Su questo blog, con l’unico scopo di favorire un sereno confronto, spesso rilanciamo articoli o spunti provenienti da altre fonti che riteniamo interessanti per i nostri lettori. Di seguito segnalo l’articolo scritto da Eamonn Clark, STL, pubblicato su Catholic Culture. Visitate il sito e valutate liberamente le varie opzioni offerte e le eventuali richieste. Ecco l’articolo nella traduzione da me curata.
La Fraternità San Pio X (FSSPX) è impegnata da decenni in un dialogo con la Santa Sede riguardo alla propria natura, ai propri diritti e ai propri doveri. Si tratta di una vicenda complessa, che si è svolta in gran parte dietro le quinte. Con l’imminente consacrazione di quattro vescovi contro l’espressa volontà di Papa Leone XIV, la FSSPX ha chiaramente segnalato che il mese prossimo si aprirà un nuovo capitolo di questa saga.
L’ultima volta che la FSSPX ha consacrato dei vescovi è stato nel 1988, in diretta opposizione alla volontà di Papa Giovanni Paolo II. Si trattava di due rettori di seminario, un superiore distrettuale e un sacerdote molto giovane. Il mese prossimo ci sarà la consacrazione di due rettori di seminario, un superiore distrettuale e un sacerdote molto giovane. È difficile vedere in questo altro che una riproposizione intenzionale del momento del 1988.
La Santa Sede ha chiarito abbondantemente che almeno coloro che partecipano direttamente alla consacrazione – i consacratori e i consacrandi – incorreranno nella scomunica a causa di un atto di scisma, proprio come è accaduto nelle consacrazioni del 1988.
Naturalmente, ci sono state molte voci sia contro che a favore delle consacrazioni, o almeno che minimizzavano la gravità dell’azione. Cosa ha da dire la stessa FSSPX su tutto questo?
Innanzitutto, l’affermazione fondamentale della FSSPX è che la Chiesa si trova in un momento di crisi particolarmente grave, derivante da errori e ambiguità nei testi del Concilio Vaticano II e nelle riforme liturgiche che ne sono seguite. A loro avviso, questa crisi giustifica azioni che normalmente non sarebbero ragionevoli. Le azioni della Fraternità non sono certamente ragionevoli in senso comune, soprattutto la consacrazione di nuovi vescovi affinché i sacerdoti della Fraternità non debbano dipendere da favori esterni da parte di altri vescovi meno comprensivi.
Il “grande” problema è che la Chiesa è stata quasi sempre in crisi. È persino appropriato dire che, in un certo senso, la Chiesa Militante è una crisi. Siamo stati lasciati tra la prima e la seconda venuta del Signore, con la nostra natura decaduta, circondati da ogni sorta di male e di difficoltà. E siamo sempre tentati di vedere il nostro tempo come il più grave, il più importante, il più drammatico – proprio come ogni elezione presidenziale statunitense viene pubblicizzata come «l’elezione più importante di sempre». La realtà è più vicina a ciò che dice Qohelet: non solo non c’è nulla di nuovo sotto il sole, ma coloro che si chiedono perché i vecchi tempi fossero migliori non lo fanno per saggezza (Ecclesiaste 1,9; 7,10).
Il problema più evidente è rivelato da una domanda che forse molti sacerdoti al di fuori della FSSPX si stanno ponendo: perché la necessità di questa soluzione particolare? Perché non unirsi a uno qualsiasi degli altri gruppi tradizionali, che sembrano non avere problemi ad andare d’accordo con la Santa Sede? Di sicuro ci sono persino decine di “sacerdoti del Novus Ordo” che hanno più o meno le stesse opinioni sui passaggi controversi di Nostra Aetate e Dignitatis Humanae del sacerdote medio della FSSPX; potrebbero persino desiderare disperatamente la possibilità di celebrare la Messa Tridentina. Eppure, tengono la testa bassa, collaborano con il loro vescovo locale e svolgono tranquillamente il loro lavoro – dall’ambone, nel confessionale e nella loro testimonianza quotidiana di santità e verità. Perché c’è bisogno di un gruppo bellicoso sui iuris come la FSSPX?
In secondo luogo, la FSSPX lamenta che l’insegnamento della Lumen Gentium sul nesso tra consacrazione, giurisdizione e scisma sia illegittimo, poiché l’insegnamento “tradizionale” sulla consacrazione episcopale non equipara il conferimento della giurisdizione alla consacrazione episcopale, e quindi non comporta una rottura con il governo del Papa.
