Benjamin Netanyahu
Benjamin Netanyahu

 

 

di Fabio Vessillifero

 

La svolta della coscienza e il paradosso semita

Chi scrive ha sempre difeso con convinzione il diritto di Israele ad avere una propria terra, ad abitarla in pace e a veder riconosciuta la propria sicurezza di fronte a ogni forma di negazionismo e di antisemitismo. Questa posizione non nasceva da un’adesione acritica a una parte politica, ma dal riconoscimento di un’esigenza storica, etica e giuridica profonda. Tuttavia, gli eventi drammatici a cui assistiamo impongono una svolta radicale e non più rinviabile. Si tratta di compiere un’operazione intellettuale e psicologica non facile, che richiede di recidere quell’automatismo mentale che per decenni ha identificato la difesa di un popolo con il sostegno incondizionato alle scelte del suo governo. È diventato indispensabile distinguere nettamente l’Israele della rivelazione biblica — portatore dell’Alleanza e di un imperativo etico di giustizia — dall’idolo dello Stato ebraico contemporaneo, trasformatosi in un apparato di potenza che piega il diritto e la morale alle ragioni della propria affermazione bellica.

In questo quadro di stravolgimento concettuale si consuma anche un paradosso linguistico, storico e teologico che merita di essere svelato. Dal punto di vista etno-linguistico e genealogico, il popolo arabo — e tra esso la popolazione palestinese — è a tutti gli effetti una popolazione semitica, discendente anch’essa dalla ceppaia di Sem e legata ad Abramo per via di Ismaele, il primogenito benedetto dal Signore. Quando uno Stato compie l’annientamento sistematico, la deportazione e la disumanizzazione di un altro popolo semita e abramitico, esso stesso si rende protagonista di una forma tragica e paradossale di antisemitismo. La lotta contro l’antisemitismo non può dunque essere ridotta a uno scudo di immunità per le politiche di un singolo governo, ma deve ritrovare la sua natura universale: la condanna di ogni odio, sopraffazione o discriminazione diretti contro qualsiasi figlio di Sem e contro ogni essere umano.

La profanazione del nome e la scissione dell’identità

Il divario drammatico che si è aperto tra il significato spirituale dell’Israele biblico e l’agire dello Stato-nazione moderno sta diventando uno dei nodi più dolorosi della coscienza cristiana contemporanea. È pur vero che una lettura letterale e non purificata dell’Antico Testamento ha talvolta registrato narrazioni di violenza bellica contro i popoli cananei; tuttavia, nella prospettiva cristiana e nella lettura più autentica della Scrittura, l’orizzonte ultimo dell’elezione d’Israele non è mai stato il dominio etnico o la violenza bellica, bensì la promessa originaria fatta ad Abramo: «In te saranno benedette tutte le famiglie della terra» (Gen 12,3). Crediamo che l’interpretazione più vera e corretta della Scrittura consista proprio nel non ridurre l’alta vocazione etica della Torah a copertura ideologica per una politica di potenza e di annientamento. Quando la sovranità politica e l’apparato militare di un governo guidato da Benjamin Netanyahu utilizzano il nome sacro e la memoria storica per giustificare una violenza sistematica, si compie un radicale cortocircuito teologico e morale. Nella tradizione profetica, l’associazione della volontà divina alla devastazione, alla fame usata come arma e al massacro indiscriminato della popolazione civile configura in modo inequivocabile il peccato gravissimo di Hillul Hashem, la profanazione del Nome di Dio di fronte alle nazioni. Ridurre l’Alleanza a strumento di sopraffazione temporale significa degradare il Sacro a idolo guerriero, svuotando dall’interno l’identità medesima di chi pretende di rappresentarlo.

L’annientamento della norma e l’ostentazione del terrore

L’esibizione fisica di un cercapersone durante il discorso di Benjamin Netanyahu all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (24 settembere 2026) costituisce il vertice simbolico di una prassi bellica che deride apertamente le istituzioni multilaterali. Agitando l’apparecchio dal podio e pronunciando la frase “Ve li ricordate? Hezbollah se li ricorda eccome”, la leadership israeliana ha trasformato un ordigno impiegato per un’operazione d’intelligence in un trofeo tattico da sbandierare davanti al mondo intero (qui). L’uso malevolo di questo dispositivo d’uso comune, trappolato per esplodere simultaneamente in luoghi pubblici e abitazioni private, ha rappresentato una palese violazione del diritto internazionale umanitario, provocando la mutilazione e la morte di migliaia di civili e bambini in Libano. Esibire con ironica spavalderia uno strumento di mutilazione di massa in un’aula svuotata per protesta dei diplomatici significa consacrare la logica del terrore asimmetrico e sdoganare la cancellazione formale di ogni principio di precauzione e distinzione bellica.

