Non si chiede certo a tutti di andare incontro alla morte, né tantomeno è obbligatorio subire il martirio. Si chiede solo di lasciare liberi coloro che hanno fede di compiere l’atto eroico della carità. San Luigi Gonzaga fu uno di loro: incurante per la propria salute fisica, rimase assieme agli ammalati di tifo, durante l’epidemia del XVI secolo, rimanendo contagiato. E la Chiesa di quel tempo glielo permise.

 

San Luigi Gonzaga

San Luigi Gonzaga

 

 

di Silvio Brachetta

 

Nel coacervo arcano dei giudizi di Dio può accadere che un santo sia mortificato oltre misura e un altro, al contrario, godere di grande stima e affetto. Immense e difficili da sopportare, ad esempio, furono le umiliazioni di Santa Giovanna d’Arco (scomunicata e arsa viva), di Santa Bernadette Soubirous (scambiata per pazza visionaria) o di San Pasquale Baylón (vilipeso più volte con l’appellativo di “idiota” e “finto carismatico”). Ben diverso fu, invece, il trattamento riservato a San Luigi Gonzaga (1568-1591) che, per una particolare disposizione della provvidenza, si vide spesso lodato, quanto persino invidiato.

Le prime lodi Luigi le ricevette direttamente da suo padre, Ferrante Gonzaga, primo marchese di Castiglione delle Stiviere, quando ben presto si accorse che suo figlio era dotato di una pronta e acuta intelligenza. Luigi – ma si firmava Aluigi, per via del suo nome in latino, Aloysius – fu il primogenito di otto figli: famiglia nobile e imparentata con i Mondonio e i della Rovere. Come futuro signore di Castiglione, per diritto di primogenitura, lo attendeva l’eredità radiosa di una brillante carriera militare. Onori e ricchezze lo avrebbero accompagnato per tutta la sua vita, se solo avesse assecondato il consiglio di suo padre. E così sarebbe stato, se già dall’età di sette anni non avesse sentito un grande desiderio di preghiera, che appagò con la recita in ginocchio dei sette salmi penitenziali e dell’ufficio della Madonna. È quel periodo che lui stesso chiamerà «la mia conversione dal mondo a Dio».

 

Rinuncia ai privilegi della nobiltà

 

A dieci anni Luigi si offrì spontaneamente a Dio e consacrò se stesso alla Beata Vergine Maria. Nonostante i numerosi spostamenti per l’Italia fu sempre soggetto a forti emicranie e, in generale, non fu mai in perfetta salute. Proprio nel corso di un suo viaggio a Mantova cadde malato, ma ebbe la gioia di poter ricevere la prima comunione dalle mani di San Carlo Borromeo, di passaggio per la città. Era sempre più evidente ai fratelli e, soprattutto, a suo padre, che il giovane Luigi stava covando nel cuore una decisione del tutto difforme dal futuro che altri avevano pianificato per lui. Ferrante cercò di correre ai ripari: lo spedì in viaggio per le corti d’Italia – Pavia, Parma, Torino, Ferrara – nella speranza che il giovane si potesse distrarre dalla religione e, ancor meglio, che potesse nascere in lui un sentimento amoroso per qualche nobile dama.

Tutto inutile: Luigi non solo si convinse ancor più di dover abbandonare la vanità del mondo, ma richiese ufficialmente di rinunciare al diritto di primogenitura, in favore del fratello secondogenito Rodolfo. E fu così che Ferrante, ritrovatosi con i due figli dinnanzi al notaio, scoppiò a piangere, reputando del tutto assurda la decisione del primogenito. Piansero forse anche i cittadini di Castiglione, che compresero comunque la scelta. E Luigi fu di nuovo lodato: «Non eravamo degni di averlo per padrone – dissero – egli è un santo e Dio ce l’ha tolto». Tanto più che Rodolfo era privo delle virtù umane e intellettuali del fratello. Ottenne sì la primogenitura e l’eredita di Ferrante, ma finì per morire assassinato, dopo essergli stata comminata pure una scomunica.

Del tutto risoluto, Luigi s’incamminò alla volta di Roma e, dopo il biennio di noviziato, entrò nella Compagnia di Gesù all’età di diciannove anni (1587).

 

La sua penitenza era di non fare penitenza

 

È quasi superfluo ricordare che, anche in quanto rampollo proveniente dalla nobiltà, Luigi Gonzaga fu istruito alla filosofia, alla letteratura e alla teologia nelle migliori scuole e alla presenza dei maestri migliori. Così come nella sua precedente vita di corte ebbe colloqui con gente del calibro della duchessa di Mantova e della futura regina di Francia, anche dopo il suo ingresso tra i Gesuiti fu attorniato da persone di altissima rilevanza sociale e religiosa: San Roberto Bellarmino fu suo confessore; i padri Gabriele Vasquez, Giovanni Azor, Benedetto Giustiniani e Agostino Giustiniani – tutti teologi di grande fama e scrittori fecondissimi – lo introdussero allo studio della teologia.

