La pandemia legata al Covid-19 non è stata la prima a manifestarsi nell’Italia del secondo dopoguerra: l’Asiatica (1957) e l’Influenza di Hong Kong (1969) hanno provocato complessivamente circa 50.000 decessi, ma non sembrano avere lasciato grandi tracce nella nostra storia. Se analizziamo i motivi che hanno spinto la società italiana a reagire in modo molto diverso di fronte a queste ondate pandemiche, con il Covid-19 emerge un importante elemento di novità: il primato del principio di precauzione e del diritto alla sicurezza, che ha imposto chiusure totali accettate da larga parte dell’opinione pubblica. Alla base di questo atteggiamento, le conseguenze di decenni di crisi economiche, emergenze politiche e banalizzazioni culturali, riemerse nei mesi più duri della pandemia. Prenderne coscienza è importante per costruire un’Italia meno fragile di quella nella quale abbiamo tutti perso il respiro.

“Società in cerca di respiro. L’Italia e le pandemie”, Scholè, 21 ottobre 2021, è un libro scritto da Salvatore Abbruzzese, sociologo, professore ordinario di Sociologia dei processi culturali all’Università degli Studi di Trento, che affronta la pandemia da SARS-COV-2 dal punto di vista delle ricadute sulla società civile. Data l’importanza dell’argomento, abbiamo voluto porre alcune domande all’autore. 

Ester Corona

 

 

Corona: Lei ha recentemente pubblicato per i tipi della Morcelliana il testo Società in cerca di respiro. L’Italia e le pandemie. Perché un testo sul Covid, quando ce ne sono già moltissimi in circolazione?

Abbruzzese: Perché il mio non è un testo sul Covid ma sull’Italia che ne è colpita, sugli italiani e le loro reazioni. Le reazioni alle pandemie non sono sempre state la stesse e c’è da restare stupiti nel notare la profonda indifferenza che circondò l’asiatica nel 1957 come quella di Hong Kong nel 1969. Atteggiamenti che oggi giudicheremmo aberranti o da irresponsabili, segnarono allora la reazione a delle pandemie in realtà devastanti. L’epidemia di Hong Kong del 1969 fece 20 mila morti solo in Italia e 30 mila in Francia.

Dire 20 mila è molto diverso dal dire 135 mila!

Ed è vero. Ma è anche vero che allora la nostra popolazione ultraottantenne era cinque volte inferiore a quella attuale: 20 mila morti dinanzi a poco meno di un milione di ultra-ottantenni è simile al rapporto che collega gli attuali 135 mila dinanzi ai quasi cinque milioni di ottantenni attualmente presenti. Per non contare la popolazione in condizioni di fragilità che oggi, grazie alla scienza medica, riesce a vivere in maniera dignitosa, quando nel 1969 era semplicemente inesistente. Si tratta di condizioni di “fragilità felice” in quanto consentono a decine di migliaia di persone di mantenersi in vita, aumentando tuttavia la platea di quanti ai quali, anche una pandemia blanda come quella di un coronavirus (ve ne sono di peggiori) può rivelarsi fatale.

È comunque assurdo che si possa sminuire il problema…

Ma è proprio quello che abbiamo sempre fatto, almeno fino al duemila. Le nostre società occidentali erano serenamente indifferenti alle pandemie. Ci si curava, si sopravviveva o si decedeva senza bloccare tutto. Le reazioni degli italiani alle pandemie precedenti, costituiscono altrettante cartine di tornasole attraverso le quali il nostro Paese ha rivelato, ogni volta, l’aspetto decisivo di sé, la sua sostanza morale.

Oggi è improponibile!

Certamente, ed infatti proprio per questo c’è da chiedersi, almeno nel caso che qui ci interessa, che Italia fosse quella degli anni cinquanta e sessanta? Cosa la caratterizzasse e come è cambiata?

Sono domande enormi…

Certamente e sta alla sociologia spiegare le differenze attenendosi ai dati più solidi e incontrovertibili che ci siano. Per questo mi sono affidato innanzitutto a quelli provenienti dal nostro Istituto Centrale di Statistica, anche se ovviamente non bastavano. Ho allora cercato di recuperare gli elementi salienti di quell’epoca, la storia sociale e culturale del nostro paese, il suo accedere ad una società del consumo e del tempo libero, i processi di laicizzazione e di secolarizzazione. Farlo in un testo di dimensioni contenute e non dilagare in un’opera di grandi dimensioni implicava non tanto e non solo un lavoro di sintesi, ma anche e soprattutto una scelta di cosa analizzare, del dove guardare.

E dove ha guardato?

