Di seguito segnalo all’attenzione e alla riflessione dei lettori di questo blog l’articolo scritto da Dom Alcuin Reid, pubblicato su Rorate Caeli. Visitate il sito e valutate liberamente le varie opzioni offerte e le eventuali richieste. Ecco l’articolo nella traduzione da me curata.

 

Roma, basilica papale di san Pietro, 15 maggio 2011: all'altare della Cattedra, il card. Brandmüller celebra la Santa Messa secondo il rito tradizionale
Roma, basilica papale di san Pietro, 15 maggio 2011: all’altare della Cattedra, il card. Brandmüller celebra la Santa Messa secondo il rito tradizionale

 

In mezzo alle “guerre della liturgia” di oltre un decennio fa, padre John Baldovin SJ pubblicò un articolo: “Idoli e icone: Riflessioni sullo stato attuale della riforma liturgica”. (Worship 2010, n. 5) Egli sosteneva che alcuni erano dediti all’idolatria di certe forme rituali, lamentando di aver riscontrato “un tipo paradossale di narcisismo in certi atteggiamenti verso la liturgia, in cui le persone pensano di sostenere una maggiore trascendenza nello stesso momento in cui promuovono un atteggiamento idolatrico verso la liturgia stessa”. Prendendo a prestito il fenomenologo francese Jean-Luc Marion, Baldovin sostiene che la liturgia dovrebbe invece essere iconica, dove (secondo le parole di Marion) “l’icona non è il risultato di una visione, ma ne provoca una… [convoca] la vista lasciando che il visibile si saturi a poco a poco dell’invisibile”. Baldovin cita ancora: “Nell’idolo lo sguardo dell’uomo è congelato nel suo specchio; nell’icona lo sguardo dell’uomo si perde nello sguardo invisibile che lo prospetta visibilmente”. (p. 389)

Padre Baldovin è attento ad affermare che non considera il “rito romano tradizionale idolatrico” in sé, ma che pensa che “l’atteggiamento di insistere su di esso o su un ritorno a molte delle sue caratteristiche alla ‘riforma della riforma’ sia idolatrico” nel modo descritto sopra. Ha ragione: la Sacra Liturgia non è un idolo morto da venerare. È invece un’icona vivente nel cui sguardo siamo attratti, che ci trasforma e ci forma in ciò che è “fonte e culmine” di tutta la vita cristiana.

Questa importante distinzione mi è venuta in mente leggendo la recente intervista di Andrea Grillo a Messainlatino. Se c’è un esempio di idolatria di certe forme rituali e di “un paradossale narcisismo in certi atteggiamenti verso la liturgia, in cui si pensa di sostenere una maggiore trascendenza e allo stesso tempo si promuove un atteggiamento idolatrico verso la liturgia stessa”, è proprio questo. Il professor Grillo lo prende in un colpo solo!

Perché se c’è una cosa che sappiamo con certezza – grazie a un giornalismo d’inchiesta molto diligente – è che l’attuale autorevole regno del terrore contro l’usus antiquior del rito romano (le forme liturgiche preconciliari della Messa, dei sacramenti, dei sacramentali, ecc.) di cui si potrebbe quasi chiamare il buon professor Grillo l’addetto stampa, nasce proprio da questa idolatria narcisistica delle riforme liturgiche promulgate dopo il Concilio. Esse sono scolpite nella pietra. Non è permesso parlare della loro riforma e parlare del loro abbandono a favore dell’uso vivo e crescente dell’usus antiquior è semplicemente un abominio che non può più essere tollerato – suggerisce l’impensabile: che tutto il sangue, il sudore e le lacrime versati per cambiare la liturgia non erano poi necessari. E nessuno può permettersi di dire questo.

