di Giuseppe Russo
C’è una domanda che, forse più della stessa parola «sinodalità», merita oggi di essere posta: quale idea di Chiesa è sottesa al nuovo modello sinodale?
La domanda non nasce da una pregiudiziale opposizione alla partecipazione dei fedeli alla vita ecclesiale, né dalla volontà di contrapporre una Chiesa «gerarchica» a una Chiesa «sinodale». Nasce, piuttosto, dalla necessità di comprendere se le nuove forme di partecipazione ecclesiale siano realmente espressione della natura della Chiesa cattolica oppure se, talvolta, finiscano per introdurre al suo interno categorie che appartengono ad altri ambiti o che da essi sembrano essere mutuate: quello politico, democratico, sociologico e, in alcuni casi, protestante.
È precisamente questo il problema sollevato dal cardinale Walter Brandmüller (leggi qui) in un testo pubblicato l’8 settembre dal vaticanista Sandro Magister. E il rilievo merita attenzione non soltanto per l’autorevolezza di chi lo formula, ma soprattutto perché tocca una questione che precede ogni valutazione positiva o negativa degli attuali processi sinodali: che cosa intendiamo quando parliamo di sinodo e di sinodalità?
Il problema delle parole
Brandmüller apre la sua riflessione richiamando una scena del Faust di Goethe: il dialogo tra Mefistofele, travestito da professore, e lo studente. Il senso dell’episodio è che, quando il concetto viene meno, le parole possono diventare straordinariamente comode. Si può parlare molto, infatti, proprio quando non si è più sufficientemente chiaro su ciò che le parole significano.
Il riferimento non è ornamentale. È il punto di partenza dell’intera questione.
Da anni la parola «sinodalità» è entrata stabilmente nel linguaggio ecclesiale. La si applica a organismi, percorsi, assemblee, processi di consultazione, esperienze pastorali e forme di partecipazione molto differenti tra loro. Eppure, osserva Brandmüller, manca ancora una definizione chiara e inequivocabile del termine.
Il problema, dunque, non è semplicemente linguistico. In teologia le parole non sono involucri neutri. Esse custodiscono una determinata comprensione della realtà.
Se si modifica progressivamente il significato di una parola, può accadere che, quasi impercettibilmente, si modifichi anche la realtà che attraverso quella parola viene pensata.
È per questo che la questione terminologica sollevata da Brandmüller diventa una questione ecclesiologica.
Che cos’è un sinodo?
Prima di parlare di «sinodalità», occorrerebbe allora ricordare che cosa sia un sinodo nella tradizione cattolica.
Nella tradizione cui fa riferimento Brandmüller, il sinodo indica propriamente un’assemblea ecclesiale nella quale i vescovi esercitano insieme il loro ministero pastorale e magisteriale. Quando l’episcopato universale è convocato dal Romano Pontefice e riunito con lui secondo le forme previste dalla Chiesa, si tratta di un concilio ecumenico; quando invece si riuniscono i vescovi di una determinata porzione della Chiesa, si tratta di un concilio particolare. In entrambi i casi, il dato decisivo è che i vescovi esercitano il loro ministero in forza del sacramento dell’Ordine e nella comunione gerarchica con il Romano Pontefice e con gli altri membri del collegio episcopale. È questo il punto sul quale occorre fermarsi.
La natura di un’assemblea ecclesiale non è determinata semplicemente dal numero dei suoi partecipanti, dalla possibilità di esprimere un’opinione o dal metodo attraverso il quale vengono assunte le decisioni. È determinata innanzitutto dalla natura sacramentale della Chiesa e dall’autorità propria dei diversi ministeri.
Da questo punto di vista, la presenza di sacerdoti e laici in un organismo ecclesiale non costituisce di per sé un problema. È significativo, del resto, che Paolo VI, istituendo nel 1965 il Sinodo dei vescovi con il motu proprio Apostolica sollicitudo, ne abbia definito la funzione come quella di un organismo destinato «per sua natura» a dare «informazioni e consigli» al Romano Pontefice. Una potestà deliberativa poteva essergli conferita dal Papa, al quale spettava poi ratificarne le decisioni. Non sorprende, quindi, che Paolo VI abbia successivamente precisato che il Sinodo «non è un Concilio, non è un Parlamento, ma un Sinodo di particolare natura». Brandmüller non sostiene questo. Al contrario, riconosce la possibilità di affidare a laici competenti una funzione consultiva.