Senza una storia completa del dibattito piuttosto complesso sulla natura dell’episcopato, vale la pena menzionare tre punti.
In primo luogo, esisteva un’opinione teologica molto diffusa e ben fondata secondo cui l’episcopato non solo era intrinsecamente connesso alla giurisdizione, ma ne era talmente sintetizzato da poter essere definito come “sacerdozio con giurisdizione”. Ciò portò ad alcuni casi di sacerdoti che tentarono di conferire gli Ordini Sacri, con diversi casi di apparente approvazione papale per questa pratica. Oggi ciò è impensabile, ma il diritto e il potere dei soli vescovi di conferire gli ordini sacri non è sempre stato evidente. Infatti, il Concilio di Trento respinse questo errore con una certa forza, senza tuttavia arrivare al tipo di condanna o definizione che ci si sarebbe potuto aspettare o sperare. Eppure, vediamo che il ricorso all’«insegnamento tradizionale» da parte della FSSPX non è esattamente così netto come vorrebbero far credere.
Si noti che persino san Tommaso d’Aquino negava che l’episcopato fosse un ordine distinto, poiché il significato della parola e ciò che essa designa erano ancora in fase di chiarimento teologico. Con la Lumen Gentium, possiamo chiaramente affermare che sì, si tratta di un ordine distinto. E con tale ordine distinto deriva la prerogativa e il potere unici di ordinare validamente al diaconato, al sacerdozio e all’episcopato. Anche se un vescovo non esercita necessariamente una giurisdizione reale, è sufficiente, per un tipo fondamentale di disordine ecclesiastico, che egli abbia l’immediata potenzialità di farlo ma non abbia ricevuto un mandato legittimo per avere tale autorità: questa disposizione verso il governo deriva dal carattere conferito nella consacrazione episcopale, e per una rottura dell’unione con il legittimo governatore della Chiesa è sufficiente che essa sia presente, anche se latente.
Tutto ciò per dire che l’affermazione della FSSPX secondo cui non stanno cercando di istituire una giurisdizione episcopale illegittima, e che ciò si basa sulla “teologia tradizionale”, è più che un po’ problematica.
In secondo luogo, non si può avanzare alcun argomento plausibile secondo cui il conferimento degli Ordini Sacri, a qualunque grado, non appartenga propriamente alla missione divina del papato di regolare. Leggiamo quanto segue nel decreto del Concilio Vaticano I sul primato papale:
Perciò insegniamo e dichiariamo che, per divina ordinanza, la Chiesa romana possiede una preminenza di potere ordinario su ogni altra Chiesa, e che questo potere giurisdizionale del Pontefice romano è sia episcopale che immediato. Sia il clero che i fedeli, di qualsiasi rito e dignità, sia singolarmente che collettivamente, sono tenuti a sottomettersi a questo potere per dovere di subordinazione gerarchica e di vera obbedienza, e ciò non solo nelle questioni riguardanti la fede e la morale, ma anche in quelle che riguardano la disciplina e il governo della Chiesa in tutto il mondo.
Il documento prosegue:
Pertanto, se qualcuno afferma che il pontefice romano ha solo un ufficio di supervisione e guida, e non il pieno e supremo potere di giurisdizione su tutta la Chiesa, e ciò non solo nelle questioni di fede e di morale, ma anche in quelle che riguardano la disciplina e il governo della Chiesa diffusa in tutto il mondo; o che egli ha solo la parte principale, ma non la pienezza assoluta, di questo potere supremo; o che questo suo potere non sia ordinario e immediato sia su tutte e ciascuna delle Chiese, sia su tutti e ciascuno dei pastori e dei fedeli: sia anatema. (Pastor Aeternus, Capitolo 3)
Spetta chiaramente al papa moderare la dispensazione dei sacramenti, soprattutto la selezione dei candidati a diventare suoi collaboratori nel sacro ministero, e soprattutto scegliere quali uomini desidera chiamare nel collegio episcopale. Per dirla senza mezzi termini, se la selezione dei vescovi non spetta alla giurisdizione ecclesiastica del pontefice romano, allora nulla spetta a lui. Altrimenti, come nei giorni di anarchia dei Giudici, ognuno sarebbe libero di fare ciò che ritiene giusto (Giudici 17:6).
Quindi, in definitiva, le consacrazioni sono un atto di scisma, anche se non è questa l’intenzione espressa, un po’ come un uomo che sostiene di non aver inteso uccidere la sua vittima, ma solo di somministrarle un veleno letale.
