Foto mano anziana generata con AI di Grok

 

 

di Alfredo Villa

 

Dio si è donato incarnandosi e in Cristo vi è la sua Misericordia. 

Tale misericordia può essere anche interpretata come la possibilità offerta all’uomo di imitare Cristo e allo stesso tempo con l’accettazione della consapevolezza di non poterlo imitare. 

Cristo offre quindi la possibilità di una sequela del suo operare che è anche, ma non solo, umana, pratica, reale, concreta effettiva e così, in qualche modo, l’unica efficace ed efficiente. 

Indica qualcosa che l’uomo può fare e nello stesso tempo mostra come dovrebbe essere fatto e come questo operare abbia un senso solo se inserito in quella condizione di abbandono fiducioso alla volontà di Dio, che si manifesta spesso in modo misterioso e non comprensibile, soprattutto nelle situazioni di sofferenza. 

Cristo, in quanto inizio e fine di ogni cosa, consente di coniugare e di far sovrapporre ciò che all’uomo non è concesso, ovvero l’estremo ed assoluto mistero di Dio con la concretezza dell’operare quotidiano. 

E così tutto diviene una sovrapposizione di sguardi. 

Si vuole così sottolineare che la similitudine, l’immagine e somiglianza, diventa identità quando lo sguardo, sul prossimo e sulla Storia coincide. 

La sequela di Cristo si concretizza nell’imparare a vedere la realtà del creato allo stesso modo del creatore. Con amore.

E la divinità dell’uomo sembra concretizzarsi in questa unità con Dio, attraverso uno sguardo condiviso, reso possibile dal Figlio incarnato.

Siamo invitati quindi a svuotarci di ogni contenuto personale e di diventare strumento di Cristo. 

Solo così si diventa capaci di avvicinarsi a chi incontro, povero o no, esattamente come Cristo ha fatto al compimento del tempo e continua a fare anche ora ogni qualvolta, nostro tramite, agiamo nell’obbedienza allo Spirito. 

Così facendo non potrei vedere nell’altro uomo il Cristo, con cui condivido lo sguardo, ma vedrei con l’amore di Cristo ogni cosa. 

Thomas Merton, monaco trappista del secolo scorso disse con grande semplicità “Dobbiamo amare la nostra povertà come la ama Gesù. Essa ha tanto valore ai suoi occhi, che è morto sulla Croce per presentare la nostra povertà al Padre suo ed arricchirci dei tesori della sua misericordia infinita. Dobbiamo amare la povertà degli altri come la ama Gesù. Dobbiamo vederli con gli occhi della sua compassione”.

Non ho dubbi sul fatto che il modo migliore di amare Cristo, sia non tanto nel cercarlo, ma nell’accettarne la presenza nel proprio cuore, affinché si possa avere il suo stesso sguardo e con esso il suo stesso amore. 

Nelle precedenti riflessioni si è tentato di offrire una possibile chiave di lettura quanto alla valenza di una certa tradizione che vuole che, per servire cristianamente il povero, si debba essere in qualche modo capaci di “vedere” nelle sofferenze dell’uomo il patire del Cristo. Nella chiave di lettura proposta, si giungeva alla conclusione che piuttosto che “vedere” Gesù nel povero, fosse più corrispondente al messaggio evangelico avere, sul povero, lo stesso “sguardo” che Gesù gli riserva e con questo, essere spinti non a cercare il Cristo nel prossimo, ma a trovarlo in sé stessi, in quanto noi, effettivamente i più poveri dei poveri, se Lui non è nel nostro cuore. 

In queste ulteriori considerazioni, che in qualche modo concludono le precedenti, ci si chiede però se vi siano situazioni dove, nel povero, sia effettivamente presente il Cristo.

In questo la Parola di Dio, ci fornisce una risposta inequivocabile in Matteo 25, 35-40. 

“Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi”. 

Vi sono quindi situazioni, dove il Cristo ed il povero, sono la stessa persona e questo indipendentemente dalla mia capacità di vedere l’uno nell’altro. 

