Lo “scisma sommerso”: perché certi vescovi ufficiali fanno più danni di Lefebvre
di Fabio Vessillifero
C’è un paradosso lacerante che stringe alla gola chiunque oggi guardi alla Chiesa Cattolica con gli occhi della fede e l’onestà della ragione. È il dramma di un corpo ferito che sembra aver smarrito la bussola, dove la legge viene impugnata come una spada contro chi tenta di difendere la memoria del passato e si trasforma in una spugna intrisa di tolleranza per chi, invece, smantella l’altare dall’interno. Questa riflessione nasce davanti alle ultime notizie di cronaca ecclesiale, alle imminenti e contestatissime consacrazioni episcopali annunciate dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X, i lefebvriani. La reazione ufficiale delle istituzioni romane è stata immediata, blindata dietro lo scudo del diritto canonico: si grida allo scisma, si evoca la scomunica, si ricorda che la struttura gerarchica non può essere violata e che nessuno può brandire lo slogan della salvezza delle anime per edificare altari contro l’altare del Papa. Fin qui, la forma. Una forma legittima, inattaccabile per chiunque riconosca che la Chiesa è una società visibile e gerarchica fondata su Pietro.
Ma la verità non si esaurisce nei codici formali, ed è qui che il cuore sanguina e la mente si ribella. Come si può rimanere indifferenti di fronte alla spaventosa asimmetria di questa vigilanza? Con quale credibilità l’istituzione ecclesiastica si scaglia contro l’insubordinazione formale di chi vuole preservare la Tradizione, quando dal proprio seno, dai seggi episcopali ufficiali nominati da Roma, si assiste quotidianamente a uno spettacolo di inadeguatezza che odora di apostasia? Viviamo nell’epoca dello scisma sommerso. Assistiamo inermi a vescovi modernisti che pontificano indisturbati, rincorrendo affannosamente l’ultima moda sociologica o l’agenda ideologica del mondo. Vediamo altari trasformati in palcoscenici per istanze mondane e, quel che è infinitamente più grave, assistiamo a sacrilegi eucaristici liquidati con un’alzata di spalle pastorale, come accaduto a Coira, dove le particole consacrate sono state date in pasto ai cani nel silenzio complice dell’autorità. Chi distrugge la sostanza della fede cattolica dal pulpito rimane al suo posto, protetto dal timbro della legalità burocratica; chi tenta di difendere quella sostanza viene isolato e condannato.
Questo cortocircuito svela una verità amara: gran parte della gerarchia odierna soffre di un profondo, cronico complesso d’inferiorità nei confronti dello spirito del tempo. Terrorizzati dall’idea di apparire anacronistici o di essere liquidati come intolleranti dal tribunale del politicamente corretto, molti pastori hanno smesso di convertire la cultura al Vangelo e hanno iniziato a convertire il Vangelo alla cultura. Ma chi detta queste mode culturali? Non un fantomatico laboratorio segreto, bensì un gigantesco apparato di produzione del consenso globale. Le idee più estreme nascono nei laboratori delle scienze sociali delle università d’élite e nelle frange minoritarie della società, per poi essere intercettate e amplificate dalle grandi élite finanziarie e tecnocratiche. Fondazioni iper-capitaliste come la Open Society di Soros o i giganti della finanza globale agiscono come un amplificatore selettivo: inondano di capitali e visibilità queste visioni fluide e sradicate dell’uomo perché l’individuo atomizzato, privo di legami stabili con la famiglia e con la Chiesa, è il consumatore perfetto per il mercato globale. La tragedia immane è che la burocrazia vaticana e molti vescovi scambiano questo marketing sociale ben orchestrato per i segni dei tempi o per la voce dello Spirito Santo, adottandone persino il vocabolario.
Davanti a questa morsa, la domanda sorge spontanea e brutale: siamo di fronte a una colossale stupida cecità o a una deliberata complicità dei vertici romani? La realtà è probabilmente un impasto dei due elementi. Vi è una complicità ideologica in quella parte della gerarchia cresciuta a pane e modernismo nelle università pontificie, convinta che il cattolicesimo debba fluidificarsi per sopravvivere. E vi è una stoltezza opportunistica nella maggioranza dei funzionari del sacro, paralizzati dal ricatto economico delle normative internazionali o semplicemente terrorizzati dall’irrilevanza sociale. Una cosa è certa: molti vescovi hanno barattato la specificità soprannaturale della Chiesa – la grazia, il peccato, la salvezza eterna – con un’etica sociale umanitaria che non disturba nessuno e piace ai padroni del mondo.
Ecco perché, pur accogliendo in tutto la dottrina del Concilio Ecumenico Vaticano II e rifiutando la via dello scisma, non possiamo non vedere il paradosso ecclesiologico in cui siamo immersi. Le nomine dei vescovi lefebvriani sono indubbiamente e tecnicamente più scismatiche sul piano formale e giuridico, perché spezzano visibilmente l’unità visibile con il Papa creando una gerarchia parallela. Eppure, le nomine ufficiali di certi pastori modernisti sono infinitamente più scismatiche nella sostanza della fede. I primi compiono un gesto di rottura indiscutibile che ferisce il corpo esteriore della Chiesa, ma mantengono intatta la sostanza della dottrina; i secondi salvano l’apparenza burocratica dell’obbedienza ma avvelenano l’anima dei fedeli, svuotando il deposito della fede dall’interno dell’istituzione. È il dramma della forma che uccide la sostanza. Cristo ha promesso che le porte degli inferi non prevarranno e che la Verità rimarrà viva nella Chiesa, ma non ha promesso che l’intera gerarchia sarebbe stata immune dal tradimento. Oggi più che mai, la vera fedeltà si misura non nella cieca sottomissione all’apparato vaticano secolarizzato, ma nella difesa appassionata di quella Verità eterna che nessuna moda mondana e nessun silenzio complice potranno mai cancellare.
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Gent. Fabio, in genere concordo con i suoi interventi.
Lei dice di accettare in tutto il CVII e si stupisce della deriva attuale della Chiesa. Provi però a leggere o rileggere certi documenti dell’ultimo Concilio, in particolare Nostra Aetate e Dignitatis Humanae, e mi dica se già lì non trova il germe di quel che è successo in seguito. Da questo punto di vista aveva ragione Papa Francesco quando disse che lui non faceva altro che mettere in pratica il Concilio. I risultati sono sotto gli occhi di tutti.