“Ma il direttore di RaiUno ha ritenuto di insistere nel porre al centro del più importante programma di intrattenimento della Rete ammiraglia della Rai il manifesto di un giovanotto che dice: ‘Sono la solitudine nascosta in un costume da palcoscenico. Sessualmente tutto. Genericamente niente. Esistere è essere. Essere è diritto di ognuno. Dio benedica chi è… Dio benedica chi se ne frega’”.

Achille Lauro a Sanremo 2021
Achille Lauro a Sanremo 2021 (Photo by Jacopo Raule / Daniele Venturelli/Getty Images)

 

 

di Alberto Contri

 

The show must go on
Lo spettacolo deve continuare
I’ll face it with a grin
Lo affronterò con un sorriso
I’m never giving in
Non mi arrenderò mai
On with the show
Avanti con lo spettacolo
I’ll top the bill
Salderò il conto
I’ll overkill
Farò il passo più lungo della gamba
I have to find the will to carry on
Devo trovare la volontà di continuare
On with the show
Avanti con lo spettacolo
Show
Show must go on, go on, go on, go on, go on, go on, go on, go on
Lo show deve andare avanti, andare avanti, andare avanti, andare avanti, andare avanti, andare avanti, andare avanti, andare avanti, andare avanti.

Nel 1991 i Queen pubblicarono il video di una canzone tra le più memorabili della storia della musica pop il cui titolo è diventato emblematico dell’impegno a continuare lo spettacolo nonostante qualsiasi avversità. Merita di guardarlo per capire a che punto siamo, non solo dal punto di vista della musica e di un festival di canzonette che ogni anno ci piomba addosso con tutto il suo bagaglio di note, retroscena, chiacchiere, commenti, analisi semiserie e autopromozioni sgangherate.

E che mai come questa volta meritava di essere ripensato. C’era chi sosteneva che dato il gran numero di malati e morti a causa del Covid-19 avrebbe dovuto essere sospeso. Superato il primo ostacolo (si va in onda, perché The show must go on) si è discusso a lungo se in presenza o meno del pubblico. Per decisione del ministro della Cultura la sala è rimasta vuota, e il pubblico, con una decisione invero tragicomica, è stato rimpiazzato da file di palloni gonfiati antropomorfi (grazie a qualche disegno di occhi, bocche, nasi, baffi). Soppressi poi a furor di popolo e di critica, e dopo che lo stesso Fiorello l’ha definita una ca**ata proprio dal palco dell’Ariston.

Altrettanto tragicomica è risultata la decisione di sopperire alla mancanza del pubblico con applausi e ovazioni registrate, mantenuta ad oltranza nell’impossibile tentativo di fare apparire questo Festival uno spettacolo dal vivo. Mancando inoltre la passerella di qualche grande star straniera, non c’era oggettivamente materia per gestire decentemente la settantunesima edizione. E infatti l’epitaffio più giusto è stato scritto da Federico Ferrazza su Wired Italia: “Comunque sei nel mezzo della pandemia. Non c’è il pubblico. Non ci sono gli ospiti internazionali. La gente è chiusa in casa da un anno. E il programma è identico nel format alle edizioni precedenti. Credo che il limite di quest’anno sia tutto qui”.

Parole di grande buon senso. Resta da chiedersi perché in Rai abbiano voluto insistere a oltranza senza immaginare qualche alternativa. Sicuramente l’hanno fatto per il timore di perdere i budget pubblicitari e la sponsorizzazione della Regione Liguria. E così si spiega anche la durata, che, nelle condizioni date, è apparsa del tutto insopportabile. Ma siccome è allungando il brodo che si accumulano share e quindi gli introiti degli spotsi è andati avanti a oltranza. Salvo poi difendersi nelle conferenze stampa con argomentazioni del tutto peregrine. Non ha proprio alcun senso, infatti, confrontare gli ascolti dell’edizione 2021 con quelli delle edizioni precedenti, e quindi non vale la pena di perderci un solo secondo.

Vale la pena invece di soffermarsi sulla scenografia disegnata da Gaetano e Chiara Castelli, ispirata ad una astronave capace di gettare un ponte tra il passato e il futuro, ma anche capace di trasformare in pubblico gli orchestrali, utilizzando inoltre pareti e soffitto per dare molta più profondità al tutto. Forse la migliore scenografia che abbiano mai studiato: la dimostrazione che il vero genio creativo sa dare il meglio di sé in presenza dei limiti. Chapeau per i musicisti e i tecnici audio e luci, impeccabili e come sempre all’altezza della loro lunga tradizione.

Altrettanto va detto di Amadeus e Fiorello, che hanno fatto buon viso a cattiva sorte, giocando molto bene il ruolo di coppia comica formata da un mattatore e da una spalla. Mai come in questa occasione la capacità di improvvisare di Fiorello si è rivelata preziosa. Ma se Amadeus è stato capace di fare “il bravo presentatore” senza un minimo di cedimento per 5-6 ore ogni sera, non altrettanto si può dire di Amadeus come direttore artistico. La scelta delle canzoni, salvo rare eccezioni, è risultata – non solo quest’anno – piuttosto modesta. Può anche essere che corrisponda alla scrematura di ciò che passa sulla scena musicale del nostro paese già da qualche anno: copie di copie, voci non sempre intonate, melodie slavate e assai poco memorabili, strutture e ritmiche troppo uguali a se stesse, look improbabili o da rockettari di periferia. Al punto che si tirava un respiro di sollievo nel sentire ogni tanto la grande Mina esplodere in “questa è Tim”. Oppure i molti ospiti nostrani che hanno cantato le canzoni evergreen dei passati Festival.

