Oggi è ancora più pressante per noi cattolici tornare ad approfondire il concetto di “cultura”, e dunque di “cultura della vita” come ce lo ha proposto per primo il papa san Giovanni Paolo II. E’ quello che fa John Grondelski in questo articolo.

Eccolo nella mia traduzione.

Foto: papa Giovanni Paolo II (GettyImages)

Foto: papa Giovanni Paolo II (GettyImages)

San Giovanni Paolo II introdusse i termini “cultura della vita” e “cultura della morte” nel linguaggio cattolico negli anni Novanta. Parlò di “cultura della vita” quando partecipò alla Giornata Mondiale della Gioventù a Denver nel 1993, il cui tema era “Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza“. Ha introdotto i termini nel Magistero della Chiesa nella sua enciclica Evangelium vitae del 1995.

Il tema della cultura della vita e della cultura della morte è molto sentito nelle letture della tredicesima domenica del tempo ordinario (1 luglio 2018). La prima lettura si apre senza mezzi termini con la dichiarazione: “Dio non ha fatto la morte, né gioisce della distruzione dei viventi” (Sap 1,13).

E ‘abbastanza appropriato che ci capiti di incontrare queste letture la Domenica della settimana in cui cade il Giorno dell’Indipendenza. Le due cose sono molto appropriate. È anche opportuno che cadano durante il periodo che la Chiesa negli Stati Uniti segna come la “Due settimane per la libertà”, tesa a mettere in luce la libertà religiosa e gli assalti contemporanei ad essa negli Stati Uniti. E’ anche appropriato nel mese che osserveremo il 50° anniversario dell’enciclica Humanae vitae.

“Cultura” è una parola importante. George Weigel ha giustamente sostenuto che, a differenza di molte correnti del pensiero moderno, San Giovanni Paolo II riconosceva il primato della cultura sulla politica e sull’economia. Il comportamento delle persone e, quindi, il cambiamento storico è in gran parte guidato nel tempo non dalla politica o dall’economia, ma dalla cultura, dalla raccolta di idee, ideali, norme e valori che guidano una comunità.

È fondamentale capire la “cultura” quando si parla di “cultura della vita. La “cultura della vita” non riguarda la politica dell’aborto, il finanziamento di Planned Parenthood (la multinazionale degli aborti, ndr), la legalità dell’eutanasia, o la popolarità delle tecnologie riproduttive, anche se tutti questi temi sono importanti e, per così dire, la vita “si mette in marcia” in ciò che facciamo riguardo a ciascuno di essi.

Ma, come hanno dimostrato i recenti avvenimenti sull’aborto in Irlanda, nessuna tutela legale della vita sopravviverà a lungo se la cultura sottostante non valorizza più ciò che la legge cerca di proteggere. L’ottavo emendamento dell’Irlanda, che tutela la vita non ancora nata, è stato adottato nel 1983 ed è stato abrogato dal referendum popolare nel 2018. E’ durato 35 anni.

Il 4 luglio, inoltre, gli Americani affermeranno solennemente la loro fede nella Dichiarazione di Indipendenza, che afferma chiaramente alcune cose circa il valore della vita che non sono necessariamente fatte proprie dalla gran parte degli Americani. Gli americani affermano ancora ampiamente come “una verità ovvia” che le persone hanno “diritti inalienabili“? Includono tra questi diritti inalienabili la “vita“? Crediamo davvero che il diritto inalienabile alla vita non venga da una legge, ma sia “conferito dal Creatore“? Crediamo che tutti gli uomini siano “creati” (non nati, “creati“) uguali?

C’era una volta, lo abbiamo fatto. La domanda è: lo facciamo ancora?

Non c’è dubbio che l’acido corrosivo di Roe vs. Wade (è una contestata sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti d’America del 1973 che costituì uno dei principali precedenti riguardo alla legislazione sull’aborto, ndr) continui a deformare l’eredità americana, perché una decisione basata sulla traballante impalcatura della pseudo-scienza di Roe è destinata a scontrarsi con la realtà. Noi rivendichiamo un impegno per “il diritto inalienabile alla vita“, ma pretendiamo di non poter sapere quando la vita inizia. L’unico limite a una nozione totalmente relativistica di quando inizia la vita è il Quattordicesimo Emendamento (della Costituzione degli Stati Uniti d’America, ndr): costringe la legge americana almeno a proteggere la vita post-natale. In mancanza di tale linea di demarcazione costituzionale, non ho dubbi che potremmo essere ancora più tolleranti nei confronti dell’uccisione dopo il parto, in particolare dei disabili.

Consideriamo la casistica legale necessaria per difendere il diritto di Roe per l’aborto su richiesta fino alla nascita (come esemplificato nel dibattito su “aborto con nascita parziale” (tecnica di aborto utilizzata negli ultimi mesi di gravidanza, durante la quale viene praticato un parto intravaginale parziale del feto vivente, seguito da un’aspirazione del cervello prima di completare il parto, ndr)) e la garanzia del Quattordicesimo Emendamento contro la privazione della vita dopo la nascita “senza un giusto processo di legge“. Per evitare che il Quattordicesimo Emendamento entri in gioco, è necessario uccidere il nascituro prima che nasca. Quindi, gli aborti tardivi sono di solito eseguiti prima somministrando una dose letale di digossina al feto per causare un attacco di cuore, seguita dalla rimozione del corpo morto. Non si può uccidere ciò che fingiamo non sia vivo, ma uccidendo ciò che “non è vivo” si evitano le complicazioni imposte dal Quattordicesimo Emendamento. Se la tua schiena soffre di questi dolori da ginnastica mentale, non diventare un giudice federale.