Come se tutte queste premure fossero state insufficienti e come se gli attestati di stima non si fossero moltiplicati nel tempo, Luigi fu nientemeno «giudicato capacissimo per la pubblica difesa di tutta la filosofia». Questo scrive Alessandro Maineri, nel suo libro “Vita di San Luigi Gonzaga” (Salani & Giuntini, 1742), nel raccontare la disputa del 1587, nella quale il giovane dovette rispondere alle domande di cardinali e teologi di grande fama. Tutto questo avvenne perché Luigi «era d’ingegno sì aperto, sì pronto, sì profondo, che con ogni poco di applicazione comprendeva le questioni e ne rimaneva poi sempre bene in possesso». In particolare, il Gonzaga era solito speculare «sopra la Somma di San Tommaso, che anche aveva eletto per Protettore dei suoi studi; né leggeva quasi mai altro Autore». Non è dunque strano che il Collegio Romano avesse riposto in Luigi molte aspettative, «trovandosi in lui tutte tre quelle doti, che sono nel mondo in tanto credito» e, cioè, «nobiltà, santità e dottrina». Già ma quale santità?

Soprattutto quella che proviene dall’umiltà e dall’obbedienza. Il giovane era talmente legato alla preghiera, ai digiuni e alle penitenze, che i superiori dovettero paradossalmente proibirgli di pregare e di mortificarsi. Scrive Mario Scudu, in un articolo, che «si crearono situazioni al limite dell’umorismo». I suoi formatori, infatti, «non trovarono di meglio che proibirgli di fare penitenza», con «il risultato che per lui la vera penitenza era non fare penitenza». Stesso discorso per la preghiera: «siccome soffriva di emicrania, il padre spirituale gli consigliò di non pensare troppo intensamente a Dio». Al che il Gonzaga rispose: «Veramente io non so che fare. Il padre rettore mi proibisce di fare orazione […] ed io maggior forza e violenza mi fò, mentre cerco di distrarre la mente da Dio […], perché questo già per l’uso mi è quasi diventato connaturale, e vi trovo quiete e riposo e non pena». Non è facile da capire, ma Dio era talmente presente a Luigi che egli giunse a pregare così: «Allontanati da me Signore».

 

Laetantes imus

 

Fede? Sì anche, ma innanzi tutto carità, poiché San Luigi fu ed è ricordato come il «santo della carità». Giunto all’età di ventitre anni un’epidemia di tifo si abbatté sull’Italia, specialmente sulla Lombardia, sulla Toscana, sull’Umbria e sulla Romagna. Nella sola città di Roma, nota Maineri, persero la vita «sessantamila persone in breve tempo», inclusi i papi (Sisto V, Urbano VII e Gregorio XIV). Anche i Gesuiti si spesero a favore dei malati. Luigi, assieme ai fratelli del suo Ordine, prese ad occuparsi della raccolta delle elemosine, e dell’assistenza ai moribondi. L’Ordine non era particolarmente contento dello zelo con cui il giovane s’impegnava: in fondo avevano per lui grandi progetti. Ne avrebbe fatta di strada il Gonzaga, forse anche fino al comando dell’intera Compagnia. Bisognava stare attenti che non si esponesse troppo al contagio.

Dio, però, aveva altri disegni: nel soccorrere un malato restò lui stesso contagiato. Il tifo lo portò alla tomba in tre mesi. Visse la malattia in modo eroico. Mai un lamento, fino all’ultimo respiro, quando al padre infermiere che gli aveva domandato «E bene, fratel Luigi, che si fa?» egli rispose: «Laetantes imus, laetantes imus» – «me ne vado allegramente dalla Terra al Cielo». Non morì però prima di ricevere l’ennesimo attestato di stima. Il Pontefice in persona (Gregorio XIV) gli fece pervenire la Benedizione e l’Indulgenza plenaria. L’umiltà, di nuovo, non fu scalfita da tale ultima tentazione: Luigi «corse con le mani a ricoprirsi il volto», tanta la vergogna che provava.

 

La strada della docilità

 

Pio XI, nella lettera apostolica Singulare illud del 1926, fa un ritratto efficace del Gonzaga, proclamandolo Patrono della gioventù cattolica. San Luigi – scrive il papa – comprese l’importanza dell’«innocenza dei costumi» e della «castità», che sono «l’ornamento più bello della gioventù». Non solo, ma i giovani saranno veri imitatori del Gonzaga (e perciò di Cristo) quando eviteranno «di lasciarsi traviare da un’intemperante brama di libertà, dall’orgoglio della mente e dall’indipendenza della volontà», retaggio di «una certa scienza che disprezza la dottrