’uomo, che sa di non sapere, mentre Cristo è la “rivelazione della verità” piena che viene da Dio, all’uomo che umilmente la cerca;

ha compreso che il sacrario inviolabile della coscienza personale “è il superamento della mera soggettività, nell’incontro tra l’interiorità dell’uomo e la verità che proviene da Dio”, tra la soggettività relativa e quella assoluta. E’ nell’interiorità della coscienza che Socrate ha capito che l’uomo non è legge a se stesso; che è fatto per una Giustizia, per un Bene, così grandi da poter richiedere persino il sacrificio non dico della carriera (questo idolo odierno), ma addirittura della vita biologica, terrena.

 

 

La pagina dell’autore e le puntate precedenti le trovate qui.

 

 

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