L’impalcatura giurisprudenziale del delitto apicale

Le denunce della società civile e le immagini di sofferenza che giungono in tempo reale trovano una conferma rigorosa nelle pronunce degli organismi scientifici e giurisdizionali più autorevoli del pianeta. Dalle delibere dell’International Association of Genocide Scholars ai dossier della Commissione d’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite, fino ai procedimenti della Corte Internazionale di Giustizia e della Corte Penale Internazionale, la qualificazione della condotta israeliana ha travalicato la nozione di singolo crimine di guerra per attingere alla categoria del genocidio. La combinazione sistematica tra sterminio fisico, distruzione delle infrastrutture vitali, assedio sanitario e la deliberata cancellazione del patrimonio culturale evidenzia la presenza sia dell’elemento oggettivo delle condotte, sia della volontà coordinata di azzerare le condizioni di sussistenza del popolo palestinese in quanto tale.

La perversione ideologica della memoria

Per rendere praticabile una simile devastazione si è resa necessaria un’operazione di stravolgimento dell’eredità morale della Shoah, rimpiazzando l’imperativo universale «Mai più per nessuno» con il dogma particolarista «Mai più per noi». Trasformare il martirio storico subito dal popolo ebraico in una franchigia d’immunità permanente per uno Stato contemporaneo significa tradire la lezione universale scaturita dall’abisso del nazismo. L’uso strumentale della memoria dell’Olocausto viene così impiegato come uno scudo retorico per disattivare qualsiasi critica e per silenziare la percezione dei crimini commessi nel presente. Questa torsione concettuale pretende di collocare l’agire del governo israeliano al di sopra della legge morale e del giudizio della storia, generando un’assenza di senso di colpa che spalanca la strada all’immoralità dell’azione di governo.

Le complicità dell’Occidente e la frattura dei doppi standard

L’imponente tragedia in atto non può essere derubricata alle scelte di un singolo leader politico, ma chiama in causa la catena strutturale delle complicità internazionali. I governi statunitensi ed europei, inclusa la leadership politica italiana, continuando a garantire forniture belliche, copertura diplomatica e partenariati strategici, si rendono direttamente corresponsabili delle violazioni del diritto internazionale. La palese disparità di trattamento riservata alle azioni di Israele rispetto a quelle di altri attori globali svela un doppio standard che mina alla base la credibilità del sistema multilaterale e delle istituzioni sorte nel secondo dopoguerra. Questo atteggiamento di auto-assoluzione e indulgenza verso gli abusi di uno Stato alleato genera un pericoloso sdoganamento della violenza illegittima, proiettando un’ombra di grave responsabilità giuridica e morale sulle cancellerie occidentali per il reato di complicità.

La ferita liturgica e la purificazione del linguaggio

La percezione della gravità degli eventi contemporanei si ripercuote fin nel cuore dell’esperienza di fede e della preghiera ecclesiale, rendendo problematico e sofferto l’uso del termine «Israele» nella salmodia e nei testi della liturgia. Il fedele si trova di fronte all’imprescindibile dovere concettuale di separare drasticamente l’Israele biblico, portatore dell’Alleanza e testimone della giustizia a favore dei deboli, dall’attuale apparato statale profano che ne mutua impropriamente il nome. Cedere all’identificazione tra la comunità credente delle Scritture e la struttura di potere di Netanyahu significa cedere alla medesima trappola ideologica del nazionalismo. Per la coscienza credente, riscoprire la forza dei Salmi richiede un’ermeneutica capace di rintracciare la voce dell’Israele sofferente non in chi impugna le armi dell’oppressione, ma nella carne martoriata degli innocenti e degli oppressi che gridano a Dio dalle macerie.

L’imperativo profetico per la salvaguardia della fede

Di fronte alla possibilità che la critica allo Stato di Israele venga confusa con forme di avversione ideologica verso l’ebraismo, si impone l’urgenza improrogabile che le autorità religiose rabbiniche e cristiane prendano una posizione netta e pubblica di condanna delle politiche di governo di Netanyahu. La denuncia della violenza e il rifiuto della sacralizzazione del potere politico non costituiscono un cedimento, ma rappresentano l’atto più alto di fedeltà alla tradizione profetica e al mandato etico della Torah. Solo riaffermando che la legge morale e la dignità inalienabile di ogni essere umano giudicano l’operato di qualsiasi Stato è possibile sottrarre la fede ebraica e la memoria dell’Israele spirituale all’accusa di complicità nel genocidio. Esercitare questa funzione critica è l’unico cammino percorribile per custodire la verità del Nome Santo di fronte all’umanità e salvaguardare la vocazione universale della giustizia.

 


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