Raffaello, San Paolo parla agli ateniesi, 1517-1519, arazzo
Raffaello, San Paolo parla agli ateniesi, 1517-1519, arazzo

 

 

di Alberto Strumia

 

Domenica V del Tempo Ordinario

(Anno B)

(Gb 7,1-4.6-7; Sal 146; 1Cor 9,16-19.22-23; Mc 1,29-39)

La liturgia di ogni domenica contiene in sé sempre un insegnamento, non solo “utile”, ma addirittura “indispensabile” per noi, e anche per tutti. (A questo proposito viene alla mente la domanda di Pietro a Gesù: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?», Lc 12,41. È necessario capirlo per essere in grado di decidere come affrontare la vita in ogni situazione e come rispondere a chi ci interpella).

– La parola “centrale” nelle letture della liturgia di questa domenica la troviamo quasi nascosta nel salmo responsoriale: «Risanaci», «Risana». Ed è una richiesta rivolta “direttamente” a Dio, da parte nostra (e in questo senso è per noi) nella preghiera; e da parte di tutti, troppe volte, arrestandosi a considerare come interlocutore qualcosa o qualcuno che non è Dio (le istituzioni, la natura, il cosmo, l’uomo, il proprio io…).

La richiesta di essere “risanati” scatta nel momento in cui ci si accorge di essere stati colpiti dalla “malattia”. La situazione dell’attuale pandemia che non sembra risolversi in tempi ragionevoli, come ci si aspettava, sembra essere la dura “scuola” alla quale l’umanità intera, oggi, è sottoposta.

E qui si vede la differenza tra noi, credenti (i cristiani che non si sono appiattiti sul pensiero unico del mondo),e tutti. Ai credenti – e non è un vanto o un “merito” – è stata “rivelata” la spiegazione “seria”, quella che va all’origine della malattia profonda, perché “originaria”, dalla quale occorre essere “risanati”. E questa spiegazione deve essere fatta conoscere a tutti nel modo più “vero”, “ragionevole”, talmente “comprensibile” e “convincente”, da diventare “evidente”, “irrinunciabile” per capire la storia dell’umanità e la situazione nella quale ci troviamo oggi.

– L’Apostolo Paolo lo ha capito al punto da arrivare a dire: «annunciare il Vangelo non è per me un vanto, perché è una necessità che mi si impone: guai a me se non annuncio il Vangelo!» (seconda lettura). Annunciare il Vangelo significa, infatti, mettere davanti–  a tutti la “spiegazione” cristiana della storia e della vita dell’uomo, perché a tutti quelli che lo vogliono sia data la possibilità di capire perché c’è bisogno di essere “risanati” non solo da una malattia “fisica”, ma ben più in profondità.

– Nel Vangelo Gesù guarisce la malattia “fisica” (nel brano del Vangelo di oggi, guarisce dalla febbre la suocera di Pietro e «molti che erano affetti da varie malattie») per arrivare a far capire che la radice originaria di tutto il male che c’è nell’essere umano, sta nel suo modo sbagliato, “ingiusto” di mettersi in rapporto con Dio. Ritorna la tanto censurata questione del “peccato originale”. La richiesta: «risana», rivolta, gridata a Dio da parte dell’uomo che lo ha capito; rivolta a Cristo da parte di quelli che lo avevano riconosciuto come il Figlio di Dio, il Salvatore, ha bisogno di arrivare fino a questo livello di profondità. Signore, risana l’ingiustizia che sta all’origine di tutto il male!

Noi da soli non siamo in grado di farlo! Per questa ragione il Verbo si è fatto carne: per compiere quanto gli uomini, da soli, non sono in grado di fare.

– Lo sconforto di Giobbe, nella prima lettura («a me sono toccati mesi d’illusione e notti di affanno mi sono state assegnate»), altro non è che la presa di coscienza dell’incapacità radicale dell’uomo di risanare da solo questa perdita del “giusto modo” di vivere, di guardare a se stesso e agli altri, e a Dio («I miei giorni scorrono più veloci d’una spola, svaniscono senza un filo di speranza»).

Tutta la missione di Gesù, nei tre anni della Sua “vita pubblica”, è un “predicare” per spiegare la necessità di arrivare fino a questo “livello serio” di domanda di Verità e di Salvezza («Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!»).

Gesù rifuggiva dal tentativo della gente di “usarlo” come semplice “guaritore” delle malattie del corpo («Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove»). Piuttosto , il suo compito, non era quello di limitarsi ai mali “fisici”, che pur guariva miracolosamente, ma  quello di mettere in guardia nei confronti del vero nemico dell’uomo, di Satana con i suoi seguaci, che è il primo autore della perdita del “giusto modo” di rapportarsi con Dio Creatore. Per questo di Gesù il Vangelo di oggi dice che non solo «guarì molti che erano affetti da varie malattie», ma anche che «scacciò molti demoni». La malattia profonda sta nel cuore dell’uomo, nella sua anima, nella sua intelligenza e volontà che, oggi, sono finite quasi totalmente sotto il potere di Satana, «il principe di questo mondo» (Gv 12,31). Il fatto che non ci si accorga di questo livello di profondità del problema e ci si fermi alla superficie delle cose, nel valutarle, è l’elemento che tiene in scacco l’umanità della nostra epoca. Ed è  un inganno talmente penetrato nella mentalità di quasi tutti, da non aver risparmiato neppure gli uomini di Chiesa, nemmeno i suoi vertici!

Per contribuire a porre rimedio a questo male radicale – che il Signore ha già vinto con la Sua Morte e Risurrezione – occorre pregarlo per chiedere che sia Lui stesso a mettere sulla nostra bocca le parole efficaci per la loro verità. Quelle parole che ci occorrono per renderlo presente e riconoscibile come il Signore della storia e di tutta la creazione.

La Madre di Dio sia la nostra prima intermediaria perché nella Chiesa sorgano persone capaci di predicare come Lui predicava e insegnare come Lui insegnava, e non ci si fermi al solo livello materiale dei problemi: «Di tutte queste cose si preoccupano i pagani» (Mt 6,32).

Piuttosto lei ci ottenga di essere come san Paolo, la prima preoccupazione del quale era quella di «guadagnarne il maggior numero».

Bologna, 7 febbraio 2021

 

Alberto Strumia, sacerdote, teologo, già docente ordinario di fisica-matematica presso le università di Bologna e Bari. 

fonte: albertostrumia.it

 

 

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