La questione è un’altra: consultazione e governo ecclesiale sono la stessa cosa? Partecipazione e autorità sacramentale coincidono? Il diritto di parola coincide necessariamente con il potere di decidere in materia dottrinale o pastorale?
Sono domande differenti e confonderle produce inevitabilmente confusione ecclesiologica.
La partecipazione non cancella la differenza dei ministeri
Qui è necessario evitare una contrapposizione che sarebbe altrettanto semplicistica: quella tra una Chiesa nella quale decidono soltanto i chierici e una Chiesa nella quale tutti decidono allo stesso modo.
La tradizione cattolica non sostiene né l’una né l’altra cosa.
Il Concilio Vaticano II ha riscoperto con particolare forza la dignità battesimale di tutti i fedeli e la loro partecipazione alla missione della Chiesa. Il popolo di Dio non è una massa passiva che riceve semplicemente decisioni dall’alto. Ogni battezzato possiede una propria responsabilità nella vita ecclesiale e nella testimonianza cristiana.
Ma proprio il Vaticano II, nella Lumen gentium, non ha cancellato la distinzione tra il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale. Al contrario, afferma che essi “differiscono essenzialmente e non solo di grado”, pur essendo ordinati l’uno all’altro. Ed è qui che si trova uno dei nodi della questione.
La comunione non implica l’omologazione.
Nella Chiesa tutti sono membri del Corpo di Cristo, ma non tutti ricevono la stessa vocazione, lo stesso ministero e la stessa responsabilità sacramentale. Il vescovo non è semplicemente un rappresentante eletto della comunità. Il sacerdote non esercita il proprio ministero perché la comunità gli ha conferito una funzione. Il ministero ordinato possiede una radice sacramentale.
Questo non diminuisce la dignità del laico. Al contrario, impedisce che la dignità del laico debba essere misurata sulla base dell’esercizio di funzioni proprie del ministero ordinato.
È una distinzione decisiva, perché la Chiesa non è una democrazia religiosa.
Può certamente utilizzare strumenti che appartengono anche alla vita democratica – consultazioni, ascolto, confronto, partecipazione – ma non per questo diventa una democrazia. Gli strumenti possono essere comuni; la natura dell’istituzione non lo è.
Il punto controverso: il modello democratico
È proprio qui che la critica di Brandmüller diventa più radicale.
Secondo il cardinale, l’introduzione di organismi composti da vescovi, sacerdoti e laici, strutturati secondo criteri di rappresentanza e con una sostanziale parità di voce e di voto, rischia di importare nella Chiesa strutture secolari e procedure democratiche.
Non si tratta, dunque, di stabilire se sia bene o male ascoltare i laici. La domanda è molto più precisa: quale modello di autorità stiamo introducendo nella Chiesa?
In una democrazia, l’autorità deriva dal consenso dei cittadini, dalla rappresentanza e dalle procedure attraverso le quali la volontà collettiva viene determinata.
Nella Chiesa, invece, l’autorità non nasce dal voto della comunità.
Questo non significa che nella Chiesa non debba esserci ascolto, dialogo, confronto o persino una ricerca comune. Significa che il criterio ultimo della verità ecclesiale non può essere quello della maggioranza.
La verità rivelata non diventa più vera perché è approvata dalla maggioranza, né diventa meno vera perché una maggioranza la rifiuta.
La Chiesa ascolta per discernere la verità; non vota per produrla.
È probabilmente questa la distinzione che rischia di perdersi quando categorie democratiche vengono trasferite senza sufficiente discernimento nel linguaggio ecclesiale.
Perché Brandmüller parla di modello protestante
È a questo punto che il riferimento di Brandmüller al protestantesimo acquista il suo significato.
Il cardinale sostiene che alcune forme contemporanee di sinodalità presentano una consonanza con il modello sinodale protestante, caratterizzato da organismi nei quali pastori e laici possono essere scelti democraticamente e partecipare con un’uguale voce deliberativa. Egli collega questa concezione alle posizioni espresse da Martin Lutero nei suoi scritti del 1520, nei quali veniva negata l’istituzione divina del sacramento dell’Ordine nel senso cattolico.
