Messa Tridentina
Messa Tridentina

 

 

di Fabio Vessillifero

 

Se proviamo a guardare da vicino la nostra esistenza, ci accorgiamo che passiamo la vita a difendere confini, a reclamare spazi e a pretendere diritti, convinti che la nostra libertà si misuri su quanto riusciamo a strappare agli altri o al tempo. Eppure, c’è un’ingiustizia sottile e profonda che consumiamo ogni giorno, spesso senza rendercene conto, ed è quella che rivolgiamo verso la Sorgente stessa del nostro essere. I primi tre comandamenti, che la teologia e il diritto naturale definiscono come custodi dei diritti di Dio, non sono affatto i paletti di un sovrano geloso che vuole recintare la sua proprietà, ma sono l’unico argine capace di salvare l’uomo dalla sua stessa distruzione e dal peso soffocante degli idoli mondani. Quando la Chiesa parla di virtù di religione e la unisce intrinsecamente alla virtù della giustizia, sta compiendo un atto di realismo sconvolgente. Essere giusti significa dare a ciascuno il suo; pertanto, riconoscere che non ci siamo fatti da soli — e che l’essere, il respiro e la coscienza ci sono stati regalati — rappresenta il primo, elementare atto di onestà intellettuale e morale che una creatura possa compiere.

Il prezzo del riscatto: quando il dovere si riveste di Sangue

Ma la meraviglia del cristianesimo, il fuoco che incendia questa fredda logica del debito, è che Dio non si è accontentato di reclamare la giustizia della creazione. Egli ha firmato un secondo titolo di proprietà sulla nostra carne, e lo ha fatto versando il Sangue del suo Figlio. Con la Redenzione, quel debito che per noi era strutturalmente impossibile da colmare a causa dell’infinito divario tra il finito e l’Assoluto, viene capovolto. Nel Sangue di Cristo, la virtù di religione non è più lo sforzo tremante di un suddito che offre sacrifici per placare la divinità, ma diventa la risposta commossa di un figlio che si scopre amato e riscattato da una prigionia mortale. Ecco perché la partecipazione alla Santa Messa domenicale non sarà mai un dovere burocratico, un cartellino da timbrare per mettersi in regola con la coscienza. La Messa è il luogo inaudito in cui il cielo si spalanca e l’uomo, inserito nel Corpo mistico di Cristo, può finalmente offrire a Dio un culto perfetto, unendo il povero frammento della propria vita quotidiana all’offerta infinita del Figlio al Padre nello Spirito Santo.

Maneggiare il Fuoco: il ricatto dell’arbitrio contro il diritto dei fedeli

È una catena d’amore e di giustizia talmente densa che fa tremare le vene ai polsi, e che investe i sacerdoti e i vescovi di una responsabilità spaventosa, legata a un doppio e simultaneo debito: verso l’Altissimo e verso il Popolo di Dio. Quando un ministro sale all’altare, non sta mettendo in scena uno spettacolo di sua proprietà, né sta gestendo un club di intrattenimento psicologico. Egli maneggia il Fuoco, custodisce i canali attraverso cui transita la grazia, cioè la vita stessa di Dio destinata a divinizzare le anime. Proprio per questo, la dignità, il decoro, l’obbedienza totale alle rubriche e lo splendore oggettivo dell’ars celebrandi non sono opzioni estetiche o dettagli formali, ma costituiscono un severo e gravissimo dovere di giustizia per rispettare i diritti fondamentali dei fedeli. Ogni battezzato ha il diritto sacrosanto, codificato dalla Chiesa, di ricevere i beni spirituali e sacramentali nella loro purezza originaria. Tradire questa forma con la sciatteria, la fretta o l’arbitrio creativo significa perpetrare un abuso spirituale, defraudando i fedeli dell’incontro integro con il Mistero e ferendo la loro fede. I pastori sono servitori, non padroni, e l’ordine della liturgia è la garanzia che difende il Popolo di Dio dalle derive della soggettività del singolo sacerdote. Perché il senso ultimo di tutto questo cammino, il motivo per cui veniamo attirati alla liturgia terrena attraverso segni puliti e degni, è che essa costituisce la prova generale della nostra eternità. Il cielo non sarà una noiosa contemplazione statica, ma l’estasi di un dinamismo d’amore in cui noi, con il nostro corpo e con la nostra anima, uniti al Figlio, continueremo a donare interamente noi stessi al Padre, respirando l’infinito oceano dello Spirito.

La svendita dell’Eterno: l’assurda preferenza per le catene alla moda

Davanti a una simile eredità di bellezza e di gloria, il vero dramma dell’uomo contemporaneo è lo sguardo corto, la cecità spirituale che lo spinge a rifiutare, consciamente o inconsciamente, questo invito a nozze. Pensiamo a come misuriamo oggi il successo, sacrificando tutto sull’altare del lavoro, del tempo e del denaro. Accettiamo senza fiatare di spaccarci la schiena dodici ore al giorno sotto padroni esigenti, ci sottomettiamo volentieri ai ritmi alienanti del mercato, lasciamo che gli algoritmi divorino la nostra attenzione e ci indebitiamo per decenni pur di possedere un frammento di materia effimera, chiamando tutto questo emancipazione e carriera. Poi, di fronte al Re dell’universo che ci propone un contratto di alleanza eterno, che promette di riscattarci dall’angoscia del nulla, di coprire ogni nostra ansia esistenziale e di renderci co-eredi della sua stessa gloria divina in cambio di un’unica ora alla settimana, quella della domenica, trascorsa alla sua tavola, noi gridiamo all’oppressione. Iniziamo a negoziare quel tempo come se fosse una proprietà assoluta, sbuffiamo perché quel momento non ci offre un riscontro emotivo immediato e preferiamo rimanere schiavi di un sistema che ci logora piuttosto che accettare di essere figli di un Padre che ci libera.

Il coraggio dell’Invisibile

Eppure, la grazia non violenta nessuno; resta lì, come una proposta sussurrata alla libertà. Spetta a noi, attraverso lo stupore di una liturgia che torni a risplendere di una bellezza rigorosa e la testimonianza di una gioia che non si lascia piegare dalle logiche utilitaristiche, mostrare all’uomo di oggi che l’unica vera follia non è inginocchiarsi davanti a Dio, ma rimanere prigionieri di se stessi, voltando le spalle a quell’Infinito per cui siamo stati meravigliosamente creati.

 


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