“Ma in fondo è quello che può capitare anche a noi cristiani di oggi: magari nel momento di difficoltà, costretti e di mala voglia, accettiamo comunque di metterci alla sequela di Gesù e di lasciarci coinvolgere, anche solo per un attimo e per un tratto infinitesimo di strada, nella fatica e nella sofferenza della Croce.”

 

Simone il Cireneo
Simone il Cireneo

 

 

di Moreno Morani

 

Lo sfondo storico-culturale del Nuovo Testamento è come un grande mosaico, nel quale continuamente vengono aggiunte nuove tessere che completano o mettono meglio a fuoco il materiale già noto, sempre confermando il carattere di fonte storica del testo evangelico. All’esame dei nuovi dati, anche figure marginali assumono contorni storici precisi. Esamino qui, in prospettiva puramente storico-linguistica, una figura a cui il racconto neotestamentario dedica poco spazio, quella di Simone il Cireneo.

Il personaggio compare solamente in un versetto del Vangelo: Mc. 15, 21, coi passi corrispondenti di Mt. 27, 32 e Lc. 23, 26. Simone è un contadino che sta tornando dai campi e si imbatte nel corteo che sta portando Gesù al luogo della crocifissione. I soldati lo intercettano (epilabómenoi Lc.) e con modi rozzi e violenti (lo malmenano e gli mettono le mani addosso) gli impongono di caricarsi del peso della croce stando dietro a Gesù. Simone viene da Cirene, colonia greca di grande tradizione culturale, ma la sua origine è semitica: il nome (Šimʽōn), peraltro abbastanza comune nella tradizione ebraica, si collega alla radice ebraica šmʽ ‘ascoltare’. A Cirene un discreto flusso di ebrei, provenienti in genere dall’Egitto, deve essere cominciato attorno al IV sec. a.C.: la città divenne poi, nel 96 a.C., capoluogo della provincia romana di Cirenaica. La presenza di consistenti gruppi di ebrei provenienti da Cirene che avevano fatto ritorno a Gerusalemme all’epoca in cui si svolgono i fatti del Nuovo Testamento è attestata anche da altri passaggi neotestamentari, nei quali si cita anche una sinagoga abitualmente frequentata da questi gruppi (p.es. Atti 6, 9 «alcuni della sinagoga detta dei Liberti, dei Cirenei, degli Alessandrini»). La famiglia di Simone sembra, a giudicare dai nomi personali, un nucleo multietnico, come del resto era un insieme fortemente multietnico la Palestina del tempo, abitata da stirpi diverse che parlavano differenti lingue (si rilegga il passaggio di Atti con la descrizione della Pentecoste: At. 2, 8 ss.). Le lingue più diffuse sono le due lingue semitiche locali (aramaico ed ebraico) e il greco, lingua veicolare di tutto il mediterraneo orientale che praticamente tutti conoscono e praticano: ma deve avere ampia circolazione anche il latino, la lingua dei dominatori Romani, sicuramente diffusa nell’ambito della milizia e dell’amministrazione. Ed ecco che i figli di Simone hanno appunto un nome greco (Alessandro) e un nome romano (Rufo), o meglio osco (la lingua di una popolazione italica, gli Osci, che abitavano nel Mezzogiorno d’Italia), perché nel grande complesso dell’esercito romano si mescolano anche etnie e lingue di minoranze.

Notiamo che mentre in Matteo e Luca Simone è semplicemente “un tale di nome Simone”, Marco aggiunge una notazione interessante qualificandolo come “il padre di Alessandro e Rufo”: la notizia è data in modo sbrigativo, senza ulteriori precisazioni. Perché Marco fornisce questa indicazione, e perché gli altri due sinottici la trascurano, e soprattutto perché Marco fornisce l’informazione in questo modo persino brusco? Evidentemente Marco presumeva che i suoi lettori conoscessero questi due personaggi, che invece risultavano poco interessanti o addirittura sconosciuti agli altri due evangelisti. Evidentemente si tratta di persone che frequentano gli ambienti della comunità cristiana di Roma, perché è a questa comunità che è spesso indirizzato il Vangelo di Marco, come è stato più volte messo in luce da vari studiosi. Alessandro e Rufo sono cristiani o almeno simpatizzanti del Cristianesimo, anzi Rufo, insieme alla madre, è addirittura nominato con parole elogiative da Paolo tra i personaggi salutati al termine della Lettera ai Romani: «Salutate Rufo, prescelto dal Signore, e sua madre, che è madre anche per me» (Rm. 16, 13). Della madre non abbiamo altre notizie. A quanto pare, nel momento in cui Paolo indirizza la sua lettere alla comunità di Roma, i diversi componenti della famiglia di Simone avevano preso strade diverse, e Rufo e sua madre si trovavano a Roma.