Naturalmente, una simile affermazione deve essere trattata con rigore. Sarebbe infatti semplicistico sostenere che la sinodalità contemporanea sia semplicemente protestante. Non è questa la questione.
La questione è se alcune forme concrete di organizzazione ecclesiale finiscano per presupporre, consapevolmente o meno, un’ecclesiologia nella quale la differenza sacramentale tra ministero ordinato e comunità dei battezzati viene progressivamente attenuata.
Se il battesimo viene assunto come unico criterio per determinare ogni forma di autorità ecclesiale, allora ci troviamo davanti a una concezione incompatibile con la struttura cattolica della Chiesa.
Se invece il battesimo viene riconosciuto nella sua piena dignità, senza per questo cancellare la specificità del sacramento dell’Ordine, allora partecipazione e gerarchia non sono realtà contrapposte.
È questa distinzione che occorre salvaguardare.
Una Chiesa sociologica?
La parte forse più radicale dell’intervento di Brandmüller arriva quando il cardinale parla di una crescente «laicizzazione della comprensione della Chiesa» e di una sorta di «neo-arianesimo ecclesiologico»: una concezione che non nega esplicitamente il carattere soprannaturale della Chiesa, ma finisce per ignorarlo, considerandola prevalentemente come un’entità sociale.
È un’accusa forte. Ma proprio per questo merita di essere presa sul serio.
Perché il vero problema potrebbe non essere l’introduzione di una singola procedura democratica. Il problema potrebbe essere più profondo: che cosa accade quando la Chiesa comincia a pensarsi prevalentemente attraverso categorie sociologiche?
Una comunità cristiana viene allora descritta come un insieme di soggetti, gruppi, sensibilità, rappresentanze e interessi. La comunione rischia di essere tradotta in partecipazione; il discernimento in confronto; l’autorità in coordinamento; il ministero in funzione; la dottrina in risultato di un processo.
A quel punto il linguaggio ecclesiale può rimanere intatto, mentre lentamente cambia la realtà concettuale che esso esprime.
Si continua a parlare di comunione, ma la comunione viene intesa come equilibrio tra soggetti.
Si continua a parlare di discernimento, ma il discernimento rischia di diventare una procedura.
Si continua a parlare di ascolto dello Spirito Santo, ma il criterio concreto per stabilire che cosa lo Spirito avrebbe detto rischia di essere individuato nel consenso emerso dal processo.
È qui che la questione diventa propriamente teologica.
Lo Spirito Santo non è il nome religioso della maggioranza.
Anche le conferenze episcopali pongono una questione analoga
Brandmüller estende la propria riflessione anche alle conferenze episcopali. Il punto che egli intende salvaguardare è soprattutto il rapporto tra l’esercizio congiunto del ministero episcopale e l’unità della Chiesa universale. Una conferenza episcopale, infatti, non può trasformarsi in una sorta di «Chiesa nazionale» dotata di una propria autonomia dottrinale in concorrenza con il magistero universale.
La questione, tuttavia, richiede una precisazione. L’attribuzione alle Conferenze episcopali di una qualche autentica autorità dottrinale non nasce semplicemente con Evangelii gaudium. Già Giovanni Paolo II, nel motu proprio Apostolos suos del 1998, aveva riconosciuto che i vescovi riuniti in Conferenza possono esercitare congiuntamente una funzione dottrinale, precisando però che i loro pronunciamenti non possiedono il carattere di un magistero universale e devono rimanere in comunione con la Sede Apostolica. In caso di mancata unanimità, inoltre, la sola maggioranza non è sufficiente senza l’intervento della Santa Sede.
Il problema, dunque, non è semplicemente stabilire se una Conferenza episcopale possa avere una qualche autorità dottrinale. Può averla, entro condizioni precise. La questione decisiva è piuttosto quale sia la natura di tale autorità, quali siano i suoi limiti e come essa si rapporti al magistero della Chiesa universale.