Non a caso, a celebrare la settantunesima edizione è stata invitata l’ottantaseienne Ornella Vanoni, mentre hanno fatto la loro eccellente figura Gigliola Cinquetti (73), e Orietta Berti (76) che ha riscontrato un imprevisto gradimento di pubblico anche per aver stigmatizzato, ospite da Eleonora Daniele, l’impiego dell’autotune (l’aggeggio elettronico che corregge la voce di chi stona). Ha detto infatti: “Noi non usiamo dei mezzi sofisticati. Siamo all’antica. Vogliamo le spie, l’auricolare, il microfono normale. Così uno se sa fare, sa fare. Se non sa fare va a casa”. Parole sante, cara Orietta.

Alle 2.35 di domenica 7 marzo abbiamo conosciuto finalmente la classifica finale del Festival più strambo e stiracchiato della storia di Sanremo, per via della sala vuota e degli applausi finti. Ermal Meta, primo per tre serate, risulta terzo con la sua non malvagia Un milione di cose da dirti. Al secondo posto Francesca Michielin e Fedez con Chiamami per nomeVincono i Maneskin con Zitti e buoni, la band rivelazione di X Factor 2017, che Il Sole 24 Ore ha definito gruppo “hardrocckino”. Ancora una volta il televoto premia chi era già stato votato sui social e il peso di una influencer come la Ferragni che ha invitato i suoi moltissimi fans a votare per il marito. E ancora una volta tutto questo farà molto discutere, anche se… “Sono solo canzonette”, come cantava giustamente Edoardo Bennato.

Per non criticare soltanto, cosa si sarebbe potuto fare di alternativo?

Si sarebbe ad esempio potuto costruire un programma di tipo celebrativo – sempre in diverse serate – in cui recuperare le canzoni vincenti degli anni passati, suddivise magari per genere musicale, e sottoponendole comunque al voto di diverse giurie, al fine di scegliere la super-canzone di tutti i Festival di Sanremo. E si sarebbero così potute anche recuperare le straordinarie performance degli ospiti internazionali di grandissimo livello che hanno partecipato negli anni. E pure le gag più divertenti dei migliori comici di tutti i tempi.

Invece ci siamo dovuti cuccare ad ogni serata, come momento di grande attrazione spettacolare, una evidente passione del direttore di RaiUno Stefano Coletta: il David Bowie de noantri, alias Achille Lauro, che oltre a baciare provocatoriamente il suo chitarrista in nome della sua visione della parità di genere,  non si è peritato di “ostentare in forma sacrilega simboli religiosi” e di “trasformare in un Gay Pride il palco dell’Ariston” come si è letto sui social. Altri ancora hanno scritto di Lauro: “Se l’estro è il suo punto di forza – dando per scontato non lo sia la vocalità – il rischio è che il suo manifesto della trasgressione regga ancora per poco”. E mi fermo qui per carità di patria.

Ma il direttore di RaiUno ha ritenuto di insistere nel porre al centro del più importante programma di intrattenimento della Rete ammiraglia della Rai il manifesto di un giovanotto che dice: “Sono la solitudine nascosta in un costume da palcoscenico. Sessualmente tutto. Genericamente niente. Esistere è essere. Essere è diritto di ognuno. Dio benedica chi è… Dio benedica chi se ne frega”. Ancora meno sopportabile, a fronte di questa vera e propria bestemmia del concetto di Servizio Pubblico, è stato il doversi sorbire nelle conferenze stampa i sermoni del sedicente colto direttore, che per spiegare il calo degli ascolti sfornava citazioni di Freud, parlando di sé come di “uno che purtroppo ha studiato molto”. È sufficiente citare una delle sue perle: “questo sentimento del perturbante, un sentimento che è un po’ sostantivato dal tedesco”, per capire che ci troviamo di fronte ad un caso da manuale del principio di Peter, secondo il quale, salendo la scala della gerarchia aziendale, si raggiunge inevitabilmente il proprio livello di incompetenza.

Il nostro deve avere anche saltato qualche importante pagina di storia dello spettacolo, altrimenti avrebbe scoperto che le cosiddette provocazioni visive di Lauro solo un’assai pallida imitazione di quelle contenute nel film di Brian De Palma Il fantasma del palcoscenico dove c’erano invece grandissimo spettacolo e musica con la M maiuscola. Roba di 47 anni fa. Ma che roba! Che sia il caso di tornare a studiare?

E magari di dare anche un’occhiata a cosa scriveva Ennio Flaiano nel suo Diario Notturno (1951): “Troppa gente che ‘vuole’, piena soltanto di volontà (non la buona volontà kantiana ma di ambizione); troppi incapaci che debbono affermarsi e ci riescono, senz’altre attitudini che una dura e opaca volontà. E dove la dirigono? Nei campi dell’arte molto spesso, che sono oggi i più vasti e ambigui, un West dove ognuno si fa la sua legge e la impone agli sceriffi. Qui, la loro sfrenata volontà può esser scambiata per talento, per ingegno, comunque per intelligenza. Così, questi disperati senza qualità di cuore e di mente, vivono nell’ebbrezza di arrivare, di esibirsi, imparano qualcosa di facile, rifanno magari il verso di qualche loro maestro elettivo. Amministrano poi con avarizia le loro povere forze, seguono le mode, tenendosi al corrente, sempre spaventati di sbagliare, pronti alle fatiche dell’adulazione, impassibili davanti ad ogni rifiuto, feroci nella vittoria, supplichevoli nella sconfitta. Finché la Fama si decide ad andare a letto con loro per stanchezza”.

 

 

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