in ricordo di Diana Pifferi
per Diana Pifferi

 

 

di Anima Misteriosa

 

Una bambina morta di fame e di sete

 

Qualche sera fa stavo andando alla S. Messa nella cattedrale della mia città, quando avverto invece l’impulso a fermarmi in una chiesetta lungo la strada e vicina a casa mia. Arrivo con qualche minuto di anticipo e quindi posso assistere all’annuncio dato dall’anziano parroco: la S. Messa di quella sera è dedicata alla bambina che “è morta di fame e di sete a Milano”. Diana. Dato che intendevo far celebrare una S. Messa per lei, l’ho preso come un segno del cielo.

Inutile riandare qui sui dettagli di una vicenda che definire “orrida” o “atroce” è persino riduttivo[1]. La tragedia si è consumata tra il 14 e il 20 luglio scorsi. Una bambina di 18 mesi, Diana Pifferi, viene ritrovata morta dopo che la madre 37enne (non propriamente una ragazzina, dunque) l’aveva abbandonata in casa da sola per ben 6 giorni per andarsene a svagarsi col compagno, nonostante che la piccola apparisse indisposta; le avrebbe piazzato accanto il  biberon (come se Diana se lo potesse prendere da sola!). Data la presenza di una boccetta di benzodiazepine in casa, la bambina potrebbe essere stata drogata perché non piangesse e attirasse l’attenzione, il che aggraverebbe la posizione della donna per l’accusa di omicidio premeditato. La piccola sarebbe morta due giorni dopo essere stata abbandonata e ora la madre è in carcere, indagata per omicidio pluri-aggravato.

Non intendo pronunciare qui giudizi a carico della donna, il cui comportamento però mostra un narcisismo patologico: apparentemente incapace di rendersi conto della gravità dei propri atti, bugiarda compulsiva, ha mentito a parenti e amici sulla situazione della figlioletta durante i 6 giorni di abbandono e avrebbe finto addirittura il battesimo pur di ricevere regali; svagata a tal punto da partorire in un bagno, talmente irresponsabile da lasciare ripetutamente la bambina da sola a casa, ha mostrato un comportamento al di là di ogni umana, razionale comprensione. A giudicarla, ci penserà la giustizia umana (che già si sta ponendo l’interrogativo sulla sua capacità di intendere e di volere) e, sicuramente, Dio, nella Sua infinita sapienza, valuterà la situazione molto, ma molto meglio di ciascuno di noi. Difatti, non tollero neanche la valanga di accuse vomitate sui social, laddove ognuno si sente in diritto – dovere di esprimere la propria condanna, e persino il livore, contro la disgraziata madre. Mi limiterò però a due osservazioni.

Primo: secondo i vicini, Diana non si sentiva mai piangere, neanche prima dei giorni orrendi in cui stava morendo all’insaputa di tutti. Pare inoltre che la madre la rimproverasse in continuazione. Ho avvertito un colpo al cuore, come se la bambina, così piccola, avesse già capito di essere un peso e desiderasse non dare fastidio, neanche col pianto. In questo caso è forse solo un’impressione mia, ma ci sono bambini così: che non si sentono quasi neanche in diritto di vivere. La seconda osservazione riguarda il fatto che tutti, vicini, nonni della piccola e altri conoscenti abbiano dichiarato a più riprese che, se si fossero accorti di qualcosa, si sarebbero precipitati subito a intervenire. Non ne dubito, ci mancherebbe altro: e posso ben immaginare la costernazione di conoscenti e vicini di casa che, se solo avessero immaginato, avrebbero sicuramente sfondato la porta di casa o chiamato i pompieri. Però…

Però, per anticipare una tragedia del genere bisogna cogliere, e già parecchio tempo prima, segnali più sottili. “L’attenzione è una qualità dell’amore” affermava la grande filosofa ebrea Simone Weil, morta di dolore durante la Seconda Guerra Mondiale. Se io amo qualcuno, colgo in lui la benché minima variazione nel tono di voce o nell’espressione, faccio attenzione alle sfumature, come quando ammiro i capolavori di arte; e, pur rispettandone la libertà ed evitando ogni ingerenza eccessiva nei suoi confronti, rimango prudentemente, ma alacremente in attesa al margine della sua vita, per essere immediatamente pronta a ogni intervento necessario. Il mio timore è che parecchi – parenti e vicini – non abbiano invece colto quei segnali “più sottili” che avrebbero potuto far immaginare abusi e maltrattamenti sulla bambina con largo anticipo.