È precisamente qui che riemerge il problema ecclesiologico posto da Brandmüller: l’esercizio collegiale del ministero episcopale non può essere interpretato secondo il modello di un’istanza politica intermedia, posta tra la comunità locale e un’autorità centrale. La comunione episcopale non nasce dalla rappresentanza di una Chiesa nazionale, ma dalla partecipazione dei vescovi all’unico Collegio episcopale, in comunione con il suo Capo.
La questione, ancora una volta, non è dunque la partecipazione, ma il fondamento dell’autorità.
La sinodalità non può essere una democratizzazione della Chiesa
A questo punto si può comprendere meglio il senso della provocazione di Brandmüller.
La questione non è scegliere tra «Chiesa gerarchica» e «Chiesa sinodale». Una contrapposizione del genere sarebbe falsa.
La vera questione è se la sinodalità possa essere pensata all’interno dell’ecclesiologia cattolica, oppure se debba necessariamente assumere come modello implicito la democrazia moderna.
La risposta, a mio avviso, può essere soltanto la prima.
La Chiesa può e deve ascoltare. Deve valorizzare la voce dei fedeli. Deve riconoscere il sensus fidei. Deve favorire la corresponsabilità dei laici. Deve creare spazi reali di confronto. Deve anche saper riconoscere i propri errori attraverso l’ascolto di coloro che vivono concretamente le situazioni pastorali.
Ma tutto questo non richiede di trasformare la Chiesa in una democrazia.
Anzi, paradossalmente, una partecipazione autenticamente cattolica diventa possibile proprio quando non si pretende di rendere tutti uguali in ogni funzione.
L’uguaglianza fondamentale dei battezzati davanti alla dignità della vocazione cristiana non comporta l’identità dei ministeri.
La Chiesa non è meno comunionale perché possiede una struttura gerarchica. La sua gerarchia, quando è autenticamente vissuta, non è dominio di alcuni sugli altri, ma servizio sacramentale alla comunione e alla verità.
Per questo il problema non è la presenza dei laici, ma il modo nel quale essa viene pensata.
Recuperare il significato della sinodalità
La proposta conclusiva di Brandmüller è, sotto questo profilo, particolarmente interessante: recuperare il significato proprio dei sinodi delle Chiese particolari e delle strutture ecclesiali autenticamente radicate nella tradizione della Chiesa. Egli vede proprio in questo recupero una possibile risposta al processo di secolarizzazione e una via verso quella «de-secolarizzazione» della Chiesa richiamata con forza da Benedetto XVI.
È un’indicazione che merita di essere sviluppata.
Forse, infatti, la risposta alla crisi della sinodalità non consiste nell’abbandonare la sinodalità, ma nel restituirle un fondamento propriamente ecclesiale.
Non una Chiesa che imita il mondo per risultare più moderna, ma una Chiesa capace di entrare nel mondo senza perdere la propria identità.
Non una Chiesa nella quale la verità dipende dal processo decisionale, ma una Chiesa che ascolta tutti nella ricerca della verità ricevuta.
Non una Chiesa nella quale l’autorità viene ridotta a funzione rappresentativa, ma una Chiesa nella quale ogni autorità viene compresa come servizio.
Non una Chiesa nella quale la comunione significa uniformità delle funzioni, ma una Chiesa nella quale la diversità dei carismi e dei ministeri concorre all’unico Corpo di Cristo.
In fondo, la domanda posta da Brandmüller è molto più seria di quanto potrebbe apparire a prima vista.
Che cosa significa essere una Chiesa sinodale?
La risposta non può essere: una Chiesa nella quale tutti decidono.
E neppure: una Chiesa nella quale alcuni decidono e gli altri semplicemente obbediscono.
La risposta dovrebbe essere cercata nella natura stessa della Chiesa: una comunione nella quale tutti sono chiamati a partecipare, ma secondo la propria vocazione, il proprio carisma e il proprio ministero; una comunione nella quale l’autorità non nasce dal consenso, ma dal sacramento e dal mandato ricevuto; una comunione nella quale la verità non viene costruita dal basso, ma accolta, custodita, approfondita e trasmessa.
È qui che la sinodalità può diventare realmente cattolica.
Perché una Chiesa sinodale non è una Chiesa che diventa simile a una democrazia.
