coronavirus italia 2020

 

 

di Un sacerdote

 

Carissimo Sabino, “custos quid de nocte?”, “sentinella, quanto resta della notte?” (Is 21, 11), quando finirà questo tempo virale che ci ha assalito quasi d’improvviso, tanto che capita ogni tanto all’improvviso di pensare che non sia vero? Giusto porsi la domanda, ma non possiamo affidare la risposta alla sola scienza medica, pur con tutto il valore che essa ha in sé (purché sia scienza vera!), e naturalmente ringraziando di cuore gli operatori sanitari che ci stanno anche rimettendo la pelle per aiutare i tanti ammalati. Lasciamo poi perdere l’affidamento agli interventi governativi (stendiamo un velo pietoso …) dei dilettanti allo sbaraglio che ci guidano, e che finiscono per sbaragliare noi, né tantomeno guarderemo ai dibattiti e ai talk show dove i super esperti di calcio, moda o amorazzi del giorno prima, adesso sono diventati super esperti di epidemiologia. Se fossero le parole a cascata a salvarci, saremmo già tutti sani! Accade qui nel campo laico (nel senso laicizzato del termine), ciò che il Vangelo dice dei pagani di un tempo che, comunque, si riferivano a un qualche dio: “Pregando poi, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati [e salvati] a forza di parole” (Mt 6, 7).

Se poi poniamo la domanda alla Chiesa, anche qui non è che si sentano o vedano molte risposte adeguate. Ci si è arresi troppo presto agli ordinamenti civili, diventando da subito più realisti del re, mentre le cose potevano essere gestite diversamente, sia pur rispettando la giusta prudenza. Certo non mancano gesti e momenti vari di preghiera, e inaspettati soprassalti di fede anche da parte di àmbiti “progressisti”. Anche il papa è uscito dalla sua reclusione per affidarsi alla Madonna Salus Populi Romani nella basilica di Santa Maria Maggiore, e al Crocifisso miracoloso della chiesa di San Marcello al Corso. Poi però si chiude, si apre … Boh!

Io penso che sia necessario dire qualcosa di più, premesso che non posso certo sapere tutto quello che è stato proferito in proposito sul rapporto che la nostra fede cattolica dovrebbe intrattenere rispetto a questa situazione virale. Cosa voglio dire? Io credo che più che mai in questi momenti bisogna avere il coraggio di dire quello che in fondo ci sta dicendo nella sua oggettività, che precede ogni possibile deriva del nostro sentimento proprio in questo tempo della Quaresima. E dico questo perché io sto cercando di vivere così, paragonando questo tempo liturgico col tempo virale.

Cosa ci insegna il tempo della Quaresima? Essa è come il portale d’ingresso di una chiesa, passando attraverso la quale siamo condotti dentro uno spazio che racchiude in sé – nella sua simbolicità sacramentale – il significato compiuto del reale. Essa infatti, come si dice tradizionalmente, è il “tempo favorevole” (cfr. 2 Cor 6, 2) del cammino liturgico, cioè il tempo in cui più acutamente e più intelligentemente siamo chiamati a valutare le cose secondo quella prospettiva che mirabilmente san Paolo esprime nel capitolo 8 della sua lettera ai Romani, quando dice: “noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno” (Rm 8, 28). La Quaresima, quindi, ancora, come pedagogia a ricomprendere che tutto il tempo della nostra vita personale, che tutto il tempo della storia stessa dell’umanità, è favorevole, perché “se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?” (Rm 8, 31). Questo significa che non c’è circostanza che accada a questo mondo, a noi o ad altri, che non sia inscritta nell’orizzonte di un qualcosa che possa volgerla a favore: “io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura [virus compreso] potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore” (Rm 8, 38-39).

Ecco, bisogna avere il coraggio di affermare con forza questo scandalo della fede, senza fermarsi alle sole proposte di pregare un po’ di più, cosa ovviamente importante. Nessuno si augura virus, o altre sciagure, ma poiché Dio le permette, dobbiamo dire che anche il virus concorre al nostro bene, così come il grande sant’Agostino, commentando il “tutto concorre”, diceva che se questo è vero, allora “etiam peccata”, anche i peccati concorrono al bene, come molte volte ricordava il grande don Luigi Giussani, capace come pochi di far diventare la fede “cultura”, cioè una fede che, giudicando la realtà, “coltivandola”, per così dire, alla luce del fatto di Cristo, ne sapeva trarre sempre un frutto adeguato separando evangelicamente grano e pula.

Certo questo “tutto concorre” non ha nulla di magico o di scontato, ma accade con certezza di un esito positivo nella misura in cui la nostra libertà fa radicale riferimento a quel Fatto, che appunto rende favorevole ogni cosa, entrando così nella schiera di “coloro – che con coscienza e appartenenza di fede – amano Dio”, cioè riconosco che Lui in Cristo ci ha amati per primo: “In questo si è manifestato l’amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo unigenito Figlio nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui. In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati” (1 Gv 4, 9-10).

Questo significa che anche il nostro drammatico dolore di questo tempo è abbracciato e valorizzato e, sempre scandalosamente e paradossalmente, reso costruttivo per il destino dell’uomo e della sua storia. Forse (senza forse …) bisognerebbe rileggere in questo tempo virale quella grande Lettera Apostolica di san Giovanni Paolo II che fu la Salvifici Doloris. Essa inizia mirabilmente così: “«Completo nella mia carne – dice l’apostolo Paolo spiegando il valore salvifico della sofferenza – quello che manca ai patimenti di Cristo, in favore del suo corpo che è la Chiesa». Queste parole sembrano trovarsi al termine del lungo cammino che si snoda attraverso la sofferenza inserita nella storia dell’uomo ed illuminata dalla Parola di Dio. Esse hanno quasi il valore di una definitiva scoperta, che viene accompagnata dalla gioia; per questo l’Apostolo scrive: «Perciò sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi». La gioia proviene dalla scoperta del senso della sofferenza, ed una tale scoperta, anche se vi partecipa in modo personalissimo Paolo di Tarso che scrive queste parole, è al tempo stesso valida per gli altri. L’Apostolo comunica la propria scoperta e ne gioisce a motivo di tutti coloro che essa può aiutare – così come aiutò lui – a penetrare il senso salvifico della sofferenza”.

Allora in questo tempo virale la pur giusta domanda implorante con cui inizia il salmo 13 (12) “fino a quando, Signore, continuerai a dimenticarmi?” non ricadrà in una lamentazione confusa o non resterà solo un’espressione devota, ma sarà vissuta alla luce del Fatto che Dio mai si dimentica di noi (“Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai”, Is 49, 15) – siamo noi quindi che ci dimentichiamo di Lui! -, ma si trasformerà in una rinnovata capacità di offerta di un tempo certo doloroso che, inserito nel “tempo favorevole” di Cristo, diventa però speciale grazia “eucaristica” proprio adesso che l’Eucaristia ci è tolta. Spero possa essere questa una forma del tutto singolare e privilegiata della “comunione spirituale” che tutti noi siamo invitati a fare.

Solo così potremo sperimentare che la fedeltà di Dio è sempre “miracolo” che ribalta e fa risorgere tutto. Non per niente il salmo termina così: “Ma io nella tua fedeltà ho confidato; esulterà il mio cuore nella tua salvezza, canterò al Signore, che mi ha beneficato”.

Caro Sabino sia così per me, per te, e per la Santa Chiesa di Dio.

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