• domenica , 18 novembre 2018

Sinodo, testo finale: il paragrafo 150 suscita preoccupazione

I Vescovi escono dall'aula sinodale della Città del Vaticano durante il Sinodo dei Vescovi del 2018. (foto: Daniel Ibanez/CNA)

I Vescovi escono dall’aula sinodale della Città del Vaticano durante il Sinodo dei Vescovi del 2018. (foto: Daniel Ibanez/CNA)

 

 

di Sabino Paciolla

 

Il Vaticano ha pubblicato ieri sera il documento finale del Sinodo dei giovani. Al termine dell’approvazione finale, i 249 padri sinodali hanno espresso un applauso. Tutti i paragrafi sono stati approvati con la maggioranza dei due terzi richiesta. Ciò nonostante, vi sono stati alcuni paragrafi su cui si è appostata maggiore preoccupazione. Su di essi si è appostato il maggior numero di “non placet”. Uno di questi è stato il paragrafo 150 inserito nel tema: “Sessualità: una parola chiara, libera, autentica”, che ha ottenuto il più alto numero di “non placet”, pari a 65. Riprendo il paragrafo 150 nella sua interezza dal sito del Vaticano:

Esistono questioni relative al corpo, all’affettività e alla sessualità che hanno bisogno di una più approfondita elaborazione antropologica, teologica e pastorale, da realizzare nelle modalità e ai livelli più convenienti, da quelli locali a quello universale. Tra queste emergono in particolare quelle relative alla differenza e armonia tra identità maschile e femminile e alle inclinazioni sessuali. A questo riguardo il Sinodo ribadisce che Dio ama ogni persona e così fa la Chiesa, rinnovando il suo impegno contro ogni discriminazione e violenza su base sessuale. Ugualmente riafferma la determinante rilevanza antropologica della differenza e reciprocità tra l’uomo e la donna e ritiene riduttivo definire l’identità delle persone a partire unicamente dal loro «orientamento sessuale» (CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica sulla cura pastorale delle persone omosessuali, 1 ottobre 1986, n. 16).

Esistono già in molte comunità cristiane cammini di accompagnamento nella fede di persone omosessuali: il Sinodo raccomanda di favorire tali percorsi. In questi cammini le persone sono aiutate a leggere la propria storia; ad aderire con libertà e responsabilità alla propria chiamata battesimale; a riconoscere il desiderio di appartenere e contribuire alla vita della comunità; a discernere le migliori forme per realizzarlo. In questo modo si aiuta ogni giovane, nessuno escluso, a integrare sempre più la dimensione sessuale nella propria personalità, crescendo nella qualità delle relazioni e camminando verso il dono di sé.

 

Quello che chiunque può notare è una vaghezza dei termini usati che lascia aperta la porta a varie interpretazioni.

Prima di tutto, notiamo che non sono presenti le due parole “giovani LGBT”, che erano invece presenti nell’Instrumentum Laboris (il testo base per la discussione dei padri sinodali), e che tante obiezioni avevano sollevato. Un acronimo, LGBT, molto caro alle lobbies omosessuali. Infatti, le parole “giovani LGBT” non erano presenti nei contributi proposti dai giovani ai vescovi, né erano mai state utilizzate nei testi del Magistero. Infatti, esse aprono le porte ad una nuova antropologia in antitesi a quella dell’Insegnamento di sempre della Chiesa. Quello che più aveva dato fastidio era stato il fatto che quelle parole erano state inserite nell’Instrumentum laboris da qualche padre sinodale, ma non dai giovani, le persone che fino a prova contraria avrebbero potuto essere le più interessate. Segno evidente di un certo “pilotaggio”.

Naturalmente, l’assenza delle parole “giovani LGBT” non lasciava tranquilli, poiché quello che interessava non era la forma ma la sostanza. Si era infatti capito che alcuni stavano cercando di aggirare l’ostacolo rappresentato dalla maggioranza qualificata dei due terzi, che sarebbe risultato insormontabile nel caso fosse stato utilizzato l’acronimo “LGBT”, mediante l’utilizzo di termini più “neutri”. L’utilizzo di termini più neutri sarebbe stato un modo per “addolcire”, ovvero, “annacquare” l’insegnamento morale della Chiesa in questa materia, come aveva detto nel suo intervento il card. Robert Sarah. Fermissima, infatti, era l’opposizione dei vescovi africani che insistevano sull’utilizzo di termini desunti dall’insegnamento del Catechismo della Chiesa Cattolica e sulla opportunità di una migliore catechesi.

E infatti, da quanto riportato da fonti giornalistiche, nella bozza del testo finale erano presenti tre espressioni che riprendevano il concetto di orientamento sessuale, che però sono state sostituite da un riporto testuale, «orientamento sessuale», tratto dalla Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica sulla cura pastorale delle persone omosessuali, 1 ottobre 1986, n. 16 della CDF.