È una Chiesa che cammina insieme senza smettere di essere Chiesa.
E forse è proprio questo il punto sul quale vale la pena tornare a riflettere: non se la Chiesa debba ascoltare, ma chi è la Chiesa che ascolta; non semplicemente come debba partecipare, ma in forza di quale realtà sacramentale e teologica partecipa; non quale maggioranza debba prevalere, ma quale verità la Chiesa sia chiamata a servire.
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L’articolo di don Giuseppe Russo ha il grande merito di offrire una sintesi limpida e rigorosa delle fondamentali problematiche ecclesiologiche sollevate dal cardinale Walter Brandmüller. Il pregio principale dell’analisi sta nell’aver evitato le solite contrapposizioni ideologiche per ancorare il tema della sinodalità alla natura sacramentale della Chiesa: dalla necessità di chiarezza semantica al rischio di mutuare modelli di parlamentarismo democratico, fino alla riaffermazione della distinzione essenziale tra sacerdozio comune e ministeriale sancita da Lumen Gentium.
C’è tuttavia un aspetto decisivo che sembra rimanere in ombra nella riflessione del cardinale Brandmüller da cui Russo prende spunto: la penetrazione nell’autocomprensione del Sinodo dei modelli propri del management aziendale e della pianificazione strategica.
Il rischio di deriva non è soltanto politico o democratico, ma profondamente culturale ed economico. Quando l’ascolto e la consultazione del sensus fidelium vengono veicolati attraverso prassi, schemi e linguaggi mutuati dalla tecnica gestionale, la dinamica ecclesiale finisce per assimilare la logica del mercato e del capitale. La ricerca del consenso rischia di trasformarsi in una sorta di analisi di mercato e il discernimento spirituale in un processo di efficientismo funzionale.
In questo modo, la critica alla “sociologizzazione” della Chiesa richiede un passaggio ulteriore: denunciare come l’appiattimento sulla mentalità mercantile contemporanea conduca, forse ancor più di una tentazione democratica, a un progressivo snaturamento della costituzione divina della Chiesa, sostituendo alla sua origine trascendente e al suo ordine sacramentale le dinamiche immanenti della prestazione e dell’organizzazione.
Caro Fabio, grazie, perché il tuo rilievo apre una prospettiva che nel mio articolo ho solo sfiorato e che meriterebbe certamente un approfondimento specifico.
In effetti, se la sociologizzazione della Chiesa costituisce un rischio, la penetrazione delle categorie del management e della pianificazione strategica ne rappresenta forse una delle forme più attuali. E qui il problema diventa ancora più sottile: non è più soltanto questione di assumere modelli democratici, ma di cominciare a pensare la vita ecclesiale secondo categorie come processo, obiettivi, strategie, efficienza, risultati, gestione delle risorse e ricerca del consenso.
Il punto che trovo particolarmente interessante nella tua osservazione è proprio questo: quando il linguaggio non si limita più a descrivere la realtà ecclesiale, ma finisce per determinarne il modo di pensarsi, allora cambia anche l’autocomprensione della Chiesa. Il rischio è che ciò che nella Chiesa dovrebbe essere anzitutto mistero, comunione, sacramento e partecipazione alla vita di Cristo venga progressivamente tradotto nei termini di una organizzazione da rendere più efficiente.
E forse qui si trova un ulteriore livello della questione posta da Brandmüller: non soltanto una Chiesa che rischia di diventare più democratica o più sociologica, ma una Chiesa che rischia di pensarsi attraverso categorie funzionali proprie dell’immanenza contemporanea.
Il tuo spunto, insomma, mi sembra tutt’altro che secondario. Potrebbe essere davvero il punto di partenza per un’altra riflessione.
Caro don Giuseppe, come sempre sei molto chiaro e concreto nelle questioni che affronti.
Ho compreso bene cosa intendi quando parli di democrazia e autorità nella Chiesa. Mentre ti leggevo mi sono venute in mente alcune domande che forse possono aprire altre questioni da approfondire.
Te le lancio così a bruciapelo come si suol dire:
Quando il Vaticano II ha voluto riconoscere l’importanza dei laici e invitarli ad essere una voce significativa da ascoltare, perché lo ha fatto? Cosa lo ha spinto?