Non mi si venga a dire che questo è stato un episodio isolato di abbandono: ce ne sono stati tanti altri. Alle volte basta il pianto – o l’assenza di esso – per capire. Ma, domandiamocelo sinceramente, in una società in cui non facciamo tutti nient’altro che correre ed avere fretta, in cui la quantità prevale sulla qualità e il discernimento è rotolato giù per le scale della cantina, tanto che ormai passano come naturali e ovvie persino delle enormità; in una società dove gli esseri umani e, soprattutto, i bambini, appaiono sempre di più un peso e un fastidio o, tutt’al più, vengono dati per scontati: siamo sicuri di disporre, tutti quanti, del tipo di attenzione indispensabile a capire che un bambino viene maltrattato e che sta rischiando la vita in famiglia? Che dietro a una porta chiusa c’è una neonata, ridotta al silenzio e condannata a morire di fame e di sete in un’estate torrida? Non ha torto allora il sindaco di Milano Giuseppe Sala, il quale ha affermato al funerale della piccola che siamo tutti responsabili della sua morte (anche se la sua politica non mi pare in sintonia con la difesa dei piccoli)[2].

 

L’aborto

 

Potrei pronunciare a questo punto una tirata contro l’aborto: e, di sicuro, ce ne sarebbero gli estremi. Perché non mi si venga a dire che c’è una grande differenza tra il lasciare morire di fame e di sete una bambina di 18 mesi, al di fuori del grembo materno, e l’ucciderne un altro, schiacciandolo con l’aspiratore, dentro il seno materno. Diffido visceralmente da leggi e forme di “etica” che adottano come unico discrimen il sottile velo del grembo materno, tanto che chi sta dentro ha di fatto meno diritto a vivere di chi sta fuori. Il marciume dell’ultima campagna vaccinale consiste proprio in questo: che quando si è perso ogni scrupolo nei confronti di embrioni e feti uccisi (vivisezionati, per essere precisi[3]), cioè nei confronti di chi sta dentro, non ne restano molti, di scrupoli, nei confronti di chi sta fuori. Il rispetto della vita è una coperta stretta: se la si tira da una parte, si scopre immediatamente tutta una parte dell’umanità dall’altra. E del resto….Dieci anni fa, ho provato, sulla base delle statistiche di allora, a calcolare sommariamente quanti bambini erano stati fino ad allora abortiti in Italia e nel mondo. Per l’Italia, arrivavo a 6 milioni di bambini (allora); per il mondo, contando le centinaia di milioni morti in Cina e Russia, arrivavo a un miliardo.

Proprio in quel periodo, mentre un sabato mattina passavo dall’aula magna del liceo in cui allora lavoravo, colsi degli stralci di una conferenza magnanimamente concessa dalla consueta femminista di sinistra (esistono anche femministe di altro stampo, grazie al cielo), che inneggiava alle innovazioni degli anni ’70, aborto e divorzio in primis; poi, si lamentava del fatto che, in un’Italia con il ricambio generazionale sempre più in fondo al pozzo, mancavano all’appello ben 6 milioni di bambini. Ma guarda! Chissà dove erano andati a finire….Davanti a tanta sfacciataggine, sentii la collera invadermi. Quando entrai in classe, una terza, i ragazzi ovviamente si incuriosirono subito per questa “conferenza”, sperando, comprensibilmente, in una maniera di svagarsi e lasciare i banchi dell’aula. La mia risposta fu secca: “Non vi porto ad ascoltare un ammasso di bugie e sfacciate incoerenze. Si inneggia all’aborto e poi ci si lamenta che mancano 6 milioni di bambini in Italia! Restiamo qua e studiamo Dante, che è incomparabilmente migliore”. E passammo a Dante.