Ho scelto di mettere tra parentesi la storia politica e quella dei partiti politici, oltremodo note e già abbondantemente trattate dalla storiografia contemporanea, per ricostruire, al posto di queste, lo spirito di quella che è stata la nostra prima società di massa, riportandone alla luce le preferenze, i valori e le speranze, così come si possono cogliere attraverso i dati di archivio sui trasferimenti di residenza, la costituzione dei nuclei familiari, la natalità, i consumi, le scelte di tempo libero, l’attenzione alla scuola ed alla stabilizzazione del benessere famigliare.

Sono fatti noti…

…tanto noti quanto immensamente sottodimensionati e assolutamente sottovalutati. Ripercorrendo quegli anni e quelli che vi hanno fatto seguito attraverso la lettura che la sociologia può darne, si può cogliere in pieno l’ampiezza spettacolare di quanto è stato costruito ed accumulato dalle famiglie e dalle collettività. Il primo problema che è emerso è stato proprio quello delle ragioni di un simile sottodimensionamento da parte della storiografia contemporanea. Al contrario di quanto è avvenuto negli altri paesi europei, l’Italia si è infatti dotata di una ricostruzione storica esclusivamente critica, pronta a riportarne alla luce le miserie e le contraddizioni piuttosto che a sottolinearne i successi. L’operazione nostalgia varata pochi anni fa con fiction e remake di vario ordine sugli anni cinquanta non ha detto pressoché nulla dei successi conseguiti. Quelli che in Francia sono celebrati come gli anni gloriosi (a dispetto peraltro delle débacles militari che questo paese ha subito in Algeria e in Indocina) sono stati da noi ridotti ai semplici mutamenti di costume. Ci è stata mostrata un’Italia da rotocalco anziché l’Italia da primato che effettivamente era. Solamente rimettendo in luce gli spettacolari successi conseguiti in ambito economico, ma anche in quello sociale e culturale, nel tenore di vita e nella riduzione delle aree di grande precarietà, nella ricostruzione delle speranze collettive, si può facilmente comprendere l’ironia che circondava le pandemie del 1957 e del 1969. Un’ironia che era comprensibile alla luce sia del passato recente che allora si viveva e nel quale si coglievano ancora le dimensioni drammatiche – la seconda guerra mondiale – sia dell’esperienza di benessere concreto che si viveva e faceva prevedere un futuro di pace e di prosperità per tutti. La stessa Chiesa si premuniva di benedire a piene mani quest’alba ricca di promesse che tanto le Nazioni Unite, quanto i successi della medicina e, poco più avanti, le stesse conquiste spaziali non facevano che confermare.

E poi cos’è accaduto?

È accaduto che una volta consolidato il benessere materiale l’Italia è entrata nel delirio degli anni di piombo, seguiti dall’ipertrofia del clientelismo politico e dalla conseguente perdita di slancio ideale conseguente all’inevitabile pragmatismo che accompagna questo tipo di involuzioni dei sistema-partito. La fuoriuscita della politica dalla dimensione dell’idealità per entrare in quella delle logiche spartitorie di governo e sottogoverno, assieme all’acclarata impraticabilità delle ideologie trasformatesi in deliri, ha contribuito ad incrinare di molto la fiducia sociale. La scoperta di criticità nello stesso ambito scientifico ed il conseguente ridimensionamento della speranza verso quest’ultimo hanno definitivamente chiuso la stagione della speranza e della fiducia. A questa si sono sostituite la crescente preoccupazione per l’ambiente e il primato del principio di precauzione. Tutto ciò ha fatto del declino della militanza politico-culturale, del primato dell’universo della vita privata e dell’attenzione alla qualità della vita per l’intera collettività il nuovo scenario sul quale si è insediata definitivamente una società inedita, in tutto e per tutto diversa da quella degli anni cinquanta e sessanta.

Ciò non ha mancato di provocare anche effetti positivi. L’opinione pubblica ha iniziato a dedicare un’attenzione crescente alle condizioni della vita fisica, quella che oggi chiameremmo “razionalità sanitaria”. Lo stesso sviluppo della medicina preventiva, l’attenzione all’equilibrio psico-fisico, la qualità della vita quotidiana, la minore attenzione agli status symbols e la maggiore attenzione alle esperienze di benessere, il  maggiore controllo della propria salute, la ricerca di un migliore equilibrio alimentare, il diffondersi dell’attività sportiva sono tutti elementi che contraddistinguono l’Italia degli anni novanta e duemila, quella che convenzionalmente definimmo come “post-moderna” e che tradotto voleva dire: piena fiducia nella scienza e nei suoi sviluppi, ma anche consapevolezza che molti problemi resteranno irrisolti e se ne apriranno di nuovi. Le stesse prese di posizione dei virologi dinanzi alla SARS del 2003 ed a quella aviaria del 2005 vanno tutte in questa direzione e chiedevano attenzione e realismo ed anche la stampa di quegli anni si mosse con la dovuta attenzione.