Forse perché ascoltare i laici significa avere una visione, una prospettiva più completa sul fatto discusso?
E se così fosse, forse la Chiesa (intesa come ordinati) sente di mancare di questa prospettiva?
A questo aggiungo:
Se un laico pertecipasse ad un qualsiasi dibattito, sapendo che la sua voce non avrà sostanza in quel confronto, continuerebbe a partecipare?
E se i laici percepiscono in questo modo la loro partecipazione alla sinodalitá, allora forse la Chiesa ha errato nello spiegare cosa intende per corresponsabilità laicale e soprattutto non ha formato adeguatamente la coscienza critica dei laici a vivere nella maniera giusta il significato della sinodalitá?
Leggendoti inoltre ho conferma di una mia considerazione che faccio da tempo.
Proprio perché il concetto politico di democrazia è entrato in collisione con il concetto di sinodalitá che descrivevi, oggi nella Chiesa c’è alle volte la tendenza a percepire le riflessioni maturate in seno ad una associazione, superiori a quelle del fedele che non vi partecipa. Si è riconosciuto un potere di delega all’associazione o alla confraternita o gruppo che sia, di essere voce esclusiva di tutto il laicato. Da questo punto di vista le pastorali a mio avviso forse meglio esprimono quell’accompagnarsi a vicenda (vescovi, presbiteri, laici) e quindi meglio realizzano la sinodalitá così come l’hai raccontata.
Grazie per la tua attenzione.
Caro Francesco, innanzitutto grazie per aver letto l’articolo con tanta attenzione. Inoltre, le tue domande sono tutt’altro che a bruciapelo: in realtà toccano alcuni nodi decisivi della questione e meritano una risposta articolata.
Parto dalla tua prima domanda: perché il Vaticano II ha sentito il bisogno di riconoscere in maniera così forte il ruolo dei laici e la necessità di ascoltarne la voce?
Non credo che la risposta possa essere semplicemente: perché i ministri ordinati non possiedono una visione completa della realtà. Sarebbe una conclusione piuttosto riduttiva. Il punto è più profondo. Il Vaticano II ha recuperato con maggiore consapevolezza il fatto che la Chiesa è realmente costituita da tutti i battezzati e che la missione della Chiesa nel mondo non è affidata esclusivamente al ministero ordinato. Il laico vive la propria vocazione cristiana precisamente dentro le realtà temporali: nella famiglia, nel lavoro, nella cultura, nella politica, nella società. Per questo possiede un’esperienza del mondo e delle sue trasformazioni che il ministro ordinato, proprio in quanto ministro ordinato, non può necessariamente avere nella stessa forma.
Dunque sì: ascoltare i laici può significare acquisire una prospettiva che altrimenti rischierebbe di rimanere parziale. Ma attenzione: questo non significa che il laico possieda una sorta di “competenza sulla verità” che il sacerdote o il vescovo non possiedono. Significa piuttosto che la realtà ecclesiale viene conosciuta più adeguatamente quando vengono ascoltate le diverse esperienze, vocazioni e responsabilità che compongono il Corpo di Cristo.
E qui arriviamo alla seconda questione che poni. Se un laico sa in partenza che la sua voce non avrà alcuna sostanza, perché dovrebbe continuare a partecipare?
Questa domanda, secondo me, è molto seria. Perché se la consultazione fosse puramente ornamentale, avremmo una falsa partecipazione. Ascoltare qualcuno significa prendere sul serio ciò che dice, anche quando colui che ascolta conserva la responsabilità ultima della decisione. La differenza tra consultazione e decisione non significa che la consultazione debba essere irrilevante.
Un vescovo può ascoltare realmente una persona, lasciarsi anche convincere dalle sue ragioni e tuttavia essere lui a dover assumere la decisione finale in forza del ministero che gli è stato affidato. Non c’è contraddizione. Anzi, proprio questa distinzione permette di evitare due estremi opposti: da una parte il clericalismo, nel quale si ascolta poco perché “decidiamo noi”; dall’altra la democratizzazione, nella quale per dimostrare che si è ascoltato si finisce per attribuire a tutti lo stesso potere decisionale.