Di tutto questo una brillante conferma archeologica è stata trovata in anni non lontani, quando fu scoperta la tomba familiare di Simone. Nel 1941 nei pressi di Gerusalemme nella valle del Cedron fu scoperta una tomba di famiglia con diversi piccoli ossari (complessivamente tredici urne). Nella tomba, datata al I sec. d.C., e appartenente certo a una famiglia benestante, si presentavano diversi riferimenti a realtà tipiche dell’Africa settentrionale (nomi di città della Cirenaica o nomi di defunti molto diffusi in quella zona). Le cassette contenenti le ossa alternano scritte in ebraico e greco coi nomi del personaggi che vi si trovano: in totale quindici iscrizioni con dodici nomi personali differenti. Per varie ragioni la scoperta non ebbe l’eco che avrebbe meritato, e la conoscenza di questo ritrovamento è tuttora limitata a pochi ambiti di studiosi specialisti, biblisti e archeologi.

I riferimenti che si leggono sulle urne contenenti i resti dei personaggi non lasciano spazio a dubbi. Le lingue usate sono sia il greco sia l’ebraico. La provenienza africana (più precisamente da Cirene e dalla sua zona) è chiaramente messa in luce da alcune urne. In particolare una reca la scritta: «Sara (figlia) di Simon, di Ptolemais», cioè Tolemaide, centro della Cirenaica. Un riferimento ancora più diretto e sicuro troviamo su un’altra urna, dove compaiono in diversi punti i nomi di Alessandro e Simone, con la precisazione che Alessandro proviene da Cirene (’lksndrws qrnyt/h in lettere ebraiche, cioè “Alessandro di Cirene”) ed è figlio di Simone (in greco: AΛΕΣΣΑΝΔΡΟΣ ΣΙΜΩΝΟΣ). Il nome di Simone da solo si trova anche in altri due punti dell’ossario: in un caso si tratta di un errore dell’incisore (che si è confuso nello scrivere il nome, ma non ha provveduto a cancellare bene la parte già scritta) e nell’altro la presenza del nome sembra dovuta al fatto che inizialmente l’urna doveva contenere i resti di Simone, mentre alla morte di Alessandro furono adagiati nella cassetta anche i resti del figlio. L’ipotesi di un’omonimia è da escludere: Alessandro è nome raro nell’ambiente semitico, e la possibilità che vi sia all’epoca un altro Alessandro di Cirene figlio di Simone è pari praticamente a zero. Quindi Simone e Alessandro sono i personaggi citati nel Vangelo. La documentazione archeologica ci ha permesso di conoscere l’esistenza di un’altra figlia, Sara, di cui le fonti neotestamentarie non parlano. Ma perché nella tomba non sono presenti i resti dell’altro figlio Rufo e della moglie? La risposta ce l’ha già data San Paolo: Rufo e la moglie sono a Roma, perché i diversi membri della famiglia hanno preso strade diverse per ragioni che ignoriamo e alla loro morte i corpi non vennero portati nella tomba di famiglia.

A questo punto tutti i tasselli hanno trovato la loro collocazione in modo straordinario, e il Cireneo non è più solamente un personaggio occasionalmente citato dal Vangelo o una stazione della Via crucis, ma diventa un personaggio storico dai contorni ben delineati. Unendo i dati del Vangelo e dell’archeologia, emerge dunque la figura di un ebreo benestante che coltiva i campi, al quale capita una sera,.tornando a casa dal lavoro di imbattersi nel corteo che porta Gesù al Golgota: viene malmenato e costretto a prendersi sulle spalle la Croce.

Ma le cose saranno andate veramente così? Veramente Simone stava percorrendo la strada abituale che lo portava a casa, o piuttosto, spinto dalla curiosità, ha voluto vedere da vicino quel personaggio famoso che diceva parole di verità ben diverse da quelle dei sapienti del tempo e operava fatti straordinari? quel misterioso Maestro di cui i suoi figli parlavano tutti i giorni con ammirazione? Non lo sapremo mai. Certo Simone, sia pure controvoglia e probabilmente senza capire che cosa sta succedendo, viene coinvolto almeno per un tratto nella storia della Salvezza, si pone al séguito di Gesù e ne condivide e per qualche momento il cammino facendosi coinvolgere nella sua via dolorosa. Ma in fondo è quello che può capitare anche a noi cristiani di oggi: magari nel momento di difficoltà, costretti e di mala voglia, accettiamo comunque di metterci alla sequela di Gesù e di lasciarci coinvolgere, anche solo per un attimo e per un tratto infinitesimo di strada, nella fatica e nella sofferenza della Croce.

 

 

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