E non ne abbiamo tenuto conto?

Direi proprio di no, visto che i posti letto negli ospedali a seguito della crisi economica sono stati drasticamente ridotti di due terzi (da 10 a 3,2 posti letto ogni mille abitanti tra il 1971 ed il 2020). La crisi economica, che in Italia si è tradotta in vent’anni di crescita zero facendo precipitare il nostro paese al gradino più basso dell’Unione Europea, ha mobilitato tutte le risorse possibili, mentre la politica è entrata in uno spettacolare corto circuito dove il potere della magistratura ha inferto un colpo fatale alla già scarsa credibilità dei partiti, portando così i “forconi” in piazza ed il movimento 5 stelle al Parlamento. Ma, ancora più grave è stata la crisi morale, intesa come perdita verticale dei progetti di vita, rivelata dai dati sul nuovo calo demografico e dalla fragilità delle relazioni coniugali. È facile e ingeneroso accusare con il senno del poi le precedenti governance. Il vicolo cieco nel quale l’Italia è andata a cacciarsi a seguito dell’immobilismo economico, unito alla totale impossibilità di azione da parte degli amministratori posti sotto la costante sorveglianza delle procure, sono stati alla base dei trasferimenti delle imprese all’estero, seguita da quella dei giovani ricercatori ed oggi addirittura dagli addetti alla ristorazione e dai pensionati: altrettanti fatti che disegnano il profilo di una crisi epocale, magistralmente spiegata da Luca Ricolfi nel suo La società signorile di massa, l’ultima fotografia dell’Italia prima dell’arrivo del Covid.

E quindi?

E quindi poiché un paese che non cresce è anche quello nel quale l’indebitamento aumenta, l’inevitabile serie di tagli alla spesa ha fatto sì che la sanità restasse sguarnita. Non solo i piani anti-pandemici non sono stati aggiornati, ma soprattutto il nostro personale medico e sanitario è rimasto senza protezioni e quando è arrivata l’ondata pandemica abbiamo assistito alla nostra vera Caporetto sanitaria. I reparti di terapia intensiva invasi da pazienti, mentre medici e infermieri, spossati dalla fatica, rischiavano la vita per restare in ospedale. Più di trecento decessi nel personale sanitario testimonia l’ampiezza del disastro: di solito a perdere la vita sono i pazienti non anche i medici e gli infermieri.

Perché l’Italia in cerca di respiro?

Perché il Covid ha colpito anche attraverso le chiusure. Non entro in merito alle scelte compiute dalle autorità sanitarie (peraltro anche queste analizzate sempre da Luca Ricolfi nel suo La notte delle ninfee) ma in merito alle conseguenze che queste hanno comportato all’Italia, conseguenze che l’osservazione sociologica ci ha permesso di porre in evidenza.

E cosa ci ha permesso di rilevare?

Innanzitutto la grossolanità della ricostruzione mediatica che ha ridotto il problema delle chiusure al disagio delle passeggiate mancate, delle “movide” vietate e delle partite di calcio senza il pubblico: come se la nostra società, al di là del lavoro, fosse fatta solo di distrazioni e attività all’aria aperta. Si è affermata così una rappresentazione mediatica ai limiti del ridicolo, fatta di giochi di società in famiglia, profluvi di dolci fatti in casa, canti e bandiere al balcone, quando i problemi sono stati ben più drammatici.

E quali sono stati?

L’uomo, come ricordano su fronti diversi, Claudio Risé e Pierpaolo Donati, è un essere relazionale. Essere reclusi in casa, per un mondo di anziani che non ha dimestichezza con le piattaforme informatiche e per un mare di bambini per i quali queste costituiscono, all’opposto, un’autentica trappola mentale, è semplicemente un disastro. Solitudine e ansia, angoscia per i tanti incontri mancati; le stesse chiese chiuse – così vitali per tanti anziani – hanno generato un vuoto che, accanto a tutti i malati oncologici privati delle cure, ha ampliato terribilmente il fronte del disastro pandemico.

Ma non si potevano evitare!

Certo che no, ovviamente. Ma il modo al quale vi si è fatto ricorso. Intervenendo con colpevole ritardo per poi estendere le chiusure all’infinito ha rivelato un’assoluta disconoscenza delle conseguenze sociali. Il nostro comitato tecnico-scientifico è entrato a gamba tesa in un universo sociale che ha ritenuto di poter comprimere all’infinito e del quale ha percepito i costi essenzialmente in ambito economico, dimenticando quello umano.