 

Quando i genitori abbandonano i figli

 

Dicevo, potrei diffondermi ancora sull’aborto, ma stavolta, dopo questi accenni, preferisco spingere il discorso più in profondità. Per anni, anzi, per decenni, prima in pastorale, poi nel volontariato in prigione, e infine a scuola, mi sono ritrovata decine e decine di volte a dover fronteggiare le conseguenze dell’abbandono cui gli adulti sottopongono troppo spesso i bambini. C’è un’immagine che mi perseguita e mi si è stampata negli occhi più volte, prima all’estero, poi in Italia. Piove: il genitore si ripara sotto l’ombrello, ma il bambino, magari anche rivestito con l’impermeabile, rimane fuori dall’ombrello. L’ho visto decine di volte e non riuscivo a credere che una scena del genere potesse ripetersi tale e quale di qua e di là dalla frontiera. Così come ho notato decine di volte che oggidì usa molto di più rallegrarsi e fare complimenti al cane o all’animale di compagnia, che a un bambino piccolo. I bambini, di solito, passano inosservati.

Partirò dalla scuola. Certo, nel corso dei miei anni di insegnamento ho incontrato varie buone famiglie e genitori seri e volenterosi; ma, bisogna ammetterlo, ho assistito anche, in prima fila, ai disastri prodotti dall’egoismo di non pochi altri sui loro figli. Ricordo un collega che mi raccontava come, nella classe di medie dove lui insegnava, un ragazzino arrivava regolarmente in ritardo perché “il compagno di sua madre non si svegliava”; evidentemente, l’alunno doveva badare a se stesso. Il problema più frequente che affrontiamo nei nostri consigli di classe di liceo è quello del riorientamento: capita che degli studenti si rendano conto, strada facendo, di non essere tagliati per il nostro indirizzo, ma molto spesso sono i genitori a spedirceli comunque, di solito per motivi di prestigio sociale e incuranti del pericolo di un disastro scolastico e delle sue pessime conseguenze sull’autostima dei figli. Ho visto ragazzi considerati dai genitori quali appendici del loro ego, che dovevano fare quel che volevano loro adulti e colmare le lacune che avevano lasciato loro; giovani plus-dotati, con un’intelligenza più veloce della media, letteralmente maltrattati da genitori normo-dotati, troppo orgogliosi per ammettere di essere meno intelligenti del figlio o della figlia; oppure figli cresciuti con genitori dal carattere patologico (i cosiddetti manipolatori relazionali, una vera iattura), che celavano sotto un malfermo sorriso la tristezza infinita di vedersi costantemente accantonati, se andava bene, o vittime di crisi isteriche e ricatti morali se andava peggio. Mi ricordo di quella volta in cui fui aggredita al telefono da una madre perché il figlio era stato bocciato per eccesso di assenze (oltre il 25% di assenze il sistema operativo del ministero non permette neanche lo scrutinio di questi casi), quando io avevo passato l’anno a inseguire lui e lei, a scongiurarla di mandarlo a scuola, e lei lo teneva a casa apposta. Mi ricordo di quella classe che, da coordinatrice, cercai di difendere in tutti i modi perché era stata letteralmente devastata da una serie di colleghi problematici, tanto che alcuni ragazzi erano finiti all’ospedale per problemi psico-somatici a metà dell’anno precedente…Potrei continuare su questa scia per un bel pezzo.

Nel corso degli anni le famiglie si sono sfasciate sempre di più: le coppie divorziate si sono moltiplicate, per non parlare di quelle ricomposte, persino più di una volta. E, in tutto questo, i ragazzi vengono trattati come dei pacchetti postali. Qualche giorno fa si è laureato un mio ex-allievo cui sono sempre stata molto affezionata fin da quando, in prima, discutevamo di ricette di cucina: mentalmente, abbiamo preparato insieme dei veri e propri banchetti, comprensivi di bignè finali (quelli erano una mia specialità). Solo che lui sapeva cucinare perché, sballottato com’era tra la casa del padre, quella della madre e quella della nonna (pur di famiglia benestante e “perbene”), doveva sostanzialmente bastare a se stesso. Un giorno, ci incrociammo in libreria, dove stavo cercando un nuovo libro di lettura per la classe: e mi ero imbattuta nell’autobiografia di Bebe Vio, la campionessa di scherma vittima di una setticemia meningococcica, che è letteralmente sopravvissuta e ha ritrovato la gioia di vivere grazie alla sua straordinaria famiglia. Quando chiesi al mio allievo se il libro poteva andare bene, lui mi domandò di leggerne insieme un brano e io aprii a caso alla pagina dell’incipit del primo capitolo:

 

La versione originale, in realtà è: se non hai dietro una famiglia che ti ama e ti sostiene, non sei nessuno[4].  

