Elezioni in Germania, vittoria dell'AfD (immagine generata mediante IA di ChatGpt)
Elezioni in Germania, vittoria dell’AfD (immagine generata mediante IA di ChatGpt)

 

 

di Sabino Paciolla

 

Le elezioni in Sassonia-Anhalt, land di poco più di due milioni di abitanti, sono destinate a pesare molto più della loro dimensione demografica. Come racconta Thomas Fazi su UnHerd, il voto si è trasformato in uno dei confronti politici più rilevanti della Germania recente, con Alternative für Deutschland (AfD) che si è avvicinata al 43% e vicinissima alla maggioranza assoluta. Un risultato che ha distrutto il cosiddetto “cordone sanitario” costruito attorno al partito negli ultimi anni, aprendo scenari fino a poco tempo fa impensabili: un governo di Land guidato da AfD senza bisogno di alleati.

Non si tratta di un episodio isolato o di un capriccio locale. È, semmai, la fotografia più nitida di un moto che sta attraversando l’intera Europa — e che, come si legge su La Verità, promette di riprodursi presto anche in Francia, Spagna e Polonia.

Le “politiche suicide” che hanno prodotto la rivolta

Perché oltre 700.000 tedeschi — pensionati, operai, impiegati, liberi professionisti, moltissimi giovani — hanno scelto un partito che l’establishment liquida sbrigativamente come erede del nazismo? La risposta, secondo Maurizio Belpietro su La Verità, va cercata in trent’anni di scelte imposte da un’alleanza tra popolari e socialisti che, pur minoritaria nel continente, ha dettato l’agenda politica europea. Non un’improvvisa deriva ideologica della popolazione, dunque, ma la conseguenza diretta di decisioni prese altrove e scaricate sulla vita quotidiana dei cittadini.

   a) La transizione green e la distruzione dell’industria

Il primo fronte è quello industriale. Le norme imposte per accelerare la transizione ecologica hanno colpito duramente il tessuto produttivo tedesco, storicamente fondato sull’automotive. Il caso più emblematico è quello di Volkswagen, che ha annunciato un piano di licenziamenti fino a 100.000 posti di lavoro a livello globale entro il 2030 — cifra raddoppiata rispetto ai 50.000 tagli inizialmente previsti, a causa delle difficoltà strutturali che il gruppo sta affrontando (fonte: FormulaPassion.it). Belpietro sintetizza il paradosso con un esempio concreto: chi non ha i mezzi per acquistare un’auto elettrica si vede negare anche l’uso della vecchia utilitaria, mentre le aziende che non riconvertono la produzione vengono penalizzate, generando nuove sacche di povertà. In un contesto simile, la rivolta elettorale non è una sorpresa, ma un esito prevedibile.

   b) Immigrazione senza integrazione

Il secondo elemento riguarda la gestione dei flussi migratori. Marcello Veneziani, sempre su La Verità, parla apertamente di flussi migratori e sostituzione con stranieri come una delle cause del disagio popolare, in un contesto in cui l’Europa avrebbe smarrito il senso dei problemi quotidiani della gente. La stessa fonte insiste su un punto giuridico e culturale spesso rimosso dal dibattito pubblico: non esiste vera democrazia senza confini, senza cioè la possibilità di distinguere il cittadino dallo straniero. Belpietro rincara la dose, parlando esplicitamente di immigrazione dissennata come fattore che rende le città insicure.

   c) L’ideologia woke imposta dall’alto

Il terzo fattore chiamato in causa è culturale: politiche calate dall’alto per assecondare la cultura woke, ovvero la lotta a presunte discriminazioni di genere e di razza, percepita da larghi settori della popolazione non come emancipazione ma come ulteriore imposizione ideologica, estranea alla vita reale delle persone.

L’ideologia woke viene percepita come l’imposizione di un’agenda culturale elitaria che ignora, o addirittura disprezza, i reali bisogni materiali della classe lavoratrice e del ceto medio.

Mentre i cittadini affrontano l’inflazione, il caro-energia, i tagli al welfare e la crisi industriale, l’establishment politico e mediatico viene percepito come ossessionato da battaglie identitarie, fluidità di genere e linguaggio inclusivo. Questo alimenta l’immagine di una classe dirigente privilegiata che si occupa di problemi minoritari trascurando le urgenze economiche della maggioranza.

