“Vocazione dei santi Pietro ed Andrea” Caravaggio
“Vocazione dei santi Pietro ed Andrea” Caravaggio

 

Domenica II del Tempo Ordinario (Anno B)

(1Sam 3,3-10.19; Sal 39; 1Cor 6,13-15.17-20; Gv 1,35-42)

 

di Alberto Strumia

 

Il Tempo Ordinario della liturgia ci insegna a vivere i “giorni normali” secondo una concezione cristiana della vita.

– La prima lettura potrebbe essere intitolata: Il percorso di educazione della ragione alla luce della fede.

Samuele viene progressivamente istruito dalla “realtà del fatti”, con la guida del suo “maestro” Eli, ad imparare a tenere conto della presenza reale del Signore, che guida la storia della sua vita insieme a quella di tutto il mondo creato, intervenendo ordinariamente e straordinariamente nel corso di essa.

Così Samuele impara, passo dopo passo, a superare il “materialismo” delle sole apparenze, per tenere conto della presenza provvidente di Dio, con la quale occorre diventare familiari.

Tutto questo vale anche per noi: un’educazione cristiana vera ti insegna a riconoscere il Signore come “Uno di casa”, il principale componente della propria famiglia. Quello “principale” perché è Lui che la “tiene insieme” per tutta la vita.

In questa lettura viene documentato in modo didatticamente efficace, perché facile da comprendere, il paziente lavoro educativo di Dio nei confronti di ciascuno di noi, fino a che non si sia imparato a riconoscerlo e ad averlo caro.

Occorreranno ben tre momenti nei quali il Signore si manifesta a Samuele, in tre “circostanze” distinte. E occorre un “maestro” di vita che, avendo vissuto già prima di lui una simile esperienza, lo può aiutare a riconoscere la presenza di Dio attraverso quelle circostanze. Proviamo ad applicare anche a noi stessi, alla nostra storia, questo modo di leggerla per comprenderla non superficialmente.

Attraverso le “circostanze”, mediante la “verifica” sperimentale del loro ripetersi, con la guida di un maestro, abbiamo imparato a riconoscere la nostra “vocazione”, qualunque essa sia (matrimonio, vita dedicata interamente a Dio nelle sue diverse forme).

Attraverso le “circostanze” si impara a riconoscere e ad invocare Dio come “Provvidenza”. I nostri “vecchi” avevano un senso della Provvidenza spesso incrollabile e ci sono stati maestri di vita per farlo acquisire anche a noi. Le nostre preghiere e Messe di suffragio per loro che non sono più qui sulla terra, sono il modo più vero per ringraziarli.

– Il Vangelo di Giovanni, secondo il passo che abbiamo letto oggi, merita il titolo di Vangelo dell’incontro e dell’esperienza cristiana.

Incontro. In questo brano viene descritto il modo concreto attraverso il quale si diventa credenti in Gesù Cristo. Attraverso la “circostanza” di un “incontro”. Per i primi discepoli, che poi furono chiamati ad essere Apostoli, fu l’incontro con Gesù, su indicazione di Giovanni Battista che in questo fu per loro un primo “maestro di vita”. Per tutti coloro che hanno creduto dopo è stato l’incontro con qualcuno che quell’“incontro” lo aveva già fatto prima e ne era stato cambiato nel profondo del suo essere, nella sua “antropologia”, attraverso la fede.

Come diretta conseguenza dell’incontro con Cristo, ci fu la decisione di quei “primi” di seguire il Signore per stare con Lui più tempo possibile («quel giorno rimasero con Lui»).

Luogo. Per stare con Lui occorreva un “luogo”, la Sua Casa («Andarono dunque e videro dove egli dimorava»). Per noi, oggi, la Sua Casa è la Chiesa, almeno inizialmente attraverso quella comunità alla quale appartiene la persona che ci ha invitato per l’“incontro”.

Esperienza. Questo stare con Cristo nella comunità consente di vivere una “esperienza” cristiana, che uno porta con sé anche se le persone del primo incontro venissero meno o si allontanassero, se la piccola comunità degli inizi si dovesse sciogliere.

San Tommaso spiega proprio che Gesù «dice “venite e vedete”, perché la casa di Dio, cioè della Gloria e della Grazia, non si può conoscere se non per esperienza: non si può spiegarla a parole» (Commento al Vangelo di Giovanni, cap. 1, lettura XV, IV, n. 290).

Il compito di quelle persone che ci hanno invitato è stato quello di portare a Cristo e non a loro stessi. A Cristo attraverso il legame oggettivo, sacramentale che è la Chiesa universale, che Gesù stesso ha stabilito come via ordinaria per stare con Lui, anche se i suoi componenti non fossero tutti santi, anche nei momenti in cui i suoi capi divenissero indegni traditori, come successe a Pietro stesso. Per questo dobbiamo tirare dritto anche in un tempo di apostasia come quello presente.

– La seconda lettura trae le conseguenze pratiche (“morali”) del cambiamento “antropologico” che è effetto dell’incontro con Cristo. In particolare, qui l’Apostolo Paolo si riferisce al modo di concepire e trattare il proprio corpo, come creato e redento da Cristo e non più secondo il materialismo edonista, dominante nel mondo, particolarmente il nostro: «Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo?». Non è solo un invito ad un rispetto “religioso” ma facoltativo di se stessi, ma è una direttiva per il proprio bene anche fisico oltre che psicologico, e interiore, spirituale. Se non rispetti questa direttiva di comportamento finisci per averne un danno anche tu, sia fisico che spirituale. Gente del nostro tempo, del nostro mondo, non siete voi i padroni assoluti neppure del vostro corpo! Volete decidervi a prenderne atto? Se rispondete di no, finirete per distruggere anche la società, oltre che voi stessi e i vostri figli. Ed è proprio ciò che sta accadendo oggi…

Affidiamo noi stessi e il mondo intero, a Maria la madre di Dio, a san Giuseppe protettore della Chiesa, perché sia restituito a tutti il lume della ragione, attraverso quello della fede, per il recupero del “giusto modo” di stare con sé stessi e con gli altri, che è reso possibile solo dal “giusto modo” di stare dell’uomo con Dio Creatore. Questa è la Salvezza in tutto il suo spessore antropologico.

 

Bologna, 14 gennaio 2024

 

 

Facebook Comments