Nonostante tali espressioni siano state eliminate, le preoccupazioni riaffiorano comunque quando si legge la seguente frase: “Esistono questioni relative al corpo, all’affettività e alla sessualità che hanno bisogno di una più approfondita elaborazione antropologica, teologica e pastorale”. E questi sono proprio i concetti che sono affiorati nel circolo di lingua tedesca che ha cercato in tutti i modi di sostituire termini come l’acronimo ‘LGBT’ e la parola omosessualità, con concetti come “qualità delle relazioni umane” o “chiarire l’antropologia” o “nuova antropologia”. Il cardinale Reinhard Marx, presidente della Conferenza episcopale tedesca, aveva cercato di minimizzare la questione omosessuale dicendo che essa “non gioca un ruolo centrale, anche se alcuni vorrebbero portarlo direttamente al centro della questione”. I sospetti erano però legittimi quando si ricordi che proprio il suo vice presidente della Conferenza Episcopale Tedesca, mons. Franz-Josef Bode, a gennaio scorso, aveva proposto la benedizione per le coppie omosessuali, però non in chiesa. “Ormai sono un fatto: visto che c’è molto di positivo, buono e corretto in questo, perché non considerare non una messa, ma almeno una benedizione?”, aveva affermato mons. Bode.

A tal proposito, l’arcivescovo Chaput di Philadelphia, che si è espresso sempre in maniera chiara e netta su tale questione prima e durante il Sinodo, ha detto che questa necessità di “approfondire” o “sviluppare” la nostra comprensione delle questioni antropologiche è uno dei problemi più “acuti e preoccupanti” del testo. “Ovviamente possiamo e dobbiamo portare sempre più preghiera e riflessione su questioni umane complesse“, ha detto, ma ha aggiunto che la Chiesa “ha già un’antropologia cristiana chiara, ricca e articolata. È inutile creare dubbi o ambiguità sulle questioni dell’identità umana, dello scopo e della sessualità, a meno che non si pongano le basi per cambiare ciò che la Chiesa crede e insegna su tutti e tre (i concetti), a cominciare dalla sessualità“.

Il riferimento chiaro dell’arcivescovo Chaput è alla Teologia del corpo. Si tenga presente che alcune correnti nella Chiesa stanno cercando di sminuire, o addirittura svilire, in tutti i modi sia la Teologia del corpo di Giovanni Paolo II, sia le sue encicliche Evangelium Vitae, Fides et Ratio e Veritatis Splendor, oltre che l’Esortazione Apostolica Familiaris Consortio.

Ritornando al paragrafo 150 sopra riportato, altra problematica è quella connessa alla frase “rinnovando il suo impegno contro ogni discriminazione e violenza su base sessuale”. Nel Catechismo della Chiesa Cattolica, però, al n. 2358 si parla di “A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione”. Ora, il paragrafo 150, utilizzando la parola “ogni” discriminazione al posto di “ingiusta”, sembra voler accogliere l’istanza di eliminare “tutte” le percepite “discriminazioni”, anche quelle giuste. Il paragrafo in questione sembra venire incontro alle richieste di padre James Martin, forte sostenitore delle associazioni LGBT, che si è sempre battuto, ad esempio, contro i licenziamenti nelle scuole americane di docenti che avevano contratto un “matrimonio” omosessuale durante il contratto di assunzione. Tale atto, infatti, è ritenuto incompatibile con le le linee fondamentali dell’insegnamento fatto proprio dalla scuola cattolica stessa.

Infine, l’ultimo capoverso del paragrafo 150 è quello in cui i termini sono molto vaghi. Frasi come: “Esistono già in molte comunità cristiane cammini di accompagnamento nella fede di persone omosessuali: il Sinodo raccomanda di favorire tali percorsi”, oppure “a riconoscere il desiderio di appartenere e contribuire alla vita della comunità; a discernere le migliori forme per realizzarlo”, ovvero “a integrare sempre più la dimensione sessuale nella propria personalità” in un certo senso sono molto aperte alle ambigue affermazioni di padre James Martin. Quest’ultimo, come si ricorderà, è stato l’unico “esperto” ad essere stato invitato al recente Incontro Mondiale delle Famiglie in Irlanda, proprio per parlare dei cammini di accompagnamento fatte in alcune comunità ecclesiali per i “figli LGBT” (sic). Al contrario, gli esponenti di Courage, che sull’accompagnamento delle persone che sperimentano una attrazione per persone dello stesso sesso seguono l’insegnamento completo della Chiesa cattolica, non sono state per nulla invitati.

Ultima notazione, fonti giornalistiche parlano di un tentativo da parte di alcuni padri sinodali di inserire nel paragrafo 150 passi più espliciti e chiari desunti dalla già citata Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica sulla cura pastorale delle persone omosessuali, 1 ottobre 1986, n. 16. Purtroppo, questo tentativo è fallito.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Facebook Comments
Print Friendly, PDF & Email

Related Posts