Perché non è stato forse così?

Purtroppo no. Il dolore causato a chi, avendo perso una persona cara, gli è stato impedito di poterla accompagnare nel rito funebre è stato un abominio senza nome; ha rivelato un’inciviltà e una durezza di cuore inaccettabili. Così come ha dato la misura di quanto la stessa scienza moderna, una volta dominata dal solo pragmatismo e dall’efficienza possa fare danni infiniti!

Ma queste disposizioni sono state riviste…

Già, ma non dovevano essere nemmeno pensate né applicate per settimane. Persone con simili cecità non avrebbero dovuto occupare gli scranni del potere ed incidere così a fondo nelle vite degli altri. Una simile razionalità produce danni profondi.

Non stiamo un po’ esagerando…

…Non credo, se si pensa all’allegra leggerezza con la quale si è applaudita la fantomatica DAD (didattica a distanza) anche qui occultando il problema. Salvo poi scoprire il massacro per centinaia di migliaia di bambini e ragazzi che, di fatto, hanno perso un anno e mezzo di scuola, arrivando così, con il nuovo ministro, a giurare di fare l’esatto contrario per le ondate successive. Ma soprattutto – ed è ancora più grave – si è scelto di ricorrere alla paura anziché alla spiegazione. Nessun intervento c’è stato sull’armata dei medici di famiglia che avrebbero dovuto essere i veri testimonial di una campagna vaccinale intelligente. Anziché mobilitare quest’ultimi (forse perché sarebbero stati poco convinti?) si è preferito ricorrere al terrore del numero dei decessi, magari centellinato in cifre assolute e mai in percentuale (fa più effetto, no?) e guardandosi bene dal diffondere anche quello dei guariti e dei dimessi dagli ospedali. La logica della paura ha alimentato, comprensibilmente, una risposta puramente reattiva, dinanzi alla quale la logica no vax ha trovato facili motivi per opporsi. La logica della paura è stata scientemente alimentata dal ricorso ad un linguaggio emergenziale, finendo così per costituirsi come un modus vivendi permanente.

Solamente un disastro quindi…

Per fortuna, non completamente. Senza volerlo, l’esperienza delle chiusure ci ha fatto crescere. Il fronte che attualmente si oppone alle chiusure, pronto a fare qualsiasi cosa (compreso il green pass), è anche quello che ha scoperto quanto la chiusura di edifici fino ad oggi considerati non essenziali (dalle scuole alle chiese, dai musei ai teatri ed alle sale da concerto) innesti dei processi di degrado e di crescente superficialità che una società non può permettersi. Non esiste solo la vita fisica, ma esiste la vita in un ambiente morale, cioè in un ambiente abitato da idee e visioni del mondo condivise, gonfio di testimonianze e di opere che ci accompagnano e ci riempiono la vita. Non si chiudono le chiese ed i teatri, le mostre e i musei senza produrre danni infiniti a questo tessuto connettivo che ci fa vivere come uomini e donne abitati da una cultura e alimentati da una storia.

Ma non sta esagerando?

Assolutamente no. Dietro l’Italia che ha il record europeo dei NEET cioè dei giovani tra i 24 ed i 35 anni che non lavorano, né studiano, né si formano; dietro l’ondata degli otto milioni di consumatori di droga (due dei quali di eroina e cocaina), dietro la crescita zero delle nascite c’è esattamente un’Italia spenta, che non va da nessuna parte. Sottodimensionarlo è colpevole superficialità.

Ma non c’è solamente questo, vi sono anche meravigliose esperienze di volontariato e di abnegazione, di eroismo e di civiltà!

Certamente, e proprio le reazioni alla pandemia ce le hanno rese visibili. Ma occorre rinforzare quest’ultime e limitare le prime. Per farlo occorre tanto una lucida consapevolezza dei problemi quanto una conoscenza delle risorse. Il Covid ha rivelato tanto i primi quanto le seconde. Sta a noi esserne coscienti per rialzare un paese che era già profondamente segnato, ben prima della pandemia. Adesso è possibile ricominciare, ma non credo che dopo quest’occasione ce ne possa essere un’altra. Una società è un’impresa morale consapevole, non un aggregato di ipocondriache individualità attente solo ai virus. Per questo siamo tutti in cerca di un “respiro” che ci restituisca anche l’energia per ricominciare a costruire; come popolo, necessariamente. Ed è proprio da una tale base che si pone la necessità di recuperare un’immagine adeguata di ciò che è stato costruito e del quale dobbiamo ridiventarne degni.

 

 

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