Nel Vangelo questa “identità” viene data come reale ed oggettiva. 

Inoltre, questa oggettività reale non dipende ovviamente da un nostro desiderio o volontà di vedere il Cristo nel povero, ma è la grazia di poter credere come vera e possibile questa sovrapposizione e sostituzione. 

Quindi è importante chiedersi in quali circostanze il povero riveste un aspetto quasi sacramentale ed in quali è invece rischiamo di utilizzarlo quale simulacro, spesso anche per un nostro ritorno. 

Vi è una differenza essenziale tra simulacro e sacramento. 

Un simulacro, per l’enciclopedia Treccani, è “un’immagine di divinità (specificatamente di dei pagani) che è parvenza”. Vi è quindi una connotazione negativa nel termine stesso e soprattutto nell’ “utilizzare” il povero a tal fine. 

Purtroppo, cadiamo troppo spesso in tale errore, quando, pur in buona fede, pensiamo di servirlo.

Un sacramento invece è ciò che consente l’incontro con Dio, nella grazia e nella fede, attraverso forme visibili. 

Sacramento è quando “la divina virtù opera in segreto la salvezza sotto il velame di segni corporei” (San Gregorio) ed é “segno visibile della grazia invisibile, istituito per la nostra giustificazione” (San Bernardo) ed inoltre, “il segno, oltre alla cosa che offre ai sensi ci fa anche prendere cognizione di un’altra cosa; come dall’orma impressa nel suolo subito ne deduciamo il passaggio di qualcuno” (Sant’ Agostino).

Mi chiedo quindi se esistano delle condizioni dove, il ricercare consapevolmente il Cristo nel povero, sia evento reale di grazia salvifica.  

Ritengo assolutamente di sì e penso che questo accada ogni qualvolta io sia capace di chiedere perdono al povero per la sua condizione di sofferenza. 

Vorrei si comprendesse come sia una necessità fondamentale il chiedere perdono al povero, in quanto è la nostra miglior possibilità per chiedere perdono a Dio. 

Vorrei poter dire con certezza che nel chiedere perdono al povero, lo si chieda effettivamente al Cristo, consentendo alla misericordia di Dio di raggiungerci e di avvolgerci amorevolmente.

Inoltre, questo chiedere perdono al sofferente ha un duplice effetto e valenza. 

È chiedere perdono al povero in quanto tale e contemporaneamente è chiedere perdono al povero in quanto Cristo.

In entrambi i casi si ottiene misericordia.

Si è detto che, servendo correttamente il povero non si valorizzi l’aspetto umano, in quanto è un uomo che serve un altro uomo e che così facendo, lo si riconosce come tale e per quanto lo si serva grazie ad un amore che ci è stato donato, grazie ad un atteggiamento che si apprende nella sequela del Cristo, maestro d’amore, il servizio al povero apre ad una relazione essenzialmente orizzontale.

Chiedendogli invece perdono, trascendo la sua individualità e la sua umanità e riconosco in lui la presenza imprescindibile del Cristo, dando così alla nostra relazione trascendenza e verticalità.

Chiedendo perdono al povero, chiediamo in realtà perdono a Dio, attraverso il Figlio che è realmente il povero davanti al quale ci si inginocchia.

Inoltre, le due azioni, ovvero la richiesta di perdono al povero ed il servizio a quest’ultimo, sono assolutamente necessarie e complementari l’una all’altra.  

La prima, però, deve precedere la seconda. 

Devo preventivamente avere il perdono del povero, della qual sofferenza sono, sempre e comunque causa, affinché il mio servirlo sia inserito nel messaggio evangelico. 

Chiedendo perdono al povero compio effettivamente un’azione densa di significato.

Innanzitutto, ne riconosco la condizione e così facendo mi apro alla compassione. 