In effetti, questo è considerato un tale abominio che un gruppo di cardinali anziani a Roma, per la maggior parte non impegnati nel ministero pastorale, ha pensato di organizzare un sondaggio tra i vescovi del mondo nel 2020. Sembrava come chiedere ai politici se volessero un aumento di stipendio, solo che, da quello che sappiamo, molti di loro hanno risposto di no! Vale a dire che le fughe di notizie che abbiamo sui risultati non pubblicati del sondaggio suggeriscono che i vescovi del mondo non considerano l’usus antiquior un problema. Non veniva venerato come un idolo, ma di fatto serviva sempre più come icona di Colui che tutti siamo chiamati ad adorare.

Le loro Eminenze, tuttavia, non si lasciarono scoraggiare. Con le buone o con le cattive il Santo Padre è stato convinto a sostituire il cardinale Sarah alla Congregazione per il Culto Divino con gli arcivescovi Roche e Viola e a firmare il famigerato Motu Proprio Traditionis custodes nel luglio 2021, con gli scagnozzi già pronti a garantirne la spietata attuazione. La riforma liturgica successiva al Concilio, che il Papa aveva curiosamente trovato la necessità nel 2017 di affermare “con certezza e con autorità magisteriale” come “irreversibile”, è stata stabilita come “espressione unica della lex orandi del rito romano” (cioè l’unico modo veramente legittimo di praticare il culto) a cui i recalcitranti all’usus antiquior dovevano essere convertiti, se necessario con la coercizione, “nella costante ricerca della comunione ecclesiale”, come insiste la Traditionis custodes. Alcuni hanno attribuito la curiosa espressione “l’espressione unica…” all’influenza del professor Grillo. Che io sappia, egli non ha mai confermato questa affermazione, ma se il cappello si adatta…

L’arcivescovo Roche non ha perso tempo nell’affilare la Traditionis custodes con chiarimenti stalinisti in nome del Santo Padre, come l’insistenza sul fatto che i servitori dell’altare all’usus antiquior abbiano il permesso del vescovo diocesano e che tali Messe non siano pubblicizzate nei bollettini parrocchiali, eccetera, con l’intenzione dichiarata di portare tutti all'”espressione unica della lex orandi del Rito Romano”. La campagna a questo scopo è stata portata avanti costantemente da allora, con la prospettiva di un’altra legislazione in arrivo che affronterebbe l’usus antiquior una volta per tutte.

In tutto questo il professor Grillo si è mostrato compiaciuto nel ritenere che coloro che, come ha osservato Papa Benedetto XVI, “hanno scoperto questa forma liturgica [l’usus antiquior], ne hanno sentito l’attrattiva e hanno trovato in essa una forma di incontro con il Mistero della Santissima Eucaristia, particolarmente adatta a loro” siano in realtà, come afferma nell’intervista, persone arretrate che non comprendono il significato della tradizione e che formano “poco più di una setta che sperimenta l’infedeltà come salvezza ed è spesso legata a posizioni morali e politiche [presumibilmente intende cattive] e a costumi molto preoccupanti” e che “coltivano la nostalgia del passato”. “

Sono inclusi in questo giudizio negativo gli oltre 18.000 pellegrini di Chartres (“il futuro della Chiesa in Francia”, secondo un vescovo diocesano francese), le fedeli ed eroiche famiglie cattoliche che osano avere figli e crescerli con le forme liturgiche tradizionali, i seminari, i monasteri e le case religiose in cui l’usus antiquior è il cuore vivo e pulsante, e naturalmente ogni accademico che osa difenderne il valore continuo. Sono tutti membri di “un club di alta società o di un’associazione che mira a parlare una lingua strana o a identificarsi con il passato, coltivando ideali reazionari”. L’uso della “lingua morta” del latino è deprecato (anche se il Concilio Vaticano II ha insistito per mantenerlo) e persino la povera cappa magna (lo strascico cerimoniale per vescovi e cardinali che è ancora un’opzione nei libri liturgici riformati) è condannata – il tutto perché “la Tradizione non è il passato, ma il futuro”.