La vera disonestà di Roe, nel suo finto agnosticismo su quando inizia la vita, è che in tal modo mina le fondamenta stesse della legge e della cultura americana. La Dichiarazione d’Indipendenza, nata da un’idea degli americani del XVIII secolo intrisa di contratto sociale britannico e pensiero illuminista, si fonda su un essenziale fondamento: la legittimità di un governo si basa sulla sua protezione dei “diritti inalienabili.

Jefferson et al. avevano bisogno di una base intellettuale per giustificare la loro Rivoluzione. Avrebbero potuto essere rudemente pragmatici e invocare il lato opposto della definizione di Benjamin Franklin di “tradimento”, espressa nel film 1776: “Il tradimento è una scusa per i vincitori per impiccare i perdenti”. Si potrebbe dire che l’unica giustificazione per la Rivoluzione Americana era – gli americani se la sono cavata!

Ma i Padri Fondatori erano intellettualmente abbastanza onesti da dire che “potrebbe non fare bene“, e così ci dovrebbe essere qualche principio al quale essi possano appendere la loro “vita, le loro fortune, e il loro sacro onore” (o al quale possano semplicemente appendere). Quel principio, quella giustificazione della rivoluzione risiedeva nella premessa che quando un governo diventa così distruttivo dei diritti fondamentali, ovvi, inalienabili – come la vita – comincia a perdere la sua pretesa di governare.

Questo è ciò che trovo così intellettualmente disonesto su Roe, quando Harry Blackmun (il giudice della Corte Suprema americana nella causa Roe vs. Wade, nd) afferma puerilmente che “non dobbiamo risolvere la difficile questione di quando inizia la vita“. La fondazione dell’America si basa proprio sulla negazione della pretesa di Blackmun. La prima responsabilità di un governo è quella di proteggere i “diritti inalienabili“, compresa la “vita“. Un governo che finge di non poter sapere quando entrerà in carica il suo dovere fondamentale è un governo che è derelitto nella sua prima responsabilità.

Anche un pensatore estremo come Thomas Hobbes (che accettò l’antico adagio latino, homo homini lupus) insistette sul fatto che gli uomini entrassero nel loro contratto sociale totalitario proprio per evitare che il più grande e forte di loro uccidesse tutti gli altri. Anche nel mondo hobbesiano, i cittadini cedono il potere ai sovrani in modo che almeno il loro diritto fondamentale alla vita sia tutelato.

Ma per apprezzare tutto questo occorre che al di sotto di esso vi sia una “cultura” che consideri la vita come sacra. Come disse l’editorialista nel famoso California Medicine del 1970: “Diventerà necessario e accettabile porre valori relativi piuttosto che assoluti su cose come le vite umane, l’uso di risorse scarse e i vari elementi che devono costituire la qualità della vita o del vivere cui si aspira“. Continuiamo a costeggiare i fumi lasciati da un’etica della “santità della vita”, ma gli avvoltoi di un’etica della “qualità della vita” si radunano… e aspettano.

Per i cattolici, le letture della tredicesima domenica dovrebbero plasmare il nostro sguardo, perché sono intransigenti. La vita è buona. La morte è un male.Dio non ha fatto la morte” scrive lo scrittore Sapienziale. Anche se non è nelle letture di domenica, il resto della risposta cristiana è nella prima lettera ai Corinzi 15:26: L’ultimo nemico è la morte“. La morte non è neutra; non è di valore ambiguo; a volte non è utile. È il nemico.

Una volta, i medici ippocratici giurarono di combattere quel nemico. Ma quella era “una volta”.

Ciò che è anche particolarmente efficace nella prima lettura della tredicesima domenica è il fatto che essa è tratta dal libro della Sapienza. La Sapienza è stato l’ultimo libro dell’Antico Testamento ad essere scritto, appena un secolo prima della nascita di Cristo. Eppure è stato anche il Libro in cui l’Antico Testamento è finalmente giunto a una più chiara comprensione della vita dopo la morte.

Per gran parte dell’Antico Testamento, il concetto di vita che continua dopo la morte è sfocato, non sviluppato e rudimentale. A differenza dell’Antichità pagana, dove esistevano alcune idee di immortalità personale (per esempio, nell’antica Grecia, supponendo che un’aspirazione così universale alla sopravvivenza post-mortem non potesse essere un’illusione onnicomprensiva e che un mondo in cui il bene e il male rimangono distinti non potesse finire nel nulla), Israele arrivò alla nozione di vita dopo la morte da una prospettiva leggermente diversa. La vita deve continuare perché c’è una cosa come l’amore, e la morte non può essere più forte dell’amore (vedere Cantico dei Cantici, 8:6). Naturalmente, il messaggio cristiano afferma questo nella Domenica di Pasqua.

La morte è un male. La vita è buona. È buona perché è un dono, il dono di un Dio che ama. E Dio non si riprende i Suoi doni, anche se li disprezziamo. Non si riprende la vita, anche se la uccidiamo. Dio dà la vita e, una volta data, quell’essere vivente esisterà davanti al volto di Dio per sempre. “Dio non ha fatto la morte, né gioisce della distruzione dei viventi“.

La domanda è: perché?

Fonte: National Catholic Register

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