Per questo, a mio avviso, il problema non è dare “sostanza” alla voce del laico trasformandola necessariamente in voto deliberativo. Il problema è fare in modo che quella voce abbia una reale incidenza nel processo di discernimento. Se il contributo offerto dai laici non può mai modificare, orientare o mettere in discussione una decisione già presa, allora sì: siamo davanti a una partecipazione soltanto apparente.
E questo ci porta alla tua terza domanda: forse la Chiesa ha spiegato male la corresponsabilità laicale?
Credo che in molti casi sia accaduto proprio questo. Il termine “corresponsabilità” è stato utilizzato talvolta senza chiarire sufficientemente che cosa significhi e, soprattutto, che cosa non significhi. Corresponsabilità non significa necessariamente co-decisione. Non significa che tutti debbano avere la stessa autorità. Significa che tutti sono realmente responsabili della missione della Chiesa, ma non nello stesso modo e non in forza dello stesso titolo.
Qui ritorna decisiva la distinzione conciliare tra il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale. Se questa distinzione viene cancellata, si finisce inevitabilmente per cercare la corresponsabilità nella distribuzione del potere: più voce, più voto, più incarichi, più capacità decisionale. Ma se la distinzione viene mantenuta, possiamo comprendere la corresponsabilità in modo molto più ricco: il laico non deve diventare “mezzo prete” per essere pienamente responsabile nella Chiesa.
E aggiungerei una cosa: forse la formazione dei laici è stata talvolta insufficiente proprio su questo punto. Abbiamo insistito molto sul diritto dei laici a partecipare, ma meno sulla formazione necessaria per comprendere che cosa significhi partecipare ecclesialmente. Un laico formato non è semplicemente colui che pretende di avere più potere nella Chiesa. È colui che sa esercitare la propria libertà e la propria responsabilità alla luce della fede, della dottrina, della propria vocazione e del bene della Chiesa.
Infine, trovo molto interessante la tua osservazione sulle associazioni, sulle confraternite e sui gruppi.
Qui vedo un rischio parallelo a quello che denunciavo nell’articolo: se trasferiamo nella Chiesa una logica politica, possiamo finire per pensare che chi è organizzato rappresenti automaticamente chi non lo è. Ma non è così. Un’associazione rappresenta anzitutto i propri membri. Può offrire un contributo importante al discernimento ecclesiale, ma non può automaticamente parlare “a nome del laicato” nel suo complesso.
Anzi, paradossalmente, potremmo creare una nuova forma di esclusione: il laico appartenente a un’organizzazione acquisisce una visibilità e una capacità di interlocuzione che il singolo fedele, semplicemente perché non appartiene a nessun gruppo, non possiede. E questo sarebbe un modo molto curioso di intendere la partecipazione.
Per questo condivido la tua osservazione sulle pastorali. Quando una pastorale è realmente vissuta, non c’è necessariamente bisogno di costruire una rappresentanza del laicato attraverso meccanismi quasi parlamentari. Il vescovo, il presbitero e il laico possono lavorare insieme a partire da responsabilità differenti, mettendo in comune competenze, esperienze e carismi. Lì vedo una forma di sinodalità molto concreta: non tutti fanno la stessa cosa, ma tutti concorrono realmente al bene della Chiesa.
In definitiva, credo che le tue domande portino a una distinzione che forse è fondamentale per il discorso sulla sinodalità: partecipare non significa necessariamente decidere; essere ascoltati non significa necessariamente avere l’ultima parola; avere responsabilità non significa necessariamente esercitare la stessa autorità.
Ma, allo stesso tempo, bisogna evitare l’errore opposto: se partecipare non significa decidere, non significa neppure essere semplicemente decorativi; se il laico non possiede l’autorità sacramentale del ministro ordinato, non per questo la sua esperienza e la sua voce diventano irrilevanti.
Forse la vera sfida della sinodalità è proprio tenere insieme queste due esigenze senza sacrificarne nessuna: una partecipazione reale senza democratizzazione della Chiesa, e un’autorità sacramentale reale senza clericalizzazione della Chiesa.
Ed è probabilmente qui che il discorso diventa più interessante di quanto possa sembrare a prima vista.