Papa Francesco, udienza generale del 04 aprile 2018 in Piazza San Pietro, (CNS photo/Paul Haring)
Papa Francesco, udienza generale del 04 aprile 2018 in Piazza San Pietro, (CNS photo/Paul Haring)

 

 

di Mattia Spanò

 

“È importante che possa proseguire lo sforzo per immunizzare quanto più possibile la popolazione. Ciò richiede un molteplice impegno a livello personale, politico e dell’intera comunità internazionale. Anzitutto a livello personale. Tutti abbiamo la responsabilità di aver cura di noi stessi e della nostra salute, il che si traduce anche nel rispetto per la salute di chi ci è vicino. La cura della salute rappresenta un obbligo morale”. Parole e musica di papa Francesco.

Da cattolico osservante, dovrei farmi scrupoli a commentare Sua Santità. Questa prudenza svanisce di fronte ad una constatazione: papa Francesco esprime con acribìa le sue opinioni personali su questo quello, sempre meno – o meno mediaticamente, ma dovrebbe esserne consapevole: non è stato eletto ieri – su questioni inerenti il suo mandato, vale a dire pascere il gregge di Cristo.

A meno di non pensare che Dio sia così sprovveduto da appaltare la sua onniscienza al primo eletto che passa un Conclave, un cattolico sa che l’autorità, qualsiasi autorità, è limitata al dominio in cui viene esercitata, e pertanto è indispensabile definire con accuratezza il perimetro di tale dominio. Il che ha una ricaduta positiva supplementare: mette al riparo il trono dalla follia di uomini che per un arabesco del fato dovessero occuparlo. San Tommaso d’Aquino ha scritto qualche pagina sull’argomento.

Innanzitutto, Sua Santità dovrebbe essere informato sul fatto che nessuno parla più di immunizzazione in relazione a questi sieri anti Covid. Anche per ciò che riguarda la prevenzione, i pareri sono tutt’altro che uniformi e tendenzialmente sfavorevoli. Al massimo, si può ancora sperare che nei soggetti più fragili prevenga le forme acute e pericolose.

In secondo luogo, il climax responsabilità governativa, internazionale ma soprattutto personale è utopia della più bell’acqua. Viviamo un’epoca abbagliata dall’idea di fare del mondo un paradiso: il mezzo tecnologico illude l’uomo di potersi costituire in unità armoniosa con i suoi simili e con la natura. I progetti umani più sono tonitruanti, più salpano incontro a fallimenti esplosivi. Anche questo, un cattolico lo sa bene.

La frase sulla cura della salute personale che sublima in quella di chi ci è vicino è ostica. Per quanta prudenza e quante attenzioni o limitazioni io possa avere – inclusa l’opzione vaccinale – un virus è un agente biologico fuori controllo, e proprio la storia degli ultimi due anni lo documenta al di là di ogni ragionevole dubbio. Posso decidere di non trasmettere una malattia? E pur avendo cura dell’altro, se questo non basta? Qual è la mia responsabilità oggettiva nel caso di trasmissione del contagio? Perché, come fa il presidente Draghi in corrispondenza d’amorosi tempi con papa Francesco, si vuole accreditare l’immagine del no-vax che si aggira la notte ungendo le porte con grasso velenoso mentre sussurra formule arcane?

Da ultimo, l’obbligo morale. Sua Santità sa bene che un’opzione è morale o immorale se ordinata al bene o al male, ma sempre in funzione di ciò che la mia libertà elegge. Addirittura la morale cattolica affronta il tema dell’omissione, il sottrarsi alla scelta, e l’accosta al peccato anche nella liturgia. Un obbligo, con il suo portato di costrizione anche violenta indipendente da qualsiasi volontà ad eccezione di quella di chi lo impone, non può in nessun caso salvaguardare in sé nemmeno un atomo di moralità.

Perché ricorrere ad un ossimoro di sicuro impatto emotivo, ma così zoppicante sul piano teoretico? Posso uccidere infischiandomene del comandamento divino e della legge umana, ma sono costretto a vaccinarmi? Se vaccinarsi è un atto d’amore, bisogna concludere che l’amore sia obbligatorio? “Quando i grandi di questo mondo si mettono ad amarvi, è che vogliono ridurvi in salsicce da battaglia. È il segnale. È infallibile. È con l’amore che comincia” (Louis-Ferdinand Céline).

C’è un aspetto più sottile che mi pare non di rado risuonare nelle indicazioni del pontefice. Perché papa Francesco spesso presidia argomenti promossi da agenzie così distanti dalla Chiesa Cattolica? Prendiamo i migranti, l’ambiente e la scienza. Sui primi, ci sono UNHCR e una galassia sterminata di promoter. Sull’ambiente, Greta Thumberg, Greenpeace, Wwf e numerosissimi altri. Sulla scienza, in particolare quella medica, l’Oms, Ema, Aifa, ISS e chi più ne ha più ne metta. Perché uno dovrebbe ascoltare la voce del papa della Chiesa Cattolica? Cosa aggiunge di nuovo? Con una battuta: perché se il papa viene in discoteca, qualcuno dovrebbe uscire dalla discoteca per andare in chiesa?

Si può rispondere che l’elemento spirituale costituisce un sicuro rinforzo e una forte legittimazione al discorso che si vuole imporre. Oppure Sua Santità crede che inseguire le novantanove pecore ovunque vadano a pascolare, senza per giunta aver messo in sicurezza l’unica rimasta, sia un buon modo di attrarle a Cristo, visto che il proselitismo e la colonizzazione ideologica gli sono così invisi. Non si comprende per quale ragione un uomo che perda il sonno perché il panda non si riproduce debba seguire un papa che gli dica “sì, la politica del figlio unico fra i panda è un enorme problema”. Lo sa già, e molto meglio del papa.

Esiste una terza opzione, più pungente. La Chiesa, in modo deliberato o sotterraneo, non crede più che Cristo sia il centro del cosmo e della storia. Comunque la si pensi, c’è una strana spossatezza che pervade le autorità in genere, presidenti o papi che siano. Una nausea di sé, un rigetto profondo di essere solo un presidente, con precisi doveri e limiti codificati, o solo un papa, con un compito certo non meno grave. Peccato, perché giunti al culmine di quest’epoca travagliata, messi brutalmente di fronte ai nostri fallimenti, avremmo bisogno che ognuno facesse esattamente soltanto ciò che è chiamato da Dio a fare. Fra l’altro, è una buona definizione laica di santità. Avremmo bisogno di santità, non di sanità.

 

 

 

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