Benedetto XVI
Benedetto XVI

 

 

di Lucia Comelli

 

La coscienza è uno degli argomenti centrali del nostro tempo. Anche nella riflessione morale cristiana essa occupa un posto essenziale, che il Concilio Vaticano II ha ribadito:

«Nell’intimo della coscienza l’uomo scopre una legge che non è lui a darsi,  ma alla quale invece deve obbedire. Questa voce, che lo chiama sempre ad amare, a fare il bene e a fuggire il male, al momento opportuno risuona nell’intimità del cuore: fa questo, evita quest’altro. L’uomo ha in realtà una legge scritta da Dio dentro il cuore; obbedire è la dignità stessa dell’uomo, e secondo questa egli sarà giudicato. La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità» (Gaudium et spes, n.16).

Questo è lo stesso concetto di coscienza morale che è nato in Grecia con la filosofia di Socrate e che Sofocle ha reso immortale nella figura di Antigone. Una concezione, tuttavia, largamente mutata nell’epoca moderna (a partire dal liberalismo e dall’illuminismo) e poi contemporanea, tanto che oggi il concetto di coscienza, anche tra cattolici, viene spesso evocato – anche in forme clamorose[1]  –  per giustificare il relativismo individualista. La stessa teologia morale contemporanea contrappone spesso la morale della coscienza al principio di autorità.

Questa antitesi, apparentemente insanabile, tra coscienza e autorità – come ha sostenuto Joseph Ratzinger in un suo celebre discorso[2], nasce da una visione fortemente riduttiva della coscienza per cui essa non rappresenta più l’apertura dell’uomo al fondamento stesso del suo essere, ma sembra essere piuttosto il guscio della soggettività, in cui egli sfugge alla realtà e si nasconde ad essa. L’affermazione: decido secondo coscienza diventa quindi sovente la giustificazione, anche in ambito cristiano, delle convinzioni più superficiali, a sostegno del proprio comodo e del conformismo sociale, cioè l’esatto contrario di quello che essa ha significato per Socrate o per Tommaso Moro, il Lord Cancel­liere di Enrico VIII, che sacrificò la vita per ren­dere testimonianza alla verità piuttosto che al potere.

In tempi meno lontani, un grande testimone della coscienza e della sua centralità nella vita cristiana è stato il cardinale John Henry Newman, il grande convertito inglese dell’Ottocento: emblematica la sua affermazione nella Lettera al Duca di Norfolk:

Certamente se io dovessi portare la religione in un brindisi dopo un pranzoallora io brinderei per il Papa. Ma prima per la coscienza e poi per il Papa“.

Commenta Ratzinger: Una chiara confessione del papato – e nello stesso tempo – un’interpretazione del suo magistero, che giustamente lo intende come unito al primato della coscienza, dunque non ad essa contrapposto, ma piuttosto su di essa fondato e garantito.

Infatti, è nel cuore di ciascun uomo, nella sua capacità di conoscere e aderire alla Verità, che si fon­da la stessa missione del Papa: questo è difficile da comprendere per l’uomo moderno, che contrappone la coscienza – come espressione della libertà del soggetto – all’autorità, che tale libertà sembra invece limitare o negare.

Il primato della coscienza in Newman, che J. Ratzinger fa proprio, si comprende solo a partire dall’assoluta centralità, in questo grande convertito, del concetto di verità. L’attenzione in Newman verso il soggetto si colloca infatti nella linea di Agostino, che – nelle sue opere – prospettava platonicamente una sorta di impronta originaria nell’anima umana, ad opera del suo Creatore, del Bene e del Vero (le due realtà ultimamente coincidono).

Quando fu fatto cardinale, Newman confessò che tutta la sua vita era stata una battaglia contro il liberalismo e il soggettivismo nel cristianesimo, quale egli lo incontrò nel movimento evangelico del suo tempo, e da cui si staccò definitivamente quando si convertì dal credo anglicano al cattolicesimo: vivere secondo coscienza significò allora per lui il dovere di obbedire più alla verità riconosciuta che al proprio gusto, anche in contrasto con i propri sentimenti e con i legami dell’amicizia e di una comune formazione. Un uomo di coscienza, infatti, non rinuncia mai alla verità, anche a costo di sacrificare tutto il resto.  

