New York City
New York City

 

 

di Nicola Lorenzo Barile

 

 

I cattolici oggi si trovano in una posizione piuttosto difficile: da una parte, hanno maturato la convinzione che il coinvolgimento attivo nella vita sociale e politica sia una parte fondamentale della loro fede; dall’altra, le condizioni generali che presuppongono tale coinvolgimento, inclusa la crescente convinzione dell’importanza delle cose del mondo, promuovono modi di pensare che non lasciano spazio ai princìpi del diritto naturale alla base dell’insegnamento sociale e morale cattolico.

Le risposte a queste difficoltà variano. Una è quella di continuare a resistere e a presentare temi cattolici e di diritto naturale nella speranza che qualcuno, alla fine, li recepisca: è nota, infatti, la sempre maggiore ortodossia dei laici, in quanto l’affermazione vigorosa del punto di vista cattolico è inevitabile se si vuole difendere la capacità delle famiglie e delle comunità di condurre un’esistenza ispirata ai princìpi religiosi.

Questo approccio, tuttavia, sembra più simile alla voce di uno che predica nel deserto: non tutti lo recepiscono ma, quel che è forse peggio, finisce per escludere quei cattolici che occupano posizioni di rilievo, le cui parole d’ordine sono ancora ispirate alla compassione e che preferirebbero adottare o adeguarsi all’attuale modo di pensare del mondo, piuttosto che confrontarsi con esso o discutere di una sua alternativa.

Riferendosi al libriccino Abbattere i bastioni di Hans Urs von Balthasar (1953), che anticipò tematiche poi ampiamente affrontati dal Concilio, un’altra risposta è quella di ricostruire, almeno informalmente, i bastioni appunto abbattuti all’indomani del Vaticano II, per riunire i cristiani in piccole comunità coese capaci di offrire un milieu che forgi persone fortemente motivate nel sostenere lo sforzo di portare avanti uno stile di vita ispirato agli insegnamenti cristiani: la cosiddetta Opzione Benedetto (2018), che ha consentito al suo autore, il giornalista Rod Dreher, di diventare molto popolare, ma che pone non pochi problemi: come si possono erigere bastioni con la velocità di comunicazione dei mezzi moderni? O quando le classi dirigenti fanno dell’inclusione uno dei loro principali obiettivi? E, soprattutto, cosa fare quando l’idea di questi nuovi bastioni non piace ai propri leaders?

Ciò nonostante, questo approccio riscuote interesse ed è, in effetti, difficile pensare a qualcos’altro che possa ridurre la pressione del mondo sui cattolici e sulle loro famiglie, anche se non si tratta, in realtà, di una novità, dato che qualcosa del genere era già stato proposto da This Perverse Generation (1949) della giornalista americana Carol Jackson Robinson (1911-2002): sebbene scritto prima che i bastioni fossero abbattuti, presenta ancora motivi di interesse. Vedremo fra poco perché.

L’America di Carol Robinson era appena sfuggita agli orrori della Seconda guerra mondiale e al pericolo delle dittature europee: la vita nel dopoguerra, pertanto, si presentava serena, prospera e piacevole. Questo, però, rappresentava un problema, perché la vita non era più dura e pericolosa: al contrario, era diventata banale e noiosa; l’America, in pratica, stava cercando di costruire una vita felice, ma senza Dio, basandosi sulla prosperità, la sicurezza e un concetto sempre più dinamico di fare ciò che si vuole.

 This Perverse Generation si apre con l’immagine sconsolata di un mondo costruito su false fondamenta: benché Dio avesse indicato le giuste basi, l’uomo invece vagava tra paludi e dune di sabbia, con il risultato di edificare luoghi in cui abitare che perdevano e con scantinati allagati, sul punto di crollare da un momento all’altro. Perché, allora, non tornare indietro e costruire su quelle basi già indicate da Dio? E’ la domanda rivolta a Carol Robinson, costretta poi a spiegare che, poiché si sono spesi molti soldi per costruire fra paludi e dune di sabbia, ormai si può solo continuare a sfruttare quei siti, cercando di spendere denaro buono dopo averne speso di cattivo e sperando che questo sforzo non dispiaccia a Dio, di cui l’uomo proverà ad attirare la benevolenza appendendo ai muri Sue immagini e invocando il Suo nome per ottenerne il sostegno.