 

Lui esclamò subito: – Prof, va bene! Lo prenda! – Pensando a lui, mi venne un groppo alla gola. Lo acquistai e lo leggemmo in classe.

Quello che più mi preoccupa è l’avvento di una generazione di genitori, talora miei coetanei, talaltra più giovani di me, che appaiono in tutto e per tutto adolescenti cresciuti, incapaci di sacrificarsi per la famiglia, ferocemente attaccati alla loro “libertà” e ai loro desideri, per non dire ai loro capricci, capaci di anteporre un’uscita con le amiche e un aperitivo alle necessità e agli orari ferrei necessari alla vita regolata di un bambino; che, dopo una giornata di lavoro, passano la serata davanti alla TV dallo schermo enorme e ultrapiatto, senza volere essere “disturbati” dai figli, e la domenica al centro commerciale; incapaci di porre limiti, di costruire barriere protettive, che abbandonano i figli adolescenti in centro al sabato sera, tralasciando del tutto il fatto che questi si riempiranno di alcool e rientreranno non prima delle 4.00 del mattino; e loro stessi di limiti non ne vogliono, tanto che sono capaci di mandare una famiglia all’aria quando si invaghiscono di qualcun altro e vanno a “convivere” con lui/lei. Molluschi privi di spina dorsale, abituati ad avere, materialmente parlando, tutto, e a cui personalmente non affiderei neanche lo spazzolino del WC, men che meno dei bambini. Difatti, quest’incapacità di porre limiti e di proteggere i figli si è manifestata nella maniera più impressionante quando ho visto decine e decine di famiglie lasciar vaccinare i figli contro il Covid-19, ragazzi che non rischiavano nulla ammalandosi, ma che rischiavano parecchio con i sieri; ne ero così addolorata, che in classe mi sentivo praticamente male. E ci stupiamo poi che accadano certe cose come la morte atroce di Diana? Se il mio porco egoismo deve prevalere su tutto, allora non c’è limite all’inferno sulla terra.

 

I frutti dell’abbandono e degli abusi

 

Poi la prigione. Molte persone sdegnano i detenuti o nutrono addirittura paura all’idea di avvicinarsi a questo ambiente per motivi di lavoro o volontariato – talora ho notato la paura persino nello sguardo di certe guardie carcerarie, ma non è questo l’atteggiamento più adeguato. Se ascoltate le storie di vari detenuti, la costante più frequente è che, da piccoli, si sono ritrovati in un ambiente familiare malsano; poi, che hanno fallito a scuola. Certo, non tutti quelli che subiscono maltrattamenti in famiglia delinquono (o finiscono in carcere innocenti, perché ci sono anche quelli); però, bisogna ricordarlo, gli esseri umani sono fragili e non possono essere sottoposti a stress eccessivi senza gravi conseguenze. Talora, il dolore li rende pericolosi. E, al nocciolo di ogni maltrattamento, c’è sempre l’abbandono. Sempre. Nessuno potrà mai calcolare quanti reati si radicano proprio nell’abbandono vissuto dagl’imputati tanti anni prima. Beninteso, non si tratta di giustificazioni: è solo la realtà dei fatti. Ognuno deve rispondere delle proprie azioni, ma è lecito chiedersi quale sia il livello di responsabilità di qualcuno cresciuto in una casa quale quella che andrò tra poco a descrivere.

Quando ho cominciato a conoscere il braccio della morte USA, provavo le vertigini alla lettura di ogni nuovo documento giudiziario in cui veniva dettagliata la storia di un condannato: la stragrande maggioranza delle volte venivano da abusi familiari inenarrabili. Mi ricordo la storia di un ragazzo, Micheal, che nella sala – visite del carcere mi ringraziava perché avevo fornito alla sua ragazza l’indirizzo del suo nuovo avvocato: aveva ucciso due donne, due partners occasionali, sotto effetto dell’LSD. Era profondamente pentito, ma l’avevano condannato a morte lo stesso. Era stato allevato in una famiglia terribile: il padre aveva abbandonato la madre, malata di mente, quando Micheal era molto piccolo; la donna si era poi messa con un altro uomo, che torturava Micheal con forchette incandescenti. Quando la sorella, malata di mente pure lei, uccise la madre, l’uomo (non si sa per quale ragione), diede la colpa al ragazzo, allora dodicenne. L’LSD slatentizza le angosce più  profonde e Michael aveva ucciso dopo che, di sicuro in stato di allucinazione, aveva udito le sue partners accusarlo: “Se tua madre è morta, è colpa tua…”. Il braccio della morte è pieno di storie così. Ma non mancano neanche nelle carceri italiane o francesi.

