Di seguito segnalo all’attenzione e alla riflessione dei lettori di questo blog l’articolo scritto da Martin Henry e pubblicato su Catholic Herald. Visitate il sito e valutate liberamente le varie opzioni offerte e le eventuali richieste. Ecco l’articolo nella mia traduzione. 

 

Foto: aula Sinodo
Foto: aula Sinodo

 

È notoriamente rischioso mettere a confronto due grandi movimenti storici, soprattutto recenti o contemporanei, e pretendere di individuare delle analogie tra loro: semplicemente, non si confronta il simile con il simile. Detto questo, i dibattiti attuali potrebbero trarre beneficio da una prospettiva piuttosto diversa: un confronto tra l’attuale entusiasmo per la “sinodalità” all’interno della Chiesa cattolica e il processo di “perestroika” che si è verificato all’interno dell’Unione Sovietica in un periodo leggermente precedente. Lo scopo di questo breve articolo è quello di suggerire che un simile parallelo, per quanto inverosimile o addirittura oltraggioso possa sembrare, possa darci qualche spunto di riflessione.

Come molti ricorderanno, perestrojka è un termine che si riferiva, negli ultimi anni del XX secolo, a un desiderio indefinito, anche se abbastanza diffuso, di cambiamento delle strutture politiche, sociali ed economiche dell’ex Unione Sovietica tra i suoi stessi cittadini. Il termine può essere tradotto, ad esempio, come “ricostruzione” o “riorganizzazione” o “riallineamento”, ma è forse più importante ai nostri fini riconoscere che evocava o rifletteva uno stato d’animo di malcontento nella società sovietica per lo stato attuale delle cose e la sensazione che “qualcosa doveva cambiare” se non si voleva che l’intero sistema implodesse e si disintegrasse. Certo, nell’Unione Sovietica c’era anche chi non vedeva o non sentiva la necessità di un cambiamento e si accontentava dello status quo, forse non del tutto per motivi altruistici.

Nel caso dell’Unione Sovietica, il motore del cambiamento era apparentemente il percepito imminente collasso economico dello Stato. E il volto dietro il movimento per il cambiamento era quello del presidente Mikhail Gorbaciov, recentemente scomparso. Nel caso della Chiesa cattolica, ciò che sembra essere stato il motore del cambiamento è stata una certa diminuzione della credibilità dell’intero sistema ecclesiale, un problema che Papa Francesco, per esempio, con la sua spinta alla “sinodalità” sembra determinato ad affrontare. Come nel caso del parallelo sovietico, ci sono elementi all’interno della Chiesa cattolica che si rifiutano di avallare qualsiasi diagnosi cupa, per quanto pervasiva, dell’attuale situazione della Chiesa. Molti, inoltre, potrebbero sostenere che il processo sinodale non ha tanto a che fare con l’attuale crisi di credibilità quanto con il desiderio di perseguire con maggior vigore le iniziative delineate dal Concilio Vaticano II (1962-65) sul coinvolgimento del “popolo di Dio” nella missione della Chiesa.

Comunque sia, l’incrinatura della credibilità del cattolicesimo, di per sé una questione secolare, è stata chiaramente approfondita dalle reazioni interne ed esterne alla Chiesa alle rivelazioni di abusi sessuali all’interno, in particolare, dei suoi ranghi clericali, e alle tattiche indelicate spesso adottate ai più alti livelli della gerarchia ecclesiastica per nascondere tali scandali. Tuttavia, nel cercare di comprendere il senso contemporaneo di malessere, e talvolta di disintegrazione, avvertito in alcune parti del mondo cattolico, sarebbe sicuramente poco saggio sottovalutare l’importanza di un senso più diffuso e sfuggente di disagio riguardo allo scopo stesso o alla ragion d’essere della Chiesa.

