di Salvatore Scaglia
Soprattutto gli ultimi anni sotto Francesco si sono rivelati densi di sue posizioni – sia orali de visu e in videointerviste che nelle modalità più formali – estremamente ambigue, confusionarie, erronee, mondane. A tal segno che taluni hanno reagito con decise, aperte, opposizioni (da Don Alessandro Minutella a, da ultimo, Monsignor Carlo Maria Viganò, per menzionare i casi più noti) e molti altri fedeli cattolici, sia ordinati che laici e religiosi, sempre più critici, vivono un disagio, se non una sofferenza, crescente. A fronte di questo quadro, seppur rapidamente tratteggiato, esiste una grande massa di cattolici connotati da una plateale indifferenza e ignoranza circa la gravità dell’attuale situazione ecclesiale, tra l’altro denunciata – seppur con accenti e contenuti differenti – persino da Vescovi (da Joseph Edward Strickland ad Athanasius Schneider) e Cardinali (da Raymond Leo Burke a Robert Sarah, a Gerhard Ludwig Müller). Si riscontra inoltre un novero, non irrilevante, di cattolici che, per varie ragioni – dall’opportunismo fino alla pavidità -, preferiscono fare come gli struzzi in attesa che, chissà quando, passi la buriana.
Ora, senza entrare nel merito delle varie, singole, posizioni e di questioni pur fondamentali – anzi decisive – come la validità o meno dell’elezione di Jorge Mario Bergoglio, specie se legata alla validità o meno della rinuncia di Papa Benedetto XVI, l’odierna temperie per la sua drammaticità impone qualche osservazione più generale sul rapporto che intercorre tra Munus petrinum, persona del Papa e critiche dei fedeli.
Intanto, per un’indispensabile premessa, va detto che, com’è agevole notare ormai da molto tempo, parecchi fedeli, se non i più, concepiscono la fede cattolica in termini di sequela di uno, inteso come la persona del Romano Pontefice. A prescindere, per principio, spessissimo senza neanche conoscerne gli atti e i documenti. Insomma con una cieca fiducia. E se non sempre si ha l’identità fede cattolica = persona del Papa è anche vero che siffatta concezione dà un peso essenziale alla persona del Romano Pontefice, a tal punto che chi critica, anche legittimamente e rispettosamente, il Papa non è considerato, dai portatori di questa concezione, tout court cattolico. O, peggio, è marchiato come anti-cattolico. Perciò, nelle sue impostazioni più radicali, tale concezione si traduce, di fatto, e al di là delle intenzioni dei singoli fedeli, in una forma di culto della personalità del Papa. In altre parole da tempo il cattolicesimo è, sempre più spesso, diventato papesimo (o, come dice qualcuno, papolatrìa).
Indubbiamente gli storici della Chiesa sarebbero in grado di stabilire all’incirca da quale epoca e per quali cause ciò è accaduto. Qui è sufficiente prendere atto del descritto atteggiamento, ormai assai diffuso tra i cattolici.
Si deve, dunque, subito precisare che anche al cospetto del migliore e santo dei Papi per il cattolico sono fondamentali, anzi essenziali, piuttosto il rispetto e la venerazione del Munus petrinum, cioè dell’incarico – rectius: mandato – che il Papa espleta perchè Simone, detto Pietro, lo ha ricevuto direttamente da Gesù Cristo nostro Signore. Tuttavia, vista la comune nescienza tra gli attuali cattolici pure di questo argomento fondativo della fede, non è affatto pleonastico definire il Munus petrinum nelle sue linee sostanziali e indefettibili.
Nella stessa Basilica Vaticana di San Pietro, guardando in alto dalla cosiddetta Cattedra di Pietro, si legge: “ego rogavi pro te o Petre ut non deficiat fides tua. Et tu aliquando conversus confirma fratres tuos”. Questa espressione in Latino si ritrova in Luca 22, 32: “io ho pregato per te (o Pietro, NdR), che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli”. È Cristo Gesù a parlare. E il significato di siffatte parole, tanto chiare quanto profonde, si riferisce al c. d. munus docendi, cioè al dovere di Pietro e dei suoi successori di insegnare le verità della fede (e della morale) confermando nella stessa i fedeli. L’altro aspetto del Munus petrinum, indissolubilmente congiunto col primo, è il c. d. munus pascendi, che si rinviene in Giovanni, il cui Vangelo (cf. 21, 16-17) riporta il mandato petrino in modo rafforzato: infatti, per ben tre volte, Gesù dice a Pietro: pasci i miei agnelli, pasci le mie pecorelle, pasci le mie pecorelle. È, quindi, questa l’essenza del Munus petrinum, che è bene ribadire, a maggior ragione in tempi di grandissima confusione e propaganda come quelli correnti, in cui questo Munus non è evidente nemmeno a molti cattolici, convinti come sono che il Romano Pontefice vada seguito sempre e comunque, magari più per posizioni secondarie come quelle, per così dire, politiche, intrinsecamente caratterizzate da opinabilità o quanto meno avvinte ad opzioni che variano da Pontefice a Pontefice.
Tornando alle due pericopi evangeliche citate la prima è assai importante per due ragioni. Anzitutto è Cristo, non Pietro, che prende l’iniziativa: è Cristo, invero, che prega per Pietro perché la fede di quest’ultimo non venga meno. Inoltre, è manifesto il nesso tra la fede, la conversione di Pietro e la sua conferma dei fratelli. Nessun Papa, cioè, è in grado di confermare i fratelli se non grazie alla fede in Cristo Signore e grazie ad una continua conversione in Lui. Questo è talmente vero che, in un altro passo, anch’esso assai sintomatico, Cristo si rivolge a Pietro così e duramente: « Lungi da me, satana ! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini! » (Matteo 16, 23). Non è quindi, come detto più sopra, la persona del Pontefice – fallibile perché può, appunto, pensare secondo gli uomini – che va seguita sempre e comunque, ma è, piuttosto, la Persona Umana e Divina di Cristo, infallibile, che deve avere immancabilmente la sequela del cattolico. Il Papa, dunque, è chiamato ad essere un mediatore, un ponte tra Cielo e terra: in questo senso si chiama Pontifex, che fa (da) ponte.
Ciò è tanto vero che, per lo stesso Codice di Diritto Canonico, sono estremamente limitate le situazioni – perchè sono assai rigorose le condizioni – in cui il Papa è infallibile: il “Sommo Pontefice”, infatti, “in forza del suo ufficio, gode dell’infallibilità nel magistero quando, come Pastore e Dottore supremo di tutti i fedeli, che ha il compito di confermare i suoi fratelli nella fede, con atto definitivo proclama da tenersi una dottrina sulla fede o sui costumi” (can. 749, § 1).
Anche nella seconda pericope evangelica – quella contenente il munus pascendi – è maggiore il peso di Cristo rispetto a quello di Pietro: Gesù parla infatti dei suoi agnelli, delle sue pecorelle. I fedeli, dunque, sono di Cristo (ecco perché i documenti ecclesiali, tra cui il Codice di Diritto Canonico, parlano del battezzato – che è persona in Ecclesia – come Christifidelis). E quali fedeli di Cristo sono ‘soltanto’ affidati al Papa, che deve perciò pascerli, radunarli – e non disperderli – secondo il cuore di Cristo stesso nonché rispondendo a Lui.
Perciò più che legittimo, anzi doveroso, è che il cattolico vagli la congruenza, sopra esposta, tra fede in Cristo e atti, specie se del Magistero, compiuti dal Papa, giacchè la fede e la morale sono superiori alla stessa autorità papale. Invero, come si deduce dai passi della Scrittura più su citati, il Romano Pontefice non è posto al di sopra della Legge di Dio: egli ha dunque, insieme alle altre parti della Chiesa, ma in termini di primato su di esse, “l’ufficio […] d’interpretare autenticamente la parola di Dio, scritta o trasmessa”, esercitando, come detto, la relativa “autorità […] nel nome di Gesù Cristo” (Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione Dogmatica sulla Divina Rivelazione Dei Verbum, n. 10). Ne deriva che il “magistero […] non è superiore alla parola di Dio ma la serve, insegnando soltanto ciò che è stato trasmesso, in quanto, per divino mandato e con l’assistenza dello Spirito Santo, piamente ascolta, santamente custodisce e fedelmente espone quella parola, e da questo unico deposito della fede attinge tutto ciò che propone a credere come rivelato da Dio” (ibidem).
Già San Tommaso d’Aquino insegna che la “giustizia è un habitus dal quale derivano certe operazioni dei giusti, e mediante il quale essi operano e vogliono le cose giuste” (Summa Theologiae II-II, q. 58, a. 1; cf. Catechismo della Chiesa Cattolica, § 1807). Per cui “solo una legge giusta ha valore di legge”. E, dato che la legge è giusta se conforme alla legge di natura, se “per caso” la legge “discordasse dalla legge di natura, non sarebbe legge, ma corruzione della legge (non erit lex, sed legis corruptio)” (Summa Theologiae II, q. 95, a. 2). Come tale una legge ingiusta, o un insegnamento anche papale contro la fede o la morale, non obbliga, nel senso che non se ne può pretendere l’osservanza.
Si comprende così perchè “Pietro insieme agli apostoli” insegni che “« Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini »“ (Atti degli Apostoli 5, 29).
Anche la Storia della Chiesa, ossia la sua esperienza viva e prolungata, fornisce non poche conferme fattuali di quanto appena esposto. Tra le molteplici mi piace rammemorare la vicenda che vede contrapposto il Domenicano Fra’ Girolamo Savonarola al Papa Alessandro VI Borja: quando quest’ultimo scomunica il frate egli risponde che non considera valida quella scomunica perché proveniente da un ferro rotto, riferendosi al profilo temporalmente, politicamente e moralmente compromesso del Pontefice. Savonarola viene, insieme ad altri due Domenicani, Silvestro e Domenico, impiccato e bruciato come eretico a Piazza della Signoria a Firenze il 23 Maggio 1498. Ma sul luogo del supplizio continua ancora oggi la tradizione della Fiorita, la deposizione di fiori in suo omaggio, e nel 500° anniversario del suo martirio l’Arcivescovo di Firenze introduce la causa diocesana super virtutibus: il Savonarola, ieri scomunicato, oggi è Servo di Dio e considerato da molti – tra cui il pittore contemporaneo e suo confratello Fra’ Bartolomeo della Porta – un profeta.
La verità di Cristo è dunque superiore all’autorità. È quindi alla prima che si deve prestare obbedienza se atti e insegnamenti dell’autorità, persino papale, divergono dalla prima.
Perché – a riprova di una certa, dovuta e giusta, libertà del fedele – quando entriamo in chiesa siamo tenuti a toglierci il cappello, non la testa, come dice il grande convertito Chesterton.
Se così non fosse lo stesso Romano Pontefice eserciterebbe non una potestà di servizio (διακονία), ma un prepotere; sarebbe non “servus servorum Dei” – secondo l’appellativo introdotto dal Papa Gregorio I Magno -, bensì un despota incontrollabile e incontrastabile.
Viceversa, in conclusione, è sommamente significativo quel che sempre Cristo dice a Pietro: « in verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi » (Giovanni 21, 18), con ciò indicandogli “con quale morte” Pietro “avrebbe glorificato Dio” (Giovanni 21, 19): col martirio. Allora, ancora una volta, al cattolico deve essere chiaro che qualunque Papa è chiamato ad essere martire, ossia testimone di Cristo. E va seguito non meramente in quanto persona rivestita di autorità formale, ma in quanto realmente sia testimone di Cristo, insegnando ai fedeli non proprie opinioni o i desiderata del mondo, ma la volontà di Dio.
Ecco perché, dopo quelle parole sul martirio-testimonianza, Gesù dice a Pietro: «Seguimi» (Giovanni 21, 19)!
Le opinioni espresse in questo articolo o video sono dell’autore e non riflettono necessariamente quelle del responsabile di questo blog. I contributi pubblicati su questo blog, ritenuti degni di rilievo, hanno il solo ed unico scopo di alimentare un dibattito culturale, di far riflettere e di approfondire lo sguardo sulla realtà. Il blog non ha scopo di lucro e rifiuta le proposte di pubblicità che riceve e non richiede abbonamenti. Qualora gli autori degli articoli che vengono qui rilanciati non avessero piacere della pubblicazione, non hanno che da segnalarmelo. Gli articoli verranno immediatamente cancellati.
Sostieni il Blog di Sabino Paciolla





















Sant’Agostino osserva che la Chiesa non è fondata sulla persona fisica di Pietro, ma sulla sua professione di fede: è quest’ultima la vera PIETRA
Grazie, Chiara Bellani, per il suo contributo !
Non conoscevo questa riflessione, giustissima, di Sant’Agostino.
Del resto la stessa esperienza bimillenaria della Chiesa insegna che qualunque Papa – fisicamente inteso – passa, mentre restano, permanentemente, Cristo, vero Capo della Chiesa, e la funzione petrina da Lui stesso stabilita.
Scusate tanto, ma dire che la Chiesa si regge sulla professione di Fede di Pietro, non significa altro che il Signore Fonda ed ha Fondato la Sua Chiesa su Pietro e sulla sua professione di Fede, e pur nell’avvicendarsi dei suoi tanti Successori, tale professione di Fede in loro rimane salda, a Fondamento PER SEMPRE! Qualora questa professione di Fede in un Papa venisse meno, basterebbe ciò a dimostrare che costui non può e non potrebbe mai essere il legittimo Successore di Pietro, per il quale la Promessa del Signore vale ed è stata Confermata per sempre! Pietro è un essere vivente in carne ed ossa, Vicario di Cristo sulla Terra, non è un concetto astratto… che non permette alcuna forma di relativismo o di empirismo cattolico!
Gentile Alessandra, infatti esistono delle correnti di pensiero cattolico – che però non costituiscono insegnamento della Chiesa – secondo cui il Papa che non si sottomette all’assistenza dello Spirito Santo (giacchè questo significa, in sostanza, il detto petrino: tu sei il Cristo ! Il figlio di Dio vivente !) non è più Papa.
Oggi la situazione è complessa.
Personalmente ritengo che Jorge Mario Bergoglio possa essere pertinace nella confusione, nell’ambiguità, nell’errore (e dunque nel non confermare e nel disperdere le pecorelle del Signore) perchè verosimilmente invalide potrebbero essere le dimissioni di Papa Benedetto XVI.
Le colpe di molti cattolici, purtroppo, sono quelle di disinteressarsi alle sorti della Chiesa, che appartiene invece ad ogni battezzato. Ma indubbiamo sarà la storia – come già accaduto in passato – a chiarire definitivamente il quadro.
Maria Madre della Chiesa, prega per noi !
* Ma indubbiamente (non indubbiamo)
La ringrazio dott Scaglia per la sua risposta e per la sua cortese attenzione! La questione, divenuta sempre più grave ed urgente, risiede senza dubbio a monte, ossia, come da lei giustamente accennato, nella invalida rinuncia di Papa BXVI e nella conseguente invalida ed illegittima elezione al Soglio Pietrino del suo “successore”! La Storia ne darà certamente ragione, ma il disinteresse o l’inerzia di tanti cattolici, chiamati Oggi a dare testimonianza di Fede, a difesa della Nostra Santa Madre Chiesa Cattolica ed Apostolica, non costituirà senz’altro un mezzo di giustificazione per alcuno, mentre ogni domani potrebbe essere troppo tardi per ognuno! Possano i Doni dello Spirito Santo, per intercessione di Maria Santissima, illuminare e guidare i passi, le azioni e le scelte di ogni singolo battezzato. Nel ringraziarla ancora, le porgo i miei più cordiali e distinti saluti.
Grazie avvocato, la sua disamina chiarisce proprio l equivoco che porta molti “cattolici” a seguire, senza senso critico, qualunque cosa provenga dall’autorità papale con la erronea convenzione che la sua infallibilità possa addirittura mettere in discussione la parola di Dio
Proprio così, carissimo Avvocato !
Anche questo atteggiamento fa parte dei “segni dei tempi”, permettendo gli abusi contro la Fede Cattolica di chi sta in ‘alto loco’.