di Fausto Benvegna

 

L’occasione della visita di un amico venuto dalla Toscana e il mio desiderio di mostrargli alcune importanti opere della mia terra mi ha portato a rivedere, dopo alcuni anni, il museo archeologico di Aidone. Vi ho ritrovato purtroppo qualcosa che nessuno denuncia, e che con icastica definizione chiamerò lo sfregio agli acroliti di Morgantina.

Ci si permette di scherzare con la questione della cosa – vizio vieppiù diffuso in tanti musei diretti da ignoranti col gusto dello show business -, con quanto dovrebbe essere con discrezione e cautela rispettato: gli Acroliti a partire dai quali tutto dovrebbe meditatamente organizzarsi. Tornati definitivamente in Italia dagli Stati Uniti dopo il loro trafugamento essi sono stati, per opera di dozzinali dilettanti, degradati a strumento per affermare la banalità incipiente del postmoderno, della società dello spettacolo.

Chi si occupa seriamente di opere d’arte sa bene quanto una cattiva esposizione possa rendere pressoché inintelligibile il senso che la loro forma delicatamente rende visibile. Ebbene gli acroliti in questione sono un esempio terribile della brutalità che regna in un campo che esigerebbe invece un rigore estremo. Al Paul Getty Museum furono più seri: nel loro allestimento ricordarono ciò che ogni studioso della percezione dovrebbe considerare primario, il rapporto figura-sfondo, intreccio oltre il quale, ci ricorda Merleau-Ponty 1, non si può andare. Esposero così quanto rimaneva delle opere – testa, mani e piedi in marmo (il resto non esiste più giacché fu costituito da materia facilmente deperibile) – su un fondo nero. Perché in un serio allestimento museale cruciale è la questione del rispetto dell’opera: fare massimamente in modo che ciò che il tempo ha risparmiato irradi la tensione nella forma.

Immaginiamo adesso che uno scultore armato di incoscienza decida di dotare delle braccia mancanti la Venere del Louvre. Cosa avrebbe fatto con ciò? Qualcosa di analogo, nella sostanza, a quel che un tizio armato di martello fece alla Pietà di San Pietro: uno sfregio. Perché questo paragone? Perché con la costruzione dell’impianto di sostegno degli acroliti di Morgantina, nonché con la loro vestizione, qualcuno ha voluto sostituirsi all’artista Greco che, intorno al quinto secolo, li realizzò.

Notiamo qui di sfuggita che già prima di Euclide, in periodo preclassico, la Grecia era patria di seri studi geometrici e che ai livelli più seri “l’arte” era profondamente intrisa di filosofia, matematica, teologia e mistica, e in ambiti severamente iniziatici. Apprendiamo da Proclo2 come già Talete, di origine Fenicia, studiando presso gli Egizi e i Caldei, avesse appreso principi geometrici antichissimi. Leggiamo nella Bibbia 3, secoli prima di Talete, che per l’ideazione del Tempio di Gerusalemme (X a.C) Salomone chiamò a corte l’artista Fenicio Hiram di Tiro. E basta qui evocare l’opera tutta di Platone e i suoi riferimenti alla sapienza Pitagorica o Egizia per comprendere come forme di facile improvvisazione fossero, nei suoi più alti esempi, rigorosamente escluse.

Ora, con l’allestimento realizzato ad Aidone si fantastica letteralmente sui teoremi geometrico proporzionali e sui principi che sottendono l’armonia volumetrica di quelle opere. Ci si riferisce alle Korai, ma queste, a differenza dei Kouros, sono dotate di panneggio scultoreo, cosa che complica ulteriormente le cose. Peraltro, le statue arcaiche, si tratti di figure maschili o femminili, mostrano tra loro ragguardevoli differenze – di là dall’“invariante” del sorriso e dalla suddivisione canonica nei tre ordini – già nel quantum volumetrico, e senza che ciò precluda quell’armonia di fondo che ci permette di coglierne l’essenza comune. Si può infatti, al limite,

stabilire con alcuni raffronti certe proporzioni ma in nessun modo stabilire la specifica forma e superficie della scultura.

Che ne è qui del paradigma formale greco? Testa, mani, piedi, letteralmente apposti, posticci su sostegni di metallo piegato alla meno peggio a presumere di indicare la connessione tra le parti restanti; e tutto ciò in volumi vuoti, percettivamente una bestemmia per il Greco, che riservava questa problematica al tempio e al vaso. Si è qui obliterato il senso della parola mostrare – da mon: far pensare, ricordare, da cui monumèntum. Compito di chi mostra è far ri-cordare e non già interpretare, ciò che presupporrebbe la cosa d’arte stravolta, piegata alle nostre opinioni. L’opera, nella sua intensità, è profondità inesauribile: a renderla tale sono da una parte l’armonia architettonica, dall’altra le “impercettibili” nuance, le infinite modulazioni che la mano e l’intelligenza dell’artista, in questo insurrogabili, creano nella profondità prismatiche del marmo – la microforma inscindibile dalla macroforma – e del colore (essendo la scultura antica regolarmente dipinta). Tutto questo costituisce una tensione unica ed estremamente delicata che non può dunque mantenere questa profondità a dispetto di simili offese. Se infatti l’azione del tempo lascia sovente trasparire – come in filigrana – l’essenza dell’opera, un’azione umana inadeguata tende invece a violentarla. E taceremo qui dell’illuminazione ad effetto scenografico atta a peggiorare ulteriormente le cose.

Alcune voci ritengono di temperare il danno riferendo che l’intenzione non fosse quella di sostituirsi all’artista bensì di presentare l’antico ‘in chiave contemporanea’, come si usa dire oggi; come se si trattasse di operazioni differenti! C’è allora da rassegnarsi all’idea che verso gli Acroliti non ci sia il minimo amoroso rispetto, e che, a questo punto, una firma andrebbe ad essi apposta – Marella Ferrera in questo caso, una stilista di moda – accanto alla dicitura “Acroliti di Morgantina”.4

Questo è un museo archeologico, non la Biennale di Venezia o la vetrina di un negozio. A titolo di esempio opposto si guardi la lezione – ahinoi oggi in parte stravolta da un direttore museale ignorante – di Carlo Scarpa nell’allestimento di palazzo Abatellis a Palermo: come lo spazio faccia da sfondo il più possibile neutro alle opere, vere protagoniste del museo.

Restituite dunque, in nome di quel residuo di Sacro che malgrado l’oltraggio ci fa dono di sussistere intermittente, gli Acroliti a sé stessi.

 

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Note:

1 Maurice Merleau-Ponty, ‘Il visibile e l’invisibile’.

2 Proclo, ‘Commento al primo libro degli Elementi di Euclide’: “Talete fu il primo che, andato in Egitto, ne riportò questa dottrina e la introdusse nell’Ellade, e molte scoperte fece egli stesso e di molte dette lo spunto ai suoi successori affrontando alcuni problemi in m odo più generale, altri in modo più pratico.”

 3 Primo Libro dei Re, 7:13-14

4 Purtroppo tali abusi sono ormai inveterati. Già una ventina d’anni mi fa accadeva di vedere, al museo del Bargello, le straordinarie figure di animali bronzei del Giambologna giustapposte ad una ripugnante scenografia in plastica volta a simulare un prato. Lungo questi anni tali atti vandalici si sono fatti vieppiù ricorrenti e tollerati.

 


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