Se questa intervista non fosse stata fatta a un professore di un’università pontificia romana e di un’importante facoltà liturgica italiana, le cui idee sembrano avere una certa influenza sulle politiche attuali della Santa Sede, sarebbe stata eminentemente da scartare. Ma poiché il professor Grillo si trova in questa posizione, le sue risibili farneticazioni sono molto importanti per la mancanza di profondità teologica e di sensibilità ed esperienza pastorale che dimostrano e, anzi, per la loro esposizione del puro terrore che i partigiani dell’usus recentior hanno per l’usus antiquior.

Ironia della sorte, il professor Grillo si lamenta a gran voce della scarsa capacità di ragionamento. Prendiamo la sua affermazione fondamentale: “La tradizione non è il passato, ma il futuro”.

Nostro Signore ha insegnato che “Ogni scriba che è stato formato per il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che tira fuori dal suo tesoro ciò che è nuovo e ciò che è antico”. (Mt 13,52) Papa Benedetto XVI, chiarendo che l’usus antiquior non è mai stato abolito ed è quindi sempre stato in linea di principio consentito, e riconoscendo il suo valore pastorale nel XXI secolo e liberandolo da qualsiasi restrizione, ha agito di conseguenza: buona teologia e buona pratica pastorale, a mio avviso.

La tradizione non è né il passato, né esclusivamente il futuro. La tradizione è la presenza viva nella Chiesa di oggi di tutto ciò che è stato tramandato dagli Apostoli e sviluppato nel corso dei secoli nella vita della Chiesa nel suo culto, nella sua dottrina e nei suoi costumi. In primo luogo comprende ovviamente ciò che è stato direttamente rivelato da Dio, di cui la Sacra Scrittura è un testamento singolarmente privilegiato e ispirato. Ma la Sacra Liturgia è il luogo in cui questa tradizione vive, in cui la Scrittura viene letta nel suo contesto, in cui offriamo le nostre primizie a Dio Onnipotente nel culto come meglio possiamo (come dimostrano le magnifiche, ma diverse, forme di architettura ecclesiastica, la musica liturgica, i paramenti e altre forme di arte liturgica). I riti stessi della liturgia e le cose che essi impiegano diventano sacramentali – cose create che hanno il privilegio di riflettere la santità di Dio attraverso il loro uso nel Suo culto. Non possono essere trattati in modo profano o scartati a piacimento.

È per questo motivo che, come ci ha ricordato un recente documento pontificio, i papi e i vescovi sono “custodi della tradizione”, il che implica tutto ciò che un papa precedente ha insegnato quando a proposito dell’ufficio papale (e mutatis mutandis della Sacra Liturgia) ha detto che:

“Il potere che Cristo ha conferito a Pietro e ai suoi successori è, in senso assoluto, un mandato di servizio. Il potere di insegnare nella Chiesa comporta un impegno al servizio dell’obbedienza alla fede. Il Papa non è un monarca assoluto i cui pensieri e desideri sono legge. Al contrario: il ministero del Papa è una garanzia di obbedienza a Cristo e alla sua Parola. Egli non deve proclamare le proprie idee, ma piuttosto vincolare costantemente se stesso e la Chiesa all’obbedienza alla Parola di Dio, di fronte a ogni tentativo di adattarla o annacquarla, e a ogni forma di opportunismo”. (7 maggio 2005)

È quindi difficile accettare il puro positivismo che sta alla base dell’idoleggiamento delle riforme postconciliari da parte del professor Grillo. Le forme liturgiche precedenti erano “sacre e grandi” e possono certamente essere “sacre e grandi” anche oggi. Il fatto che questo terrorizzi coloro che hanno puntato la loro reputazione e la loro carriera su un discutibile atto di positivismo papale (l’imposizione di nuovi riti che non sono quelli richiesti dal Concilio e che non sono in continuità organica con la tradizione liturgica sviluppatasi nel corso dei secoli) e che alimentano l’imposizione opportunistica della loro ideologia mentre hanno la capacità politica di farlo, non cambia la verità che se la Tradizione si sviluppa, lo fa organicamente, per arricchimento, non per riforma o sostituzione in radice.