Naturalmente, l’apertura della mente e del cuore umani al Vero non rappresenta un sapere già articolato concettualmente: essa è, piuttosto, la capacità per l’uomo – costituito a somiglianza di Dio – di riconoscere, quando non vive ripiegato su se stesso, la Verità e il Bene come profondamente corrispondenti alla propria natura, e quindi di sentirsene attratto.  Su questa impronta del Creatore, aggiunge il relatore, si basa la stessa possibilità della missione: il Vangelo può, anzi, dev’essere predicato ai pagani, perché essi stessi, nel loro intimo, lo attendono. Qualcosa di analogo possiamo trovare anche in San Paolo, quando ci dice che i pagani conoscono molto bene, anche senza legge (Torah) ciò che Dio attende da loro (Rm 2, 1-16).

Possiamo allora comprendere – argomenta ancora Ratzinger – perché il brindisi di Newman anteponga la coscienza [rettamente intesa] al Papa: questi non può imporre ai fedeli cattolici dei comandamenti, solo perché egli lo vuole o perché lo ritiene utile. La moderna concezione volontaristica dell’autorità deforma l’autentico significato del ministero di Pietro: in questo orizzonte mentale tutto ciò che non proviene dal soggetto può venire solo imposto dall’esterno. Ma le cose si presentano del tutto diverse se partiamo dalla tradizionale concezione della coscienza. Come un bambino sviluppa la propria innata capacità di par­lare sol­tanto se qualcun altro gli parla, così l’impronta del Bene (la sua memoria/anamnesi), infusa nel nostro essere a fondamento della coscienza, ha bisogno di qualcuno esterno a sé che maieuticamente la susciti e la renda forte e salda.

Quando si parla della fede e della Chiesa, dobbiamo tener conto di una dimensione ancor più vasta della coscienza: già San Giovanni, in diversi passi del suo Vangelo, sottolinea l’esistenza di un nuovo soggetto, a cui – come credenti – partecipiamo quando, mediante il battesimo e nell’eucaristia, diventiamo un solo corpo, cioè un unico io, con Cristo. Per questo, in contrasto i sapienti gnostici, che volevano convincere i fedeli che la loro fede ingenua doveva essere compresa e applicata in modo totalmente diverso, egli scrisse:

Voi non avete bisogno di una simile istruzione, dal momento che, come unti (battezzati), voi conoscete ogni cosa” (cfr. 1 Gv 2, 20.27).

Ciò non significa – naturalmente che i credenti siano onniscienti, ma indica piuttosto la certezza della memoria cristiana: essa distingue interiormente tra quanto è uno sviluppo della memoria e quanto è una sua falsificazione[3]. Come osserva ancora il card. Ratzinger:

Proprio nella crisi attuale della Chiesa, stiamo sperimentando in modo nuovo la forza di questa memoria e la verità della parola apostolica: più delle direttive della gerarchia è la capacità di orientamento della fede semplice che porta al discernimento degli spiriti.

Solo in tale contesto si può comprendere correttamente il primato del Pontefice e la sua correlazione con la coscienza cristiana: egli si fa carico del nostro ricordo, affinché non siamo dimen­tichi di noi stessi, della nostra origine e del no­stro destino. Il significato autentico dell’autorità dottrinale del Papa consiste nel fatto che egli è il garante della memoria cristiana su cui si fonda la fede. Egli non impone dall’esterno, ma svilup­pa la memoria cristiana e la difende, tanto da una soggettività dimentica del proprio fondamento, quanto dalle pressioni di un conformismo sociale e culturale».  

 

 
Riferimenti:

[1] Penso a tanti ‘cattolici adulti’ impegnati come politici a promuovere leggi, come quella sul suicidio assistito o sul cosiddetto ‘matrimonio omossessuale’, che contrastano profondamente con la morale naturale, oltre che con i precetti della Chiesa.

[2] Si tratta della conferenza su Coscienza e verità che il card. Ratzinger, insigne teologo e Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, tenne a Siena nel 1991, in occasione del 750 anno di fondazione dell’Università, pubblicato il 16 marzo dal settimanale Il Sabato. Nel 2009, quando l’autore era stato eletto Papa con il nome di Benedetto XVI, il saggio è stato riedito dall’editore Cantagalli, nel libro, Elogio della coscienza. Dal 2018 si trova con un nuovo titolo: Se vuoi la pace rispetta la coscienza di ogni uomo. Coscienza e verità nella raccolta di saggi, sempre della Cantagalli: Liberare la libertà. Fede e politica nel Terzo Millennio, pp.87-109.     

 [3] Si tratta del sensus fidei del popolo cristiano, di cui ha diffusamente parlato la Lumen Gentium. Nel IV secolo d.C. la quasi totalità della gerarchia cristiana – per un certo periodo – abbracciò l’eresia ariana: furono soprattutto i laici a difendere l’integrità della fede.

 


 

Sostieni il Blog di Sabino Paciolla

 





 

 

Facebook Comments
Print Friendly, PDF & Email