di Mattia Spanò

 

Di recente Mario Draghi ha ricevuto due premi carichi di significati e, ça va sans dire, prestigio. Il primo dall’Atlantic Council, think tank che promuove la supremazia americana nel mondo, consistente in una sfera di cristallo. Accadeva in maggio.

Il secondo, due corna di caprone sempre in cristallo, anche queste che spiccano da una base sferica, dalla Conscience Foundation, con membri scelti fra leader aziendali e religiosi. Un minestrone di devoti al profitto e profittatori della devozione. Notizia a cavallo fra estate e autunno.

La nostra cultura liquida sbrigativamente una premiazione come un fatto positivo. Un premio è il conseguimento di un primato in un settore circoscritto. Si commentano al massimo i meriti del premiato, al più festeggiandolo con enfasi. A dispetto di ciò che crede e fa il semi-colto semi-sciente medio, questi sono aspetti del tutto accessori.

La nostra società è ossessionata dai premi. Dal Nobel alla coppa del mondo, dalle medaglie distribuite a tutti i bambini per la corsa campestre (i minus habentes amano partecipare, e pretendono che gli venga riconosciuto, perdiana) al friggitore di patatine del mese nella nota catena americana.

Anticamente i titoli di merito (i premi) spettavano ai sovrani e ai nobili – che erano tali in virtù di questi meriti – ma erano innanzitutto la parca evocazione di valori militari, l’eccellenza nell’arte della guerra. Eccezione, non consuetudine.

La nobiltà e la regalità hanno a che fare con la guerra e con la fede: l’impetrator, l’imperatore, è colui che ottiene il favore divino in battaglia. La battaglia è l’attimo in cui la vita si acuisce oppure scolora nel suo contrario, la morte.

Colui che in questo scontro risolutivo ottiene il favore del dio, indispensabile per primeggiare – cioè sopravvivere – è l’imperatore. L’impero è per estensione la patria di coloro che sfuggono alla morte, nel senso che non la subiscono per mano di esseri inferiori (o inferi), casomai la infliggono.

Il centurione che manda a chiedere a Cristo la guarigione del servo morente (non osa accogliere il Rabbi in casa, non ne è degno), riconosce in Gesù questa qualità altissima: “Dì soltanto una parola e lui sarà salvato, perché anch’io che sono un subalterno dico a uno va’, ed egli va’”). Gesù dice di lui, un pagano, che non ha trovato nessuno in Israele “con una fede così grande”. Fede in chi? Nell’imperatore, e per mezzo di lui nel dio.

In occasione delle Olimpiadi, durante le quali ogni guerra si fermava, il premio – la corona di ulivo – arrivava al termine di una guerra sportiva: l’atleta era il campione, colui che aveva sconfitto tutti i nemici. L’Iliade, ad esempio, è piena di “duelli olimpici”: l’acme della guerra è il duello fra Ettore e Achille sotto le mura di Troia. Ciò che segue, è la parabola terminale di un destino là deciso. Nella letteratura greca le descrizioni dell’atleta e del guerriero sono quasi perfettamente sovrapponibili.

C’è dunque il paradosso di una società sostanzialmente imbelle, la nostra, che cioè ripudia la guerra (e anche la fede, mi permetto di aggiungere), la quale però ricorre assiduamente a simboli, i premi, legati a meriti o successi militari e spirituali. L’idea stessa di “conquista”, e il suo relativo riconoscimento, è sublimata in azienda, nello sport, nell’economia, in politica, perfino nella scienza e nelle arti.

Il corollario meno evidente è che ogni vittoria porta con sé un numero più o meno cospicuo di “vittime”: coloro che in guerra, nello sport, in qualsiasi competizione, hanno perso.

Essi sono morti, socialmente o fisicamente, e soprattutto vengono dimenticati e rimossi, in particolare nel trionfo. La vittoria del singolo è, sotto certi aspetti, la celebrazione di una “strage”, in senso metaforico o letterale.

La premiazione, il trionfo dopo la vittoria (uno schiavo, in piedi accanto all’imperatore, reggendo la corona di alloro gli sussurrava all’orecchio “ricordati che sei solo un uomo, e devi morire”) è il culmine della totale, assoluta assenza di pietas per i caduti, sia i compagni che i nemici. In fondo anche per il vincitore, che è appunto meno di un pugno di polvere.

Il premio è quasi sempre un simbolo. Colui che lo riceve non viene premiato con beni materiali – il compenso in denaro e privilegi è subordinato al simbolo – ma con simboli.