Quest’ultima difficoltà potrebbe forse essere un problema per la Chiesa ancor più di tutti gli scandali e del loro occultamento. Tanto che si potrebbe persino essere tentati di chiedersi se il processo di “sinodalità”, avviato in mezzo a una serie apparentemente infinita di rivelazioni sgradevoli sul comportamento dei rappresentanti “ufficiali” della Chiesa, possa essere visto come una cortina di fumo, per quanto involontaria, per mascherare la minaccia potenzialmente più letale per il benessere della Chiesa, rappresentata dalla difficoltà di fornire risposte convincenti a domande sgradite sulla credibilità delle credenze fondamentali della Chiesa in Dio, Gesù Cristo, i sacramenti e la spiegazione ultima tradizionalmente offerta per il nostro inizio e la nostra fine.

Questo ci riporta alla “perestrojka” e quindi alla parola inevitabilmente associata ad essa, “glasnost”. Solitamente tradotto come “apertura”, questo concetto potrebbe essere visto come un precursore della nozione di “parrhesia” di Papa Francesco, un termine, come ha sostenuto in modo convincente il direttore di Studies, Dermot Roantree, “che Papa Francesco ha fatto molto suo nel corso del suo pontificato”. Secondo il Collins Dictionary, “parrhesia” proviene dal mondo della retorica e significa “audacia o franchezza di parola”. Almeno dal punto di vista semantico, i due termini hanno un’indubbia congruenza.

Il processo avviato dal Presidente Gorbaciov ha certamente portato a un cambiamento, anche se forse non del tipo da lui previsto o auspicato. Ma il risultato finale (almeno finora) è stato il rafforzamento del potere centrale dello Stato nelle mani di una sola persona. È strano, infatti, che la maggior parte delle rivoluzioni, a partire almeno dai giorni entusiasmanti della Rivoluzione francese del 1789, siano iniziate con l’apparente desiderio che il “popolo” potesse dire la sua, ma abbiano finito per concentrare il potere dello Stato sempre più nelle mani di una sola persona. La Francia di oggi è di fatto una “monarchia elettiva” – per riprendere la descrizione della Quinta Repubblica coniata, o almeno resa popolare, dall’illustre pensatore francese Raymond Aron (1905-83) – con il potere supremo conferito al Presidente per il periodo del suo (finora non c’è stato) mandato. Nell’ex Unione Sovietica, quando la polvere della “perestrojka” si è finalmente posata, la figura di uno “zar” moderno di nuovo conio si è fatta più nitida. E lì, per il momento, le cose si sono fermate, anche se probabilmente stanno ancora ribollendo sotto la superficie.

La “Perestrojka” potrebbe essere fallita, naturalmente, non principalmente per ragioni interne, ma per la reazione “non utile” dell’Occidente ai problemi dell’Unione Sovietica in quel momento. Sarebbe quindi senza dubbio sciocco usare il destino di questo concetto come guida infallibile per quello della “sinodalità”. Detto questo, se le tendenze puramente storiche sono un indizio del movimento della storia della Chiesa (e questo deve rimanere una questione di dibattito accademico), questo ultimo tentativo di impostare la barca di San Pietro su una rotta diversa verso un nuovo mondo cattolico coraggioso potrebbe finire con le mani del “pescatore” più saldamente avvolte intorno alla barra del timone rispetto al passato, e con la centralizzazione del potere ecclesiale più saldamente conferita al papato che mai. Qualunque cosa avessero in mente i sostenitori della “sinodalità” quando hanno intrapreso il loro cammino, e nonostante le loro migliori intenzioni, questo potrebbe essere il risultato del processo. “L’uomo propone, ma Dio dispone”.

La legge delle conseguenze non volute, in altre parole, potrebbe infine produrre un risultato del processo di “sinodalità” che potrebbe aggravare i problemi della Chiesa cattolica piuttosto che mitigarli.

Martin Henry

 

Martin Henry, ex docente di teologia al St Patrick’s College di Maynooth, è sacerdote della diocesi di Down & Connor in Irlanda del Nord.

 


Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente le opinioni del responsabile di questo blog. I contributi pubblicati su questo blog hanno il solo scopo di alimentare un civile e amichevole confronto volto ad approfondire la realtà.


 

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