Tale compassione mi chiama non solo a condividerne la sofferenza, ed a livello umano ad agire per porvi rimedio, ma mi spinge ad essere parte del suo dolore. Questo esserne parte è il primo passo per comprendere come tale dolore non solo sia anche il mio, in quanto mi sono mostrato aperto alla condivisione, ma soprattutto è mio in quanto io ne sono la causa. 

Ed è di questo che devo chiedere perdono al povero.  

Di essere la causa, in quanto io uomo e peccatore, della sua condizione.

Questo percorso introspettivo porta alla superficie delle considerazioni o, meglio ancora, delle parole, che, per quanto sembrino anacronistiche, non sono mai state attuali come in questi tempi di “irresponsabilità organizzata”. 

Queste parole sono “peccato”, “libertà” e “responsabilità”.

Non si vuole qui entrare nell’analisi di tali problematiche, ma solo sottolineare che non è richiesta una responsabilità diretta per essere completamente e personalmente responsabili di una ingiustizia, quale è la condizione di sofferenza e di povertà del prossimo.

Del resto, questa nostra responsabilità diretta è comunque sempre presente ed è chiamata in causa dal nostro peccato. Peccato che è ben altro che la sommatoria delle nostre mancanze, ma è quello per cui il Cristo è morto in offerta di salvezza e resurrezione. 

Inoltre, pensare in questo modo, ci porta forzatamente a non chiederci se il povero che incontriamo sia causa o no della sua situazione. 

Ci porta quindi a non giudicare la povertà altrui ed a considerare sempre la sofferenza del prossimo sullo stesso piano della sofferenza dell’innocente. Che è ingiusta forse nella sua ridistribuzione, ma che non è mai casuale, in quanto risultanza del male nell’uomo. 

E quindi dal male che è presente in ognuno di noi.

Dobbiamo imparare quindi a credere che il povero non sia solo l’uomo che abbiamo di fronte con la sua storia e le sue colpe, ma che, dal momento che chiedo a lui perdono, questi rappresenti in modo sacramentale il Cristo, ai cui piedi depongo le mie colpe con lo stesso atteggiamento della peccatrice in Luca 7, 36-50. 

Devo imparare a riconoscere che è solo a causa della mia povertà e pochezza, della mia impotenza, del mio egoismo ed in ultima analisi della mia carne, che il povero è nella condizione in cui si trova. 

È il peccato dell’uomo, e quindi il mio, che è origine e motivo della sua sofferenza. 

E la sua sofferenza è quella del Cristo. 

Questa sovrapposizione di Cristo nel povero, trova la sua ragione essenzialmente nella sofferenza, in quanto le loro sofferenze sono identiche poiché hanno la stessa causa nel male che è in noi stessi. Ognuno di noi non è solo colui che può aiutare il prossimo, ma primariamente è la causa della sua situazione. 

Il nostro aiuto al povero ha quindi anche valenza di compensazione, di riparazione e di penitenza. 

Questo modo di vedere il servizio al povero, inoltre, serve anche a togliere al nostro agire ogni potenziale rischio di superbia, orgoglio e vanagloria.

Prostrandosi ai piedi del povero e chiedendogli perdono, si agisce su più piani e chiedendo perdono ad entrambi, al povero ed al Cristo, si rende palese quanto espresso in Matteo 25, 35-40.

Il povero è il Cristo sofferente che, oggi come allora, viene continuamente crocefisso per i nostri peccati. 

Peccati di cui siamo liberamente, personalmente ed assolutamente responsabili, peccati di cui è necessario chiedere perdono a chi, il povero, ne subisce le conseguenze su questa terra.

Vi è a mio avviso una relazione di causa effetto, tra il nostro peccare e la sofferenza dell’innocente, che è ben più reale di quanto possa essere effettivamente comprensibile razionalmente. 

Chiedendo perdono al povero per la sua condizione di cui apparentemente non sono responsabile, riconosco invece che la mia richiesta è espressa effettivamente al Cristo, delle cui continue sofferenze, sono, con il mio peccare, causa prima. 



 

Facebook Comments