I premi hanno dunque una parte in ombra, alla quale è bene fare attenzione. Per cominciare, un premio giunge sempre al termine di un percorso. Ha a che fare con la fine, la conclusione. In senso lato, con la morte.

Il simbolo rappresenta l’unione fra ciò che sta in basso, la terra, e ciò che sta in alto, il cielo. Colui che lo riceve è dunque favorito dagli dei – in senso più esteso, dagli spiriti – e al tempo stesso è “morto”, ha esaurito il suo compito.

In effetti gli uomini riconoscono che alcuni individui si elevano dalla massa informe dell’umanità, e premiandoli esprimono il fatto che essi sono collocati ‘in alto’ (il podio stacca, separa dalla terra).

Nel momento in cui ricevono il premio, essi sono ‘morti’, distaccati sia dal resto dell’umanità che dalla dimensione terrena. Nell’eventuale competizione successiva, il premiato compete come se nulla fosse accaduto: o si ripete, oppure un altro prenderà il suo posto nel favore superno. In ogni caso, mette in gioco la vita nel senso precipuo di legame con l’ultraterreno.

Colui che è premiato infatti gode di un favore momentaneo: la mediazione fra umano e ultraterreno è condannata alla caducità, ad essere ripetuta all’infinito, o almeno riconquistata.

Anche in questo senso, il campione muore nel momento della premiazione e del tripudio. Questo topos profondo è la definizione stessa di gloria: ci attrae, ci seduce quanto più rapidamente si estingue, eppure sovente si vive il momento associandolo all’‘eterno’.

Si parla di gloria immortale, che se non lo fosse non sarebbe vera gloria. Il che a ben vedere fa a pugni con la fola ridicola dei premi di qua, riconoscimenti di là, nel patetico tentativo di conferire un tratto epico a momenti e personaggi che sono la quintessenza del nulla insulso.

Incapaci di valore, sovvertiamo il problema: invece di trovare un uomo valente da premiare, siccome non conti un cacio allora ti premiamo. Non sarà una regola aurea, e certo non vale per il Sommo Poëmier Draghi, ma un andazzo consolidato sì.

Gettiamo uno sguardo anche al materiale del quale sono fatti i premi ricevuti da Mario Draghi. Sembrano di cristallo, un’imitazione umana del cristallo di rocca, del quarzo, dei diamanti, cioè pietre formate in natura con caratteristiche innate – la trasparenza, la durezza, la non malleabilità.

Il cristallo è associato sia alla trasparenza che alla verità. Più precisamente, alla conoscenza della verità. Ma è anche associato, specie nella sua forma sferica (perfezione evocativa del cosmo), alla divinazione.

Attraverso il cristallo più che il futuro, l’uomo vede e conosce il proprio destino. Il fatto che tale destino si collochi nel tempo a venire è tautologico, perciò marginale.

La divinazione (etimologicamente, “penetrare in ciò che appartiene al dio”) non è semplicemente la presa di contatto con ciò che ci riguarda nel fine profondo, ma anche e soprattutto con ciò che esiste oltre il visibile, il percepibile, allo scopo di dominarlo.

Si credeva che i materiali trasparenti fossero delle ‘porte’ che mostrano un mondo oltre la materia, proprio in virtù della loro trasparenza. È la materia che mostra altro oltre sé stessa (si pensi anche alla componente cristallina negli specchi, dove vampiri e strigòi, privi di vita, non si riflettono).

Un premio in cristallo sul piano simbolico non si limita a concludere un percorso ma ne apre un altro, cioè proietta l’uomo in una dimensione di luce epifanica.

Attenzione a maneggiare la luce: mentre il primo attributo di Dio è l’Essere (cioè Colui che solo veramente è), e può, anzi deve nascondere all’uomo la visione delle cose così come esse sono (i misteri), quello di Lucifero è nel nome stesso: portatore di luce, colui che fa luce mostrando ciò che non deve essere mostrato.

È il Prometeo greco (colui che conosce, che “svela per primo la natura del dio”, porta il fuoco all’uomo e finisce incatenato alla rupe, torturato dall’aquila che lo divora).

Il Serpente dice alla donna: sarete come Dio. Vedrete, saprete ciò che Dio non vuole venga visto e saputo. Non a caso il dio è quasi sempre velato nel Santo dei Santi del tempio di Gerusalemme come nei templi oracolari e nei miti greci: solo i sommi sacerdoti, i demiurghi (o i dèmoni), vi hanno accesso, e soltanto in occasioni precise.

Lucifero come Prometeo è, in questo senso, il Profanatore della volontà divina. È la creatura che invade lo spazio sacro del Creatore, che lo rivela (toglie il velo), e come tale deve essere ucciso e languire in una morte eterna: la perdita della Grazia. Se la creatura assume il ruolo del creatore, non ha più alcuna ragione di esistere: solo Dio può esistere nonostante Sé. Solo Dio può contemplare Sé Stesso senza soccombere.

Qui torna il tema della morte come profanazione della vita e del suo Creatore: il vertice della conoscenza assoluta coincide con la morte e la dannazione, perché introduce in uno spazio sacro che non può essere penetrato. Solo Dio conosce Sé Stesso, e quindi conosce – e può – tutto.

C’è poi il tema del secondo premio: le corna di caprone, ovvero del Bafometto. Il caprone, sin dall’antichità (si pensi a Dioniso), è simbolo di sfrenatezza sessuale e incapacità di dominio di sé. Nel medioevo nasce la figura archetipica del Bafometto: l’uomo androgino con la testa di capro, la chimera mostruosa, il caduto dall’ordine stabilito da Dio, l’obliquo che non ha il controllo di sé. Il diavolo.

Presso i Celti, una capra accoglieva le anime dei morti all’ingresso del Walhalla distribuendo loro idromele – per gratificarli, e forse ubriacarli in modo da sopportare il dopo.

Nella Bibbia, la capra è soprattutto il ‘capro espiatorio’ che racchiudeva i peccati degli uomini venendo sacrificato a Dio o, più esattamente, allontanato dagli uomini gettato da una rupe (ricordate Prometeo?). Non a caso Gesù è Agnus Dei. Agnello, non capretto né capro. La pecora, a differenza della capra, non è sottomessa al montone come la seconda al caprone. Docile, ma non sottomessa.

Accanto al capro espiatorio c’era anche un secondo capro, meno noto per via del suo scopo oscuro: veniva inviato ad Azazel nel giorno dell’espiazione (Yom Kippur). Azazel, un demone ctonio fra i più celebri, è secondo un’etimologia “colui che è più potente di Dio”, ma che cacciato da Dio nel deserto non può né pentirsi, né per conseguenza impetrare il perdono. Il secondo capro è allora il sacrificio falso, “in vano”, destinato al demone implacabile e perciò non può essere considerato purificante.

Nonostante esistano anche figure  positive della capra – simbolo di fertilità, tenacia, intelligenza in molte culture – non sfugge l’ambiguità di alcune di queste qualità: Platone ci dice che facciamo figli perché moriamo, la tenacia non è una virtù indipendente da ciò cui viene applicata, e da ultimo il “leggere dentro” le cose non è sempre permesso né buono. L’attribuzione medievale del carattere obliquo e non compos sui al caprone, è tutt’altro che peregrina.

Soprattutto, Draghi viene premiato con le corna di caprone dal rabbino Schneier, dunque il gesto va collocato in un contesto culturale preciso, che è quello biblico e della tradizione ebraica.

Ognuno è libero di vedere altro in questi fatti: ad esempio, il Tripudio dell’Uomo, il degno coronamento di una carriera eccezionale. La carriera è il nome che prende un’esistenza degna di essere vissuta, che tanto ci abbaglia ma al tempo stesso ci informa che quasi nessuna esistenza è veramente degna, motivo per il quale una targa di peltro non si nega a nessuno.

Poi c’è la possibilità dell’oltre, che ho sommessamente cercato di rappresentare. È risaputo che gli antichi fossero molto più stupidi e rozzi di noi post-umani. Gente che credeva agli asini volanti.

Pare tuttavia ci credano anche coloro che hanno deciso di premiare il Migliore il quale con una pandemia, una guerra, una crisi energetica spaventosa in corso e alle porte di un’elezione traumatica, si è affrettato ad andare a ritirare il prestigioso manufatto, a dimostrazione che le cose importanti sono altrove collocate.

Quanto alla fattura del monile, i premiatori del Migliore credono fermamente in queste cose primarie, al contrario di noi miseri materialisti che ci accontentiamo della targa di tolla.

A meno di non essere così fessi da pensare che abbiano estratto a sorte fra i mille simboli possibili, e che una croce, un paio di corna o un cucchiaio di legno alla fine pari sono.

 


 

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