Infine, la pastorale. Per più motivi, durante la mia attività pastorale mi sono trovata a studiare libri di psicologia e poi ho approfondito le sindromi post-traumatiche. Pochissimi (specie in Italia) sanno che, oltre a quelle acute – stile veterano di guerra – causate da un forte avvenimento stressante, esistono anche le sindromi croniche, dovute al  dispiegarsi di eventi stressanti per anni, talora persino decenni. Nel nostro mondo occidentale, le sindromi post-traumatiche croniche sono appannaggio quasi esclusivo di chi è stato maltrattato da bambino.

E’ l’anticamera dell’inferno. La personalità viene devastata a più livelli: certe emozioni si bloccano, si sviluppano dipendenze, si innestano nella psiche fobie sociali, scattano pulsioni suicide (o anche, più raramente, omicide), ma, soprattutto, ci si porta dietro un senso profondo di disperazione, come se non esistesse una via d’uscita al dolore, alla paura, alla vergogna. Anzi: paura, vergogna, senso di colpa, rabbia, sono i frutti emotivi consueti di questo stato di cose. Al nocciolo, c’è sempre però uno stato di abbandono. E’ impossibile calcolare quante famiglie vengano messe in pericolo o distrutte da problemi di questo genere: sicuramente, i detenuti cui facevo riferimento prima spesso ne soffrono. Ma il peggio, quello che veramente non augurerei al mio peggior nemico, è il cosiddetto flash-back emotivo: quando un dettaglio riporta alla mente il trauma originario. Quel trauma originario è sinonimo di abbandono grave e, quindi, di rischio di morte. Perciò, il singolo si sente schiacciato da quel ricordo e letteralmente in pericolo di vita, a prescindere dalle proprie condizioni reali, perché immerso in quel momento traumatico in cui tutti lo avevano abbandonato. Non diversamente da quanto è successo a Diana.

La sindrome post-traumatica cronica è tremenda: la preghiera, oltre a cure adeguate di carattere psico-terapeutico, possono fare molto per mitigarla e, finanche, per far metabolizzare completamente il trauma. Ma questa non è ancora l’ultimo gradino dell’abbandono. Un po’ come nei gironi danteschi, più giù della sindrome post-traumatica cronica ci sono le sindromi dissociative, con frantumazione della coscienza e dell’io: più leggere, quelle “non specificate”, come definite dagli specialisti, in cui la dissociazione in più spezzoni di personalità dura per pochi minuti o secondi; oppure le sindromi dissociative integrali, con sviluppo quasi di personalità diverse, che si alternano nella vita quotidiana anche per ore. Quelli sono casi molto gravi, in cui la persona muta del tutto atteggiamento, comportamento e carattere da un momento all’altro (lo switch): tanto che gli astanti pensano automaticamente a una possessione. Non lo è, anzi, è un fenomeno molto diverso: il ricordo del trauma è intollerabile, tanto che viene represso assieme alle parti di personalità coinvolte da esso; perciò, davanti a un trigger, un “innesco” in grado di far riemergere quel ricordo lancinante, la coscienza quotidiana si spezza e prende il sopravvento un altro frammento di personalità, dotato di memoria, volontà, consapevolezza propri. Di solito, la persona non se ne accorge, scorda tutto, oppure si vede dal “di fuori”, estraniata dal proprio corpo.

Il manuale da me studiato riporta un caso che mi ha colpito profondamente e che spesso riferisco per far capire di cosa si tratta: una ragazza stava cercando di rifarsi una vita e di studiare all’università dopo un’infanzia orribile. Le sue parti dissociative più presenti erano un’adolescente un po’ ribelle che non mangiava per paura di rimanere incinta (il che la portava all’anoressia) e una bambina piccola che, invece, appena poteva si ingozzava (di qui una tendenza alla bulimia): ma la parte bambina ricordava gli abusi peggiori, quando la madre la rinchiudeva in cantina senza cibo. Tuttavia, la psicoterapeuta si rendeva conto di come la paziente vivesse delle strane amnesie di alcune ore tutte le sere: e la ragazza non era assolutamente in grado di riferire che cosa succedesse durante quei “buchi” di ore. La psicologa ci arrivò tempo dopo: durante quelle amnesie, emergeva una parte dissociativa più celata e aggressiva, che praticava la prostituzione, ma era memore degli abusi sessuali subiti, quando la madre vendeva la piccola a degli uomini. Ci volle del bello e del buono perché la psicoterapeuta riuscisse a far riassorbire questa parte e a non farle più praticare la prostituzione.