La cultura woke è spesso associata a un politicamente corretto punitivo. Molti elettori sentono di non potersi più esprimere liberamente su temi quotidiani come l’immigrazione, la sicurezza o le tradizioni senza essere immediatamente etichettati come razzisti, omofobi o fascisti. L’AfD intercetta questa frustrazione ponendosi come il partito che “dice le cose come stanno”, rompendo il tabù del linguaggio imposto.

Le politiche progressiste radicali vengono lette come un attacco sistematico alle radici storiche, alla famiglia tradizionale e al concetto stesso di Nazione. Di fronte a un’ideologia che tende a colpevolizzare la storia e la cultura occidentale, l’AfD offre un rifugio politico basato sul patriottismo, sulla difesa dei confini e sul recupero di un’identità nazionale forte.

   d) I costi della guerra in Ucraina, decisa dalle élite

Il quarto tassello è quello geopolitico ed economico. Le risorse dirottate a sostegno della guerra in Ucraina — un conflitto vissuto da larghi settori dell’opinione pubblica come una scelta delle élite politiche europee e internazionali, più che come una causa realmente sentita dal popolo — si sono sommate alla crisi energetica e ai tagli al welfare, aggravando ulteriormente il malcontento. 

Fazi, su UnHerd, individua proprio in deindustrializzazione, crisi energetica e tagli al welfare le radici materiali del voto, soprattutto nella Germania dell’Est, sottolineando che alla base del consenso ad AfD non c’è nostalgia per regimi del passato, ma un’ostilità profondamente radicata verso l’establishment.

La miopia ideologica di chi governa

Di fronte a questo quadro, la reazione della classe dirigente — tedesca ed europea — appare segnata da un rifiuto quasi ostinato di guardare in faccia la realtà. Belpietro paragona l’atteggiamento della sinistra a quello di un medico che, invece di indagare le cause di una malattia, si limita a osservarne i sintomi: non comprendendo le motivazioni del voto, l’establishment preferisce demonizzarne gli effetti. Anche Veneziani converge su questa lettura, denunciando quella che definisce una vera e propria sindrome di Brecht: se il popolo non vota come dovrebbe, meglio ignorarlo e proseguire secondo la propria linea, anziché interrogarsi sul perché di quel voto.

È qui che si inserisce il punto più delicato: chi ha votato AfD non è, nella sua stragrande maggioranza, un estremista. Lo dimostrano i numeri riportati da La Verità: 279.000 voti arrivati dalla CDU, 19.000 dall’FDP, 11.000 dalla Linke e 7.000 dall’SPD — un travaso trasversale che racconta di un elettorato deluso da tutto l’arco politico tradizionale, non di una mobilitazione neonazista. Per questo Belpietro può concludere, senza troppi giri di parole, che il voto non nasce da un’improvvisa conversione al fascismo, ma rappresenta un atto di rivolta contro un establishment che considera in declino la vita delle persone comuni: un voto di autodifesa, non una deriva autoritaria.

Il boomerang delle campagne di delegittimazione

Ad aggravare ulteriormente la crisi di credibilità dell’establishment tedesco è stato il modo in cui i partiti avversari hanno affrontato la campagna elettorale. Anziché confrontarsi nel merito con le proposte di AfD, si è scelta la strada dell’allarme totale: attacchi frontali, copertine come quella dello Spiegel che ha definito il candidato locale «L’uomo più pericoloso della Germania», e un uso sistematico dell’accusa di incostituzionalità e di vicinanza al Cremlino (filoputinismo).

Il risultato, secondo Fazi, è stato l’esatto opposto di quello sperato: queste forzature hanno finito per alimentare la narrazione stessa di AfD, dimostrando che il partito «sta combattendo un’élite politico-mediatica fuori dal mondo che considera chiunque al di fuori del proprio ristretto spettro politico-ideologico una “minaccia alla democrazia”».

Non solo propaganda: secondo UnHerd, prima del voto l’establishment avrebbe valutato misure concrete per neutralizzare un eventuale governo AfD, tra cui l’esclusione del Land dalla condivisione di informazioni sensibili sulla sicurezza nazionale e la minaccia di sospendere i fondi perequativi federali, fino a ipotizzare il ricorso alla coercizione federale (Bundeszwang). Un pacchetto di strumenti pensato per rendere ingovernabile, o quantomeno più difficile da governare, un esecutivo comunque legittimato dalle urne.

Un establishment tedesco arroccato al potere si è così mostrato sempre più sordo alle difficoltà reali sollevate dal proprio elettorato, preferendo la gestione del dissenso all’ascolto delle sue cause.

La lezione sulla tenuta della democrazia

È qui che si consuma il vero paradosso, colto con efficacia da Veneziani: si invoca la democrazia per giustificarne, di fatto, la sospensione nei confronti di chi vince democraticamente. Il pericolo, scrive, non arriva da ipotetiche interferenze esterne, ma direttamente dal popolo sovrano, quando esprime — con ampia partecipazione e libera convinzione — un voto che l’élite reputa sgradito.

«…lo stesso establishment tedesco che non fa altro che dare lezioni di democrazia e Stato di diritto agli altri paesi sta dimostrando che la democrazia è tollerata solo fintantoché produce risultati ritenuti accettabili. Quando i processi democratici producono un governo sgradito […] si cercano modi per aggirarlo, svuotarlo di significato o renderlo inoffensivo», scrive Fazi.

Ad aggravare la situazione c’è l’utilizzo strumentale della geopolitica. Sfruttando la guerra, l’establishment cerca di criminalizzare il dissenso: «fintanto che la Russia può essere dipinta come una minaccia invisibile ma sempre presente, chiunque si opponga allo status quo può essere facilmente delegittimato come “nemico interno allineato al Cremlino”». È una storia che abbiamo già visto con le elezioni presidenziali di Trump contro Hillary Clinton nel 2016, quando si parlò di interferenze della Russia, il cosiddetto “Russiagate”. È una storia che stiamo rivedendo anche in Italia quando alcuni esponenti come il ministro degli Esteri e vicepremier Antonio Tajani (Forza Italia) ha recentemente espresso preoccupazioni in merito alla possibilità di interferenze russe nelle prossime elezioni in Italia e in Europa. A inizio settembre 2026, Tajani ha dichiarato di non escludere che Mosca possa tentare di influenzare le consultazioni elettorali nei Paesi membri, con l’obiettivo di “indebolire la posizione dell’Unione europea”. Una autentica boiata. Non ha caso, Tajani, a differenza di Salvini, si è dichiarato molto preoccupato per il risultato elettorale in Sassonia-Anhalt.

L’uso sempre più insistito dell’espressione Unsere Demokratie (“la nostra democrazia”) tradisce, secondo Fazi, l’intento di restringere il perimetro della legittimità democratica: solo chi sostiene le posizioni ritenute corrette rientrerebbe nei confini della democrazia stessa, mentre chi ne resta fuori non sarebbe più considerato un avversario politico, ma una minaccia da neutralizzare con ogni mezzo, compresi quelli extralegali. Il principio costituzionale della “democrazia militante”, pensato per difendere l’ordine democratico da chi lo vuole abbattere, rischia così di essere piegato a uno scopo opposto: colpire chi vince, non chi attenta alle regole del gioco.

Tutte queste reazioni scomposte non fanno che dare energia all’argomento centrale dell’AfD, che Fazi così riassume:

«…la Germania è governata da una casta che considera l’elettorato un problema da gestire, e che è disposta a calpestare il principio più elementare della “loro” tanto decantata democrazia liberale — secondo cui chi vince le elezioni deve poter governare — pur di non perdere il controllo.»

La conclusione che se ne può trarre è tanto semplice quanto scomoda per chi governa oggi Germania ed Europa: più si tenta di aggirare, svuotare o delegittimare il risultato delle urne, più si rafforza la convinzione — già maggioritaria in ampi settori dell’elettorato — che la democrazia venga difesa a parole e tradita nei fatti ogni volta che produce un esito non gradito alle élite.

 

 

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