Altrimenti, nulla è vero, nulla ha valore – tutto è semplicemente una questione di convenienza politica. Ecco perché Papa Benedetto non ha sbagliato a insegnare che “ciò che le generazioni precedenti ritenevano sacro, rimane sacro e grande anche per noi, e non può essere improvvisamente del tutto proibito o addirittura considerato dannoso”, e che “è doveroso per tutti noi preservare le ricchezze che si sono sviluppate nella fede e nella preghiera della Chiesa, e dare loro il giusto posto”.

Per essere chiari, questo non significa che un Papa non possa legittimamente proporre un nuovo sviluppo o rito liturgico, come fece Paolo VI. Ma deve guadagnarsi il posto nella Tradizione per i suoi meriti, per così dire, e non per imposizione positivista da parte dell’autorità. Né può essere sostenuto da sussidi disonesti. Se diventa parte della Tradizione, così sia. Se subisce la sorte dell’innovativo breviario cinquecentesco del cardinale Quignonez, che ha goduto per decenni del sostegno papale prima della sua morte, avvenuta lontano nel tempo, allora così sia. Al contrario, bisogna dire che se un rito continua a vivere e a respirare e a portare buoni frutti anche di fronte all’opposizione papale, è molto difficile negare che abbia un posto legittimo nella tradizione viva della Chiesa di oggi e del futuro.

La mancanza di acume pastorale del professor Grillo è stupefacente. Sembra che abbia sperimentato l’usus antiquior solo via internet e che abbia reagito (forse giustamente) ad alcune celebrazioni ostentate e a volte curiosamente antiquarie di esso. Se solo lui, il cardinale Roche e l’arcivescovo Viola trascorressero il fine settimana di Pentecoste camminando da Parigi a Chartres con le migliaia di persone che lo fanno ogni anno, incontrerebbero cattolici ordinari, eroicamente fedeli, di tutte le età (ma soprattutto giovani) per i quali i tesori dei riti più antichi sono sempre nuovi oggi e li nutrono nelle loro diverse vocazioni cristiane. Certo, ci sarebbero persone e chierici strani, ma l’usus antiquior non ha una pretesa esclusiva su di loro – e anche loro hanno anime da salvare.

Il Professore, Sua Eminenza e Sua Eccellenza incontrerebbero anche ricche celebrazioni della Sacra Liturgia, alle quali queste migliaia di persone partecipano pienamente, consapevolmente, attivamente e fruttuosamente con grande devozione, come dimostra la profonda riverenza con cui ricevono la Santa Comunione (in qualsiasi tempo). Questo, ovviamente, è un’eresia per i nostri idolatri che credono che i riti liturgici riformati siano la conditio sine qua non per tale partecipazione. Ma è qui che sono pastoralmente ingenui. La maggior parte delle celebrazioni dell’usus antiquior oggi mostra tutto ciò che il movimento liturgico classico e i Padri del Concilio Vaticano II desideravano. Certo, questi ultimi hanno imposto alcune riforme moderate e organiche del rito per facilitare tutto ciò, ma non erano così stupidi da credere che queste fossero fini a se stesse, o addirittura da idolatrare.

La partecipazione piena, consapevole, attiva e fruttuosa alla Sacra Liturgia era ciò che il Concilio cercava, e coloro che rifiutano di riconoscere che questo si riscontra spesso nelle celebrazioni dei riti non riformati oggi stanno semplicemente negando la verità. È una realtà nelle parrocchie, nei monasteri, nelle case religiose e nei seminari di tutto il mondo che tutti possono vedere, compresi il professore e i suoi amici. Se aprissero gli occhi sul bene che è e che porta, e lo incoraggiassero e lo promuovessero!

Mettere in discussione i giudizi prudenziali di un Papa dopo il Concilio (e questo è ciò che è la riforma liturgica di Paolo VI – una serie di suoi giudizi prudenziali) non significa rifiutare il Concilio stesso, come sostiene il professor Grillo. Le due cose sono distinte. Applicare il principio fondamentale della sua costituzione liturgica (sulla partecipazione) nelle celebrazioni dei riti liturgici più ricchi e inediti significa, invece, onorare i desideri più cari del Concilio (un desiderio espresso da tanti, da Dom Guéranger nel XIX secolo in poi). Scusi, professore, ma questo è molto lontano dal negare il Concilio Vaticano II.

Né, necessariamente, lo è la celebrazione oggi anche dei riti della Settimana Santa anteriori alle riforme di Pio XII. Per il professor Grillo, chi lo fa “si pone oggettivamente al di fuori della tradizione cattolica”. Il nostro piccolo monastero ha ricevuto il permesso dalla Santa Sede di utilizzarli e, dopo averlo fatto, ne ha scoperto la ricchezza e la bellezza: un tesoro che non possiamo seppellire di nuovo. Posso essere d’accordo con il professore sul fatto che la scelta della data preferita nella cronologia della riforma liturgica può essere arbitraria e poco informata e priva di spirito ecclesiale, ma quando l’autorità della Chiesa autorizza qualcosa come un bene oggi (come ha fatto), è molto difficile capire come la stessa autorità possa all’improvviso proibirlo completamente o considerarlo dannoso.

È difficile concludere senza prendere le distanze dall’affermazione del professor Grillo secondo cui i seminari “tradizionali” “non generano una vita di fede, ma spesso un grande risentimento e un indurimento personale”. Si può essere d’accordo sul fatto che nei seminari si trovano professori e candidati strani, praticamente in tutti. Narcisisti insicuri si annidano in molti saloni di facoltà, uffici di superiori e cancellerie, ma non sono affatto proprietà esclusiva dei “tradizionalisti”. E ci sono seminaristi che lasciano i seminari, e talvolta anche la fede cattolica, con grande risentimento e di fatto con poca vita di fede. Ma ancora una volta, non si tratta di “tradizionalisti d’autore”. Laddove questi abusi e problemi esistono, devono essere affrontati con decisione e in modo trasversale.

Ma ciò che deve essere affrontato – e accettato come vero e rispettato – è che ci sono decine di formatori e centinaia di candidati nei cosiddetti seminari tradizionali, nei monasteri e nelle case religiose che lottano quotidianamente per la santità, la conversione della loro vita, l’aumento delle virtù, l’incremento della loro capacità di svolgere fedelmente la missione della Chiesa nel mondo di oggi e in futuro, pastoralmente e intellettualmente, ecc. Questi bravi uomini e donne non cercano di conservare le ceneri di un’epoca passata, ma inculcano in sé il fuoco di quella Tradizione viva che è il Vangelo di Gesù Cristo. Non sono parte dei problemi della Chiesa; piuttosto, costituiscono una parte significativa della soluzione al suo confronto, finora disastroso, con un mondo post-cristiano.

In questo momento della storia della Chiesa è difficile credere che i suoi gerarchi chiudano narcisisticamente congregazioni e comunità giovani, fiorenti e in crescita, o le costringano all’irregolarità canonica o, ancora di più, al di fuori della Chiesa, in nome di un’unità desiderata che in realtà non è altro che un’insistenza politicamente motivata sull’uniformità per placare l’idolo di loro scelta: la liturgia riformata (invecchiata e non così bene). Ed è uno scandalo che professori di rinomati istituti pontifici sostengano i loro sforzi. Farebbero tutti bene a seguire il consiglio di Gamaliele: “Allontanatevi da questi uomini e lasciateli in pace; perché se questo piano o questa impresa è degli uomini, fallirà; ma se è di Dio, non riuscirete a rovesciarli. Potreste addirittura trovarvi in contrasto con Dio!”. (Atti 5, 38-39)

Dom Alcuin Reid

 

Dom Alcuin Reid è il priore fondatore del Monastère Saint-Benoît di Brignoles, in Provenza, Francia www.monasterebrignoles.org ed è uno studioso di liturgia di fama internazionale.

 

 

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