Insomma: come cristiani, siamo tutti chiamati a lottare contro queste forme di egoismo. Ma quando si divulgano nella società eccessi sessuali o comportamenti amorali che sono solo egoismo e impattano negativamente sulla stabilità della vita di famiglia, vi avverto, si va incontro a questo: tutto quello che ho descritto. E se chi ha subito trattamenti del genere può invocare delle attenuanti quanto alla valutazione dei propri atti, non così chi li diffonde per perversione ideologica o per falso “misericordismo”. Se lo ricordino i preti ed ecclesiastici che stanno abbracciando usi contrari alla morale cristiana: così si rovinano vite: a migliaia, a milioni. La cronaca nera, io la conosco bene e in più paesi, è piena di famiglie sfasciate. E come dissero negli anni ‘90 a un convegno i rappresentanti di un’associazione di criminologi francesi, “piantatela di divulgare certi modelli in TV o al cinema; perché poi, ce ne ritroviamo i frutti in galera”[5].

 

Le parole del Cristo

 

Tutti siamo responsabili della lotta contro questo sfacelo: come cristiani, ma anche semplicemente in quanto esseri umani. Certo, per chi ha sofferto a causa di genitori insensati, vale per sempre la parola biblica piena di tenerezza: Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai (Isaia 49,15).

Tuttavia, spesso, prima di entrare in classe e di prendere su di me la responsabilità di guidare i miei ragazzi, mi tornano alla mente le durissime parole che il Cristo avrebbe dettato alla celebre mistica Maria Valtorta il 21 marzo 1944, a seguito di una visione riguardante la Santa Famiglia e la Sua infanzia. La Valtorta è nota per avere trascritto una monumentale opera in 10 volumi in cui riferisce le visioni avute sulla vita di Gesù: da studiosa del settore posso confermare che è l’unica opera mistica che trova conferme oggettive, persino in campo archeologico. Varie volte, leggendola, ho fatto dei veri e propri salti sulla sedia, perché vi riconoscevo delle particolarità della vita della Palestina del I sec.d.C. assolutamente sconosciute ai più, ma note solo agli specialisti. La ritengo quindi un’opera molto affidabile. In questo brano, il Cristo deplora l’abbandono che troppo spesso i genitori operano a danno dei figli. Si noti che siamo nel 1944, a un anno dalla conclusione della Seconda Guerra Mondiale e che quest’ultima era stata veramente scatenata, come si afferma nel finale, da mostri che divorano famiglie e nazioni, nati e allevati da famiglie disgraziate; d’altronde è risaputo che vari personaggi storici ai vertici dei totalitarismi dell’epoca provenivano da famiglie piuttosto disastrate[6]. Queste parole sono forse ancor di maggiore attualità oggi.

 

Dove sono ora le famiglie in cui ai piccoli si faccia amare il lavoro come mezzo di far cosa gradita ai genitori? I figli, ora, sono i despoti della casa. Crescono duri, indifferenti, villani verso i genitori. Li reputano servi loro. Schiavi loro. Non li amano e ne sono poco amati. Perché, mentre fate dei figli dei prepotenti bizzosi, vi staccate da essi con un assenteismo vergognoso.

Di tutti sono i figli. Meno che vostri, o genitori del ventesimo secolo. Sono della nutrice, dell’istitutrice, del collegio, se siete ricchi. Sono dei compagni, della strada, delle scuole, se poveri. Ma non vostri. Voi mamme li generate e basta. Voi padri fate lo stesso. Ma un figlio non è solo carne. È mente, è cuore, è spirito. Credete pure che nessuno più di un padre e di una madre hanno il dovere e il diritto di formare questa mente, questo cuore, questo spirito.

