Alasdair MacIntyre, filosofo scozzese
Alasdair MacIntyre, filosofo scozzese

 

 

di Nicola Lorenzo Barile

 

Sembra che nei colleges cattolici americani la domanda oggi prevalente fra gli studenti non sia tanto «Come posso essere un buon cattolico in una società liberal pluralista?», quanto: «Posso essere un buon cattolico in una società liberal pluralista? E se ciò non fosse possibile, quali sarebbero le alternative?». In una società senza molti buoni maestri e insegnamenti ormai sicuri, allora, il De Nicola Center for Ethics and Culture presso l’università cattolica americana di Notre Dame ogni anno invita Alasdair MacIntyre, uno dei più importanti filosofi credenti, a tenere una lezione nell’ambito di un convegno da esso organizzato. Scelta più che mai indovinata, dato che MacIntyre si occupa dell’oblio dei valori cristiani tradizionali e della scarsa dimestichezza con essi, a partire da Dopo la virtù (ed. orig. 1981), il suo libro più famoso (ha ispirato, fra gli altri, anche l’Opzione Benedetto di Rod Dreher) che, dopo i trascorsi marxisti dell’autore, tornava a porre al centro della sua originalissima storia della filosofia morale il pensiero di Aristotele e di San Tommaso d’Aquino, come base dell’agire anche sociale dell’uomo contemporaneo.     

Pure quest’anno, dunque, l’ormai novantuaduenne MacIntyre, detto scherzosamente (ma non troppo) Big Mac per la sua statura non solo morale ed intellettuale, è stato chiamato a dare il suo contributo, in occasione della conference dal titolo I Have Called You by Name: Human Dignity in a Secular World in cui gli studiosi hanno discusso il concetto di «dignità umana», molto importante ai giorni nostri, non solo dal punto di vista dei suoi fondamenti teorici, ma anche dal punto di vista delle implicazioni pratiche: lasciando infatti spazio alla diffusione di un concetto così vago e senza una solida base filosofica, come vedremo, in nome della «dignità umana» si può giustificare qualsiasi diritto, da quello della libertà di espressione alla libertà d’interrompere volontariamente la gravidanza, purché legislatori e tribunali siano d’accordo. Un tema, dunque, niente affatto accademico, ma di estrema attualità, dato che negli Stati Uniti, infatti, il 1° dicembre è cominciata di fronte alla Corte Suprema la presentazione degli argomenti sul caso Dobbs versus Jackson Women’s Health Organization, che può ribaltare il diritto ad abortire da parte delle donne, sancito nel precedente pronunciamento della Corte a proposito del famoso caso Roe versus Wade (1973).  

Human Dignity: A Puzzling and Possibly Dangerous Idea? è il titolo scelto da Big Mac per il suo intervento: non è forse sconcertante (appunto, puzzling), si chiede il filosofo, l’affermazione secondo la quale anche Hitler e Stalin hanno una «dignità umana»? perché secondo il concetto contemporaneo di «dignità umana», affermatosi in contrapposizione proprio alle violenze della Seconda guerra mondiale per mettere d’accordo popoli di nazionalità diverse su alcuni, vaghi princìpi comuni da inserire in carte e trattati internazionali (si veda, ad esempio, la Dichiarazione universale dei dritti umani delle Nazioni Unite, 1948), ogni essere umano, e dunque anche Hitler e Stalin, in quanto tale, ha diritto alla sua «dignità umana».

Si è avviata così, non da adesso, una pericolosa (dangerous) deriva e, nel caso dei due dittatori della Seconda guerra mondiale su citati, una evidente aberrazione, sulla quale, secondo Big Mac, San Tommaso d’Aquino, che formulò un suo concetto di «dignità umana» e, più recentemente, il tomista Charles De Koninck (1906-1965), che lo ha esaustivamente indagato, dissentirebbero, dato che, secondo loro, invece, anche un essere umano può perdere la sua dignità. A differenza del concetto di «dignità umana» elaborato dopo la Seconda guerra mondiale, a parere di San Tommaso d’Aquino e Charles De Koninck, infatti, non è ciò che noi siamo che ci dà «dignità umana», ma è piuttosto ciò che dovremmo diventare che ce la fa conseguire.

Secondo San Tommaso d’Aquino e Charles De Koninck, spiega meglio Big Mac, si deve distinguere tra «dignità» e «utilità»: quest’ultima implica il valore solo in quanto mezzo, mentre la prima come fine (telos, in greco). La dignità dell’essere umano deriva dall’avere come fine la conoscenza e l’amore di Dio che, a loro volta, derivano dalla nostra natura di creature razionali, dato che la più alta realizzazione della razionalità umana è la comprensione più ampia delle cose, fra cui spicca sicuramente la conoscenza di Dio come causa prima, mentre la più alta realizzazione della volontà è l’amore del più perfetto oggetto del desiderio, che non può che essere Dio. Ecco perché la nostra dignità deriva non da ciò che noi siamo in realtà, quanto soprattutto da ciò che noi siamo potenzialmente, ovvero creature che conoscono e amano Dio ma che, se messo da parte, conclude Big Mac, sempre sulla scorta di San Tommaso d’Aquino e Charles De Koninck, si mette da parte anche la base della «dignità umana» e si diventa peggio delle bestie; come sintetizzano San Tommaso d’Aquino e Charles De Koninck: «Un cattivo essere umano è peggio che una bestia cattiva».