Terzo, anche se tutto questo fosse sbagliato – e non lo è – una fiducia infantile nella provvidenza di Dio sulla Sua Chiesa, che opera attraverso la semplice obbedienza, sarebbe sufficiente a soddisfare i doveri di qualsiasi società clericale o sacerdotale. Il singolo membro del clero non può vedere realtà spirituali lontane e contingenti al punto da poter prudentemente eludere l’obbedienza di buon senso a coloro che hanno l’ufficio e il mandato di prendersi cura dell’intera comunità ecclesiale, ed è per questo che Dio non vuole che lo facciano. Gli uffici esistono per il bene dell’ordine, specialmente a lungo termine, non solo per una dimostrazione esteriore di richieste simboliche e educate di permessi non necessari. Al contrario, Dio vuole che coloro che hanno l’ufficio e la grazia di stato che lo accompagna siano amministratori della Chiesa, mentre Dio opera la salvezza delle moltitudini a modo Suo, a tempo Suo, anche a volte attraverso gerarchi indegni.
Le levatrici ebree non potevano vedere che presto sarebbe nato un bambino che avrebbe condotto gli ebrei in Canaan grazie alle loro azioni, né la FSSPX può vedere che un santo ancora sconosciuto non sarà suscitato da Dio per liberare la Chiesa dai suoi mali attuali nonostante o addirittura del tutto indipendentemente dalle loro azioni. La FSSPX cerca di “risolvere la crisi” da oltre cinquant’anni – eppure, secondo le sue stesse parole, le cose ora vanno peggio di prima. Quindi non è nemmeno chiaro se siano stati particolarmente efficaci. Cosa cambierà ora?
La FSSPX pensa semplicemente di essere l’unica custode sicura della fede cattolica, e che il Papa debba quindi ascoltare loro su cosa fare – altrimenti faranno ciò che vogliono. Ha chiesto un mandato per le proprie consacrazioni come gesto di cortesia, non per vera obbedienza da parte di figli. Se Davide esitò a toccare il mantello di Saul (1 Sam 24,1-22), la FSSPX non dovrebbe esitare a disobbedire palesemente al Papa?
Le bugie bianche delle levatrici ebree erano di per sé una cosa da poco. Dirottare la giurisdizione ecclesiastica con azioni sacramentali illegali e creare una Chiesa parallela de facto non lo è. I peccati spirituali – orgoglio, disobbedienza, scisma, sacrilegio, scandalo – non sono sempre così facilmente riconoscibili per quello che sono. Gli abortisti, i ladri e gli adulteri possono essere rapidamente identificati come malfattori, perché le azioni riguardano l’ordine materiale. Ma tali peccatori possono affermare, e lo fanno, di essere stati motivati dall’«amore per qualcuno», non diversamente da come la FSSPX protesta che le sue azioni sono motivate dalla carità, dalla preoccupazione per le anime, dal sincero desiderio di trasmettere la tradizione.
Senza dubbio hanno a cuore le anime, ma la prima anima di cui ci si deve occupare è la propria. Ogni scismatico e ogni persona disobbediente sostiene di agire per il bene superiore. Eppure il bene più grande sta nel fare la volontà di Dio, anche quando si è soggetti a un superiore con meno talento di sé, e anche quando il superiore è malvagio. Anche se motivi cattivi dovessero entrare in un comando materialmente legittimo, i motivi di Dio non sono mai cattivi.
La terribile omelia di cinque secondi di Giona alle masse malvagie dei Niniviti fu efficace solo grazie all’obbedienza (Giona 3:4, 4:5-11). Forse, invece di insistere su quello che probabilmente sarebbe un incontro improduttivo con il Papa, la FSSPX potrebbe prestare attenzione alla lezione che il profeta imparò mentre l’ombra della sua preziosa vite scompariva: che Dio si prende cura del Suo Popolo e realizzerà i Suoi disegni a modo Suo, e tutto ciò che possiamo fare è ciò che ci viene chiesto di fare – o che siamo costretti a fare.
Eamonn Clark, STL
Eamonn Clark, STL è un teologo morale abilitato e dottorando presso la Pontificia Università di San Tommaso d’Aquino (Angelicum) a Roma, dove vive da circa dieci anni. Ha esperienza di ricerca in diversi archivi romani ed è autore di un libro molto apprezzato sulla teologia morale e la pianificazione familiare naturale.
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Tobia