A Dio tutto ciò invece finisce per dispiacere, perché del tutto inutile, in quanto non ordinato a Lui. Ci mancherebbe che le Sue benedizioni non cadano copiose sull’uomo, ma confezionate in pacchi con etichette come «esaurimento nervoso», «depressione», «calo demografico», «crisi economica» e altri mali più attuali, non perché voglia mandare all’uomo angeli sterminatori, quanto perché l’uso perverso della natura mette inevitabilmente in moto le sue leggi interne e si rivolge contro chi le fa violenza.

Dio non si diverte affatto a tormentare l’uomo; gli sta solo permettendo di soffrire alcune delle naturali conseguenze del disprezzo nei Suoi confronti. Il disordine morale nel mondo, spiega Carol Robinson, può assumere diverse forme; in genere, l’uomo tende a sottolineare l’elemento soggettivo nel peccato, come se fosse l’unico criterio nel valutare il disordine, dimenticando troppo spesso, invece, ciò che è oggettivamente male in sé, come la contraccezione artificiale, anche se spesso praticata in buona coscienza, con il risultato che, se tutte le donne che vi fanno ricorso andranno plausibilmente in paradiso, le società certamente collasseranno. Ritornerò a breve anche su questo punto.  

L’uomo ha certe modalità proprie di usare il suo corpo e la sua mente, oltre che alcune considerazioni di base nell’organizzazione della società: tutto ciò costituisce la legge naturale, scritta non tanto nei libri, quanto piuttosto data in natura, che l’uomo può scoprire per mezzo dell’osservazione e della ragione e non necessariamente attraverso la Rivelazione, anche se può consolidarne la conoscenza.

È abbastanza interessante, nota Carol Robinson, che solo la Chiesa cattolica sostenga la validità della legge naturale; benché si senta spesso parlare anche da parte di cattolici di collaborazione fra «uomini di buona volontà» sulla base della legge naturale, in quanto vincolante per tutti, al di là del fatto che sia vincolante o no, semplicemente la sua importanza non è riconosciuta al di fuori della Chiesa: né Martin Lutero, né Giovanni Calvino, infatti, hanno mai creduto in essa, né tantomeno i protestanti oggi, come il teologo Reinhold Niebuhr  (1892-1971), che ancora attribuiva la differenza fra protestantesimo e cattolicesimo circa l’importanza della legge naturale al fatto che la Chiesa cattolica abbia più confidenza nella forza della ragione che le chiese protestanti; ciò allora, secondo Carol Robinson, può spiegare il loro supporto a pratiche come la contraccezione e l’eutanasia.

Occorre anche riconoscere quanto sia difficile applicare oggi i princìpi della legge naturale: chi osa più dire che semplicemente dipende da noi sapere ciò che è giusto ma non farlo? Veramente sappiamo cosa è giusto? L’assenza di specifiche indicazioni morali dal pulpito su come agire nel mondo moderno è un vuoto doloroso e addossarne la responsabilità al clero non è sufficiente a colmarlo, perché un codice di specifiche norme morali da seguire aspetta il vaglio dei fedeli laici, prima che l’interpretazione del clero. Né basta dire che le leggi della Chiesa sono chiare ma esigono troppi sacrifici, come può essere la perdita del posto di lavoro, il che a volte può anche capitare benché, in genere, si lascia un posto perché ce n’è un altro migliore, anche se non è questo il problema odierno, perché il disordine, a ben vedere, è universale: si è come circondati sicché, essendo impossibile la ritirata, si può solo combattere per uscirne vivi.

Si prenda il caso del rapporto fra coniugi. Una volta, dice Carol Robinson, il compito di una buona moglie si limitava a quello di seguire il marito e, a meno che questi non le chiedesse di rapinare una banca o di non andare a Messa la domenica, per il resto lei poteva occuparsi tranquillamente della casa, mentre a lui spettava l’onere di prendere le decisioni più importanti per la vita della coppia: una distinzione dei ruoli che, sebbene non sempre piacevole, era per lo meno definita. Tuttavia, se il marito era debole di carattere e privo di iniziativa, forte era la tentazione della moglie di prenderne il posto, negando la sua naturale subordinazione: in pratica, la soluzione adottata dalle femministe che invertono l’ordine naturale su cui sono costruiti i rapporti fra coniugi. 

Anche la contraccezione artificiale perverte la natura del rapporto fra i coniugi, poiché abusa della loro naturale facoltà di generare voluta da Dio, che volle aggiungere all’atto di perpetuazione della specie il più intenso piacere in natura, come una sorta d’incentivo e di ricompensa, non come un diritto che spetta ai coniugi, privo di qualsiasi dovere verso il naturale frutto della loro unione, considerato piuttosto come un ostacolo al loro soddisfacimento personale.

A questo punto, Carol Robinson richiama certa durezza della teologia morale classica che assimilava la pratica della contraccezione artificiale a quella del vomitorium degli antichi romani, che festeggiavano con cibi prelibati e vini costosi, fino a non poterne più; dopo di che, stimolavano lo stomaco fino a vomitare tutto ciò che avevano mangiato per poi disporsi nuovamente ad assaggiare altre prelibatezze e a sorseggiare vini sempre più ricercati. Come i moderni sostenitori della contraccezione artificiale, gli antichi non cercavano che il solo piacere nelle loro azioni, dimenticando che Dio aveva reso piacevole l’alimentazione dell’uomo principalmente per assicurarsi che si nutrisse, così che, anche in questo caso, costituisse peccato pervertire la normale conseguenza di una nostra azione.

Ai convinti sostenitori della contraccezione artificiale, soliti ricordare che non era una novità perché già praticata dalle grandi civiltà, Carol Robinson aggiungeva che ciò, in effetti, era vero, ma solo poco prima del loro crollo. Vista allora come una delle cause di disordine morale che avvia una società alla decadenza, risplendeva allora la gloria della Chiesa, rimasta praticamente la sola ad affermare la contrarietà alla legge naturale della contraccezione artificiale, garantendo così la natura definitiva e irreformabile del suo insegnamento; come annotato da Carol Robinson, vent’anni prima della pubblicazione di Humanae Vitae: «In quanto innaturale, dunque, la contraccezione artificiale è in sé stessa peccaminosa, e quelli che sperano che la Chiesa allenti la sua proibizione, sperano ciò invano. Non è infatti nel potere della Chiesa cambiare la legge naturale».

This Perverse Generation si conclude con un pressante invito: «Non è nostro compito sovrimporre pietà su fondamenta storte; il nostro compito è risalire a quelle vecchie e costruire di nuovo. Fintanto che noi continueremo a spendere denaro buono dopo averne speso di cattivo, non affretteremo che il giorno del collasso», ostacolando il desiderio del mondo di conoscere la vera Chiesa e non avendo altro da offrire che la minestra già riscaldata di qualche utopia sociale.

L’«opzione» di This Perverse Generation, pur promettente, non è andata oltre il suo successo editoriale, soprattutto perché le autorità ecclesiastiche non la vollero prendere in considerazione. Del resto, come potevano i laici cercare di restaurare tutte le cose in Cristo quando la linea ufficiale della Chiesa appariva essere piuttosto la rinuncia a salvare il mondo e l’accantonamento dei dogmi della fede, per enfatizzare invece il dialogo con i non credenti, rinunciando a giudicarli, e abbracciare il concetto tecnocratico di well-being che solo può fornire una base di cooperazione con loro?

È questo uno dei motivi per cui Dreher, quando ha voltato le spalle alla Chiesa cattolica a causa della freddezza dei suoi leaders nei suoi confronti, ha fatto tanto scalpore con la sua proposta che i credenti laici si uniscano per formare proprie comunità cristiane su piccola scala. A differenza di Dreher, invece, Carol Robinson mi è sempre sembrata più propositiva, avendo più fiducia nella virtù della pazienza e nella possibilità di riproporre in tempi migliori la sua «opzione»: «La virtù cristiana della speranza ci guidi nell’avere fiducia in qualche specie di capovolgimento della situazione» ma, per timore che l’eccessivo differimento della vittoria su una battaglia che appare ancora lontana ci indebolisca eccessivamente, è meglio allora concentrarsi sulla richiesta del sostegno della grazia. Come disse il Salmista: «Se il Signore non costruisce la casa, invano si affaticano i costruttori”» (126, 1).

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