di Sabino Paciolla
Nel mio articolo che ho pubblicato stamattina, scrivevo che l’attacco unilaterale degli USA e Israele nei confronti dell’Iran ha visto i paesi europei refrattari, freddi e anche, per alcuni, molto polemici e critici. E’ il caso del Regno Unito e, soprattutto, della Spagna.
Trump ha criticato duramente Pedro Sánchez e il governo spagnolo per il rifiuto di permettere l’uso delle basi militari congiunte (Rota e Morón) per gli attacchi USA contro l’Iran. Le sue dichiarazioni sono state fatte il 3 marzo 2026 durante un incontro nella sala ovale della Casa Bianca con il cancelliere tedesco Friedrich Merz, dove ha minacciato di tagliare tutti i rapporti commerciali con la Spagna, definendola “terrible” (terribile), “unfriendly” (non amichevole) e “very uncooperative” (molto non collaborativa). Ha anche affermato che gli USA potrebbero usare le basi “se vogliono”, ignorando il divieto spagnolo (“We could just fly in and use it. Nobody’s gonna tell us not to use it”).
A seguito di questo durissimo attacco del giorno prima da parte di Trump, il premier spagnolo, Pedro Sánchez, ha sentito forte il dovere di rispondere ufficialmente a Trump e di fare un discorso alla nazione spagnola. Per questo, è intervenuto questa mattina dal Palazzo della Moncloa, la sede ufficiale del governo spagnolo e la residenza del Presidente dal 1977, per prendere posizione sulla crisi apertasi in Medio Oriente dopo l’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele all’Iran, avvenuto sabato 28 febbraio. Il discorso — netto, diretto, carico di riferimenti storici — può essere riassunto in quattro parole che Sánchez ha scelto come bandiera della propria linea politica: «No alla guerra».
La posizione della Spagna
Sánchez ha aperto il suo intervento esprimendo solidarietà ai paesi colpiti illegalmente dall’Iran, ma ha subito chiarito che la risposta militare degli Stati Uniti e di Israele non trova il consenso di Madrid. «No alla violazione del diritto internazionale. No all’idea che il mondo possa risolvere i propri problemi solo con le bombe. No al ripetersi degli errori del passato», ha dichiarato il premier, prima di aggiungere: «La posizione del governo spagnolo si riassume in “No alla guerra”».
Il presidente ha riconosciuto l’incertezza del momento — «nessuno sa con certezza cosa succederà ora, non sono nemmeno chiari gli obiettivi di chi ha sferrato il primo attacco» (USA e Israele, ndr) — ma ha avvertito che occorre prepararsi a un conflitto potenzialmente lungo, come hanno lasciato intendere i suoi stessi promotori.
“Sánchez ha chiesto ai cittadini di prepararsi a un’escalation di cui non si conosce la portata. Il presidente ha affermato che «non saremo complici di qualcosa che è dannoso per il mondo, (…) semplicemente a causa delle minacce di qualcuno». «Il governo spagnolo è dalla parte di chi deve stare», ha ribadito, assicurando che la Spagna è affiancata da altri governi che si rifanno a «valori» comuni.”
Il paragone con la guerra in Iraq
Uno dei passaggi più significativi del discorso è stato il parallelo tracciato con la guerra in Iraq del 2003. Sánchez ha ricordato come «Ventitré anni fa un’altra amministrazione statunitense ci ha trascinato in un’altra guerra per garantire la sicurezza globale, eliminare le armi di distruzione di massa, ma la guerra in Iraq ha generato una grave crisi migratoria, ha aumentato il terrorismo jihadista e il costo della vita: questo è stato il regalo del trio delle Azzorre, un mondo più insicuro e una vita peggiore.».
Sánchez ha quindi chiesto la fine delle ostilità e l’applicazione del diritto internazionale. «I cittadini spagnoli non hanno sostenuto la dittatura in Iraq, ma nemmeno la guerra», ha ribadito.
Il presidente ha ammesso di non sapere se la guerra in Iran avrà conseguenze analoghe, ma ha sottolineato una certezza: «Non ne uscirà un ordine internazionale più giusto, né salari più alti, né servizi pubblici migliori. Possiamo solo prevedere un aumento del prezzo del petrolio e del gas». Di qui, la sua opposizione: «Noi governanti siamo qui per fornire soluzioni, non per peggiorare la vita delle persone».
Per rafforzare il proprio appello alla ragione storica, Sánchez ha citato anche la Prima Guerra Mondiale: «Prima dell’inizio della Grande Guerra, nell’agosto del 1914, al cancelliere tedesco fu chiesto come fosse iniziata la guerra, e lui rispose: “Vorrei saperlo”». Un monito a non sottovalutare il rischio di una catena di eventi incontrollabile: «Non possiamo giocare alla roulette russa con milioni di persone».
Lo scontro con Trump e le basi militari
Come detto, lo sfondo immediato del discorso è lo scontro aperto con Washington. Il governo spagnolo ha rifiutato di mettere a disposizione degli Stati Uniti le basi militari di Rota e Morón per le operazioni belliche in Iran. La risposta del presidente Trump non si è fatta attendere, ed in essa Trump ha anche messo in dubbio la sovranità spagnola sulle proprie strutture militari: «Possiamo usarle quando vogliamo, possiamo volare e usarle, nessuno ci dirà il contrario». Sánchez, dal canto suo, ha risposto indirettamente, ribadendo che la Spagna «non sarà complice di qualcosa che è dannoso per il mondo, semplicemente a causa delle minacce di qualcuno», e assicurando di avere «la capacità e la volontà politica» per affrontare le conseguenze economiche della crisi.
Tra Trump e Sánchez cova da mesi un rapporto difficile, esploso quando la Spagna ha detto no alle richieste ‘capestro’ di Washington: portare la spesa militare al 5% del PIL – obiettivo che gli stessi Stati Uniti non raggiungono. “Non ha una grande leadership, è l’unico alleato della NATO che non ha accettato di arrivare al 5% e di fatto non paga nemmeno il 2%. Taglieremo tutti i rapporti commerciali”, ha affermato Trump.
Le misure concrete annunciate
Sul piano pratico, Sánchez ha illustrato le priorità del governo. In primo luogo, la tutela dei cittadini spagnoli presenti in Medio Oriente: «Il servizio estero e l’esercito stanno lavorando giorno e notte» per attivare dispositivi di evacuazione, con la promessa che «li aiuteremo e li riporteremo a casa» chi lo desidera. In secondo luogo, il governo sta valutando misure economiche per attenuare l’impatto della crisi sui cittadini, sul modello di quanto fatto durante la pandemia e la crisi tariffaria.
Sul piano internazionale, Madrid intende collaborare con i paesi che sostengono la pace e il rispetto del diritto internazionale, lavorando in parallelo per una pace duratura in Ucraina e in Palestina, «che non siano dimenticate».
Un appello alle potenze in conflitto
Sánchez ha concluso con un appello diretto a tutti gli attori coinvolti — Stati Uniti, Israele e Iran — chiedendo la cessazione immediata delle ostilità e il ritorno al dialogo. Ha precisato che condannare il regime degli ayatollah non equivale ad accettare la guerra: «La domanda non è se siamo o meno a favore degli ayatollah — nessuno lo è — la domanda è se siamo o meno dalla parte della legalità internazionale e quindi della pace».
Ha respinto l’accusa di ingenuità: «Ingenuo è pensare che la soluzione sia la violenza, è pensare che le democrazie nascano dalle rovine». E ha chiuso con un tono orgoglioso: «Abbiamo assoluta fiducia nella forza economica del nostro Paese. In momenti come questo, siamo più orgogliosi che mai di essere spagnoli».
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