La famiglia c’è e ci deve essere. Non v’è teoria o progresso che valga a distruggere questa verità senza provocare rovina. Da un istituto familiare sgretolato non possono che venire futuri uomini e future donne sempre più depravati e cagione di sempre più grandi rovine. E vi dico in verità che sarebbe meglio che non vi fossero più matrimoni e più prole sulla terra, anziché vi siano famiglie meno unite di quanto non siano le tribù delle scimmie, delle famiglie non scuola di virtù, di lavoro, di amore, di religione, ma caos in cui ognuno vive a sé come ingranaggi disingranati che finiscono a spezzarsi.

Spezzate, spezzate. I frutti di questo vostro spezzare la forma più santa del vivere sociale, li vedete e li subite. Continuate pure, se volete. Ma non lamentatevi se questa terra diviene sempre più inferno, dimora di mostri che divorano famiglie e nazioni. Voi lo volete. E tal vi sia.

 

[1] Indico qui alla rinfusa alcuni servizi da me consultati: La piccola Diana e i suoi 18 mesi di vita, Estate in diretta, Rai, 26 luglio 2022, https://www.youtube.com/watch?v=J_8yZSqO4vc&t=202s; la lunga serie di articoli dedicati alla vicenda da Il Giorno, https://www.ilgiorno.it/milano/cronaca/diana-pifferi-guerra-perizie-1.7937467 e poi da Fanpage, La storia di Diana Pifferi, la bimba abbandonata dalla mamma Alessia e morta di stenti, Fanpage 2 agosto 2022, https://www.fanpage.it/milano/la-storia-di-diana-pifferi-la-bimba-abbandonata-dalla-mamma-alessia-e-morta-di-stenti/

[2] Cfr.Massimiliano Mingoia, Municipio 3, spazi vietati se sei contro aborto e gay, Il Giorno 26 marzo 2019, https://www.ilgiorno.it/milano/cronaca/bando-vietato-gay-aborto-1.4509611

[3] Cfr. Si veda la Dichiarazione di Betlemme in merito, 24 dicembre 2021, pubblicata dall’Osservatorio Cardinale Van Thuan, https://www.vanthuanobservatory.org/dichiarazione-di-betlemme-sfidare-la-liceita-morale-delle-iniezioni-sperimentali-contaminate-dallaborto-per-covid-19-e-chiedere-lopposizione-universale-ai-mandati-sui-vaccini/ e il magnifico articolo della dott.ssa Eva-Maria Hobiger, In che modo i vaccini Covid-19 sono correlati all’aborto? , Osservatorio Van Thuan 5 agosto 2021, https://www.vanthuanobservatory.org/in-che-modo-i-vaccini-covid-19-sono-correlati-allaborto-di-dr-eva-maria-hobiger/

[4] Bebe Vio, Mi hanno regalato un sogno. La scherma, lo spritz e le Paralimpiadi, Milano, Rizzoli, 2015, cit.p.25.

[5] Purtroppo, non posso fornire i riferimenti di questa citazione, ma ne sono sicurissima, tanto mi ha impressionato.

[6] E’ noto come nella famiglia di Hitler si fosse consumato un incesto e come Hermann Göring fosse stato abbandonato dalla madre, ma propongo solo due esempi: Albert Speer, soprannominato a Norimberga the Good Nazi e architetto di Hitler, condannato per avere approfittato del lavoro da schiavi di migliaia e migliaia di internati e prigionieri, ma che cercò di salvare le infrastrutture tedesche dai folli ordini di distruzione di Hitler nella primavera del 1945, si lasciò irretire dal fascino carismatico del leader perché proveniva da una famiglia anafettiva: si veda la magnifica biografia di Gitta Sereny, In lotta con la verità. La vita e i segreti di Albert Speer, BUR, Rizzoli, 2009 (tra l’altro, la Sereny ha scritto molto sui bambini maltrattati e abbandonati). Stalin, invece, per quanto la madre cercasse di proteggerlo e si ammazzasse di lavoro per permettergli una solida educazione, visse in una famiglia abbandonata dal padre e in cui veniva spesso picchiato; successivamente, influì negativamente su di lui l’atmosfera oppressiva del seminario di Tbilisi in cui studiava: cfr. Oleg. V.Chlevnjuk, Stalin: biografia di un dittatore, Milano, Mondadori, 2016.

 


 

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