stato cittadino dispotismo

 

 

di Fabio Vessillifero

 

Nel cuore della nostra civiltà giuridica giace una domanda che il Novecento ha bagnato nel sangue: lo Stato è il padrone dei nostri diritti o ne è semplicemente il custode? Per rispondere dobbiamo risalire alle radici stesse della nostra Costituzione, a quei Padri della Costituente che, ancora scossi dall’eco dei totalitarismi, decisero di scommettere tutto su un’idea tanto audace quanto antica: la persona non come suddito, ma come diritto sussistente.

Questa espressione, che dobbiamo alla profondità profetica di Antonio Rosmini, non è un preziosismo per accademici ma la vera linea del Piave contro ogni deriva liberticida. Dire che la persona è il diritto sussistente significa affermare che l’uomo porta con sé il proprio valore e i propri diritti per il solo fatto di esistere, in virtù del suo essere e non di una concessione sovrana. È un rovesciamento totale della visione hegeliana, quella che vedeva nello Stato «l’ingresso di Dio nel mondo». Se lo Stato è una divinità, l’uomo è nulla; se la persona è il fondamento metafisico, lo Stato è solo un amministratore di una dignità che non gli appartiene.

I Padri della Costituente, consapevoli del rischio che lo Stato tornasse a sacralizzarsi, compirono una scelta lessicale rivoluzionaria: nei primi, fondamentali articoli della Carta evitarono appositamente il termine “Stato”, preferendogli quello di Repubblica. L’Articolo 1 chiarisce subito che «l’Italia è una Repubblica democratica» e che la sovranità viene esercitata «nelle forme e nei limiti della Costituzione». Questi limiti non sono altro che i diritti della persona: la Repubblica è la comunità dei liberi, una res publica che appartiene ai cittadini, non un’entità astratta e onnipotente che li sovrasta.

Questa protezione si fa ancora più esplicita nell’Articolo 2, dove si legge che «la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità». Quel verbo, “riconosce”, è il colpo di grazia allo Stato-divinità: ammette che i diritti preesistono alla politica e che la libertà della persona è lo spazio in cui la Repubblica trova il suo senso.

Eppure, oggi questa soglia di sicurezza sta crollando. Persiste nella mentalità comune una visione statalistica distorta, che si evidenzia soprattutto nel paternalismo assistenziale. Si invoca lo Stato come risolutore universale di ogni servizio, dimenticando che la società, nelle sue espressioni e nei suoi corpi intermedi, ha la possibilità e il dovere di agire. Quando lo Stato si appropria dei compiti della società civile, spegne la sussidiarietà e trasforma la Repubblica in una macchina burocratica che schiaccia la libertà.

Ma c’è un pericolo ancora più subdolo: la trasformazione di ogni aspetto della vita in merce. Oggi la casa, la terra, il sapere e la salute stessa sono considerati prodotti da scaffale. Quando la vita umana viene ridotta a valore di scambio, si viola frontalmente la dignità enunciata dalla Costituzione. Se la cultura è in mano a monopoli di capitale e il lavoro è visto come un costo da abbattere — arrivando all’assurdità di riflessioni che ipotizzavano la legalizzazione della schiavitù per “efficienza” — significa che abbiamo perso la bussola metafisica. Il tema gnoseologico kantiano insegnato e continuamente enfatizzato nelle nostre scuole, che nega alla ragione la capacità di cogliere la verità oggettiva dei fatti, lascia la porta aperta a questo nichilismo: se non esiste una verità dell’essere verificabile e oggettiva, allora tutto è convenzione, tutto è in vendita.

In questo scenario, l’Articolo 3 diventa il nostro baluardo: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge». Questa dignità non è un prezzo, ma un valore intrinseco che la Repubblica ha il compito di proteggere dalle pretese di appropriazione dello Stato e del mercato. Recuperare la dimensione metafisica della persona è l’unico modo per opporsi a una società che vorrebbe vendere il pane, la salute e l’anima al miglior offerente. Significa ricordare che la Repubblica deve servire l’uomo, perché l’uomo è l’unica realtà che, in questo mondo, ha un valore infinito e non un prezzo di listino.

Se la Repubblica deve fermarsi davanti alla Persona, è perché quest’ultima non è un concetto vuoto, ma il vertice di una costruzione millenaria che affonda le radici nella metafisica greca e nella rivelazione ebraico-cristiana. Per comprendere la portata di questa difesa, dobbiamo riscoprire il significato profondo dei termini che usiamo. Quando Severino Boezio definisce la persona come “sostanza-soggetto di natura razionale“, usa un termine che oggi rischiamo di fraintendere. Per noi, “razionale” evoca spesso un freddo calcolo matematico; ma nel mondo classico, la razionalità è il Logos. E il Logos non è solitudine: è parola, è linguaggio, è relazione. Essere dotati di Logos significa essere costitutivamente aperti all’altro, fatti per la socialità e la comunione.

Questa visione non è nata in un laboratorio legislativo, ma nelle fucine dei primi Concili Ecumenici e nelle riflessioni dei Padri della Chiesa. È tra le mura di Nicea e Calcedonia, nel tentativo di definire il mistero di Dio e dell’Uomo, che il concetto di “Persona” è stato forgiato. Lì si è compreso che l’essere umano non è solo un esemplare di una specie, ma un soggetto unico e irripetibile che trova la sua pienezza solo nella relazione. È l’incontro tra la filosofia greca, capace di indagare l’Essere, e l’eredità ebraico-cristiana, che vede in ogni uomo l’immagine riflessa di un Creatore che è Amore e Relazione in se stesso (la Trinità).

La preziosità incommensurabile della persona si manifesta con forza definitiva proprio nella tradizione cristiana. Qui la dignità umana non è solo un nobile dato naturale, ma il riflesso di un Dio che si è fatto uomo. Un Dio che ha accettato la sofferenza della croce non per riscattare dei “sudditi”, ma per amore di ogni singola creatura, elevando la persona a una dignità inaudita e affermando la sua vocazione a partecipare alla Sua stessa vita divina. Se Dio stesso si incarna e muore per l’uomo, allora l’uomo non può mai più essere ridotto a “cosa”, a merce o a semplice ingranaggio di un sistema. Questa chiamata all’infinito sottrae definitivamente la persona al potere arbitrario di qualunque Stato.

Questo concetto di Persona è la vera colonna vertebrale della civiltà occidentale. È ciò che ci ha permesso di affermare che l’uomo ha una dignità che non dipende dal sangue, dalla forza o dal censo. È l’idea che esiste un valore oggettivo, radicato nella natura razionale dell’uomo, che nessuna convenzione sociale può svendere o calpestare. Se dimentichiamo questa radice metafisica, se riduciamo la persona a un mero dato biologico o a un consumatore da incasellare, la conseguenza è inevitabile: la caduta nella barbarie.

Senza l’ancoraggio alla verità dell’Essere, il diritto smette di essere lo scudo dei deboli e torna a essere, come temevano i classici, il “diritto del più forte”. Se la legge non riconosce più un valore oggettivo nella persona, allora tutto diventa arbitrario: chi ha più capitale, chi controlla l’informazione o chi detiene il monopolio della forza può ridefinire chi è “persona” e chi è “merce”. Lo abbiamo visto nel secolo scorso e lo vediamo oggi nelle nuove forme di schiavitù mascherate da necessità economiche.

Difendere la visione metafisica della persona non è dunque un atto di nostalgia religiosa, ma un atto di resistenza civile. Significa proteggere quell’eredità che ci permette di dire “no” a uno Stato che vorrebbe farsi dio e a un mercato che vorrebbe farsi padrone delle nostre vite. La Persona, intesa come Logos e relazione, è il confine sacro che separa la civiltà dal caos, la libertà dal dominio. Svendere questa idea significa consegnare i nostri figli a un mondo dove l’unica legge è quella dell’efficienza e dove l’essere umano, svuotato della sua dignità razionale, finisce per non contare più nulla.

 

(Fabio Vessillifero è uno pseudonimo)

 


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