Nonostante l’assenza di un benché minimo orientamento verso Dio da parte del concetto di «dignità umana» elaborato dopo la Seconda guerra mondiale, esso gode di indubbia popolarità, non solo presso le nostre società ormai secolarizzate, perché consente di credere all’eliminazione, grazie ad esso, di mali come le discriminazioni, le umiliazioni e le uccisioni di vite innocenti, ma anche fra i cattolici, convinti che si possa dialogare proprio sulla base della «dignità umana» con la società, per giustificare i fondamenti dell’insegnamento della Chiesa sulle principali questioni morali contemporanee: aborto, eutanasia, ricerca sulle cellule staminali e così via.         

Big Mac frena però proprio su questo entusiasta abbraccio dei cattolici con il concetto di «dignità umana» elaborato dopo la Seconda guerra mondiale e, sempre seguendo San Tommaso d’Aquino e Charles De Koninck, chiarisce che un altro fine dell’essere umano è quello di contribuire al bene comune, il che implica, a sua volta, l’adesione a obbligazioni positive volte a compiere determinate azioni, piuttosto che a quelle meramente negative di non compierle. Secondo Big Mac, insomma, non basta condannare l’aborto come atto intrinsecamente malvagio perché contrario ad un concetto così ampio e vago come quello di «dignità umana»; occorre poi anche predisporre, ad esempio, servizi adeguati per le famiglie, come una buona istruzione, necessaria per aspirare al miglioramento della propria condizione sociale; un impiego soddisfacente per garantire il soddisfacimento dei propri bisogni essenziali, e così via. Qui si vede proprio come la discussione, solo apparentemente strettamente accademica, dell’anziano filosofo sulla «dignità umana» si faccia invece estremamente concreta e finisca per riguardare, ed eventualmente influenzare, i fondamentali delle varie politiche: quelle della famiglia, del lavoro, del welfare e così via.

Numerose le reazioni e i commenti al brillante intervento di Big Mac, volti a sottolinearne ora la ricchezza, ora la presentazione degli aspetti più problematici; sorprende che i media italiani lo abbiano ignorato, benché la conference si potesse seguire agevolmente su YouTube (vedi qui): sarò quindi costretto a dare conto delle repliche e delle puntualizzazioni più interessanti ed illustri esclusivamente in lingua inglese, particolarmente a quelle del filosofo Ben Conroy, dell’università di Chicago e, soprattutto, di Mary Ann Glendon, Learned Hand Professor ed Emerita presso la Harvard Law School, nonché ambasciatrice USA presso la Santa Sede (2008-2009), che ha chiuso significativamente la conference.

Secondo Conroy, il concetto tomista di «dignità umana», così come esposto, è difficile da proporre oggi, perché esposto facilmente all’accusa di aver ispirato, in passato, comportamenti negativi, come la dura repressione degli eretici da parte della Chiesa medievale, che si teme possano essere oggi ripetuti nei confronti di altre minoranze. Big Mac non si mostra affatto d’accordo: primo, perché non ci sono prove storiche per affermare che il concetto tomista di «dignità umana» abbia ispirato la severità con cui la Chiesa punì gli eretici durante il medioevo; secondo, perché essa fu influenzata, piuttosto, dal concetto di giustizia di Aristotele, secondo il quale a ciascuno va data il suo, più che da quello di «dignità umana», che oggi ha sostituito in pieno quello di giustizia, sotto il quale durante il medioevo ricadevano numerosi aspetti della vita, sicché è di questo, e delle sue difettose applicazioni, che dovremmo se mai discutere.      

Decisamente affascinanti le conclusioni della professoressa Glendon, pronta, da una parte, a riconoscere mancanza di esperienza del mondo e indifferenza nei confronti del consenso popolare, indispensabile ai governi oggi e, di conseguenza, freddezza intellettuale al concetto tomista di «dignità umana»; dall’altra, che essa però ha permesso ai grandi filosofi della Grecia antica, come Platone e Aristotele, di cominciare a farsi domande sul mondo, a vedere sé stessi come «soggetti» e i loro temi di indagine come «oggetti», così che è necessario, secondo lei, un passo successivo, ovvero riconoscere che, filosoficamente, siamo un soggetto, che vede gli altri soggetti come oggetti, per comprenderli come soggetti a sé stanti. Chi ce la farà a compiere quest’ultimo, necessario step, migliorerà la nostra capacità di trattarci vicendevolmente come persone, nel modo più giusto: un notevole contributo al comandamento più grande, quello cioè di amarci gli uni gli altri, come Lui ha amato noi (Gv, 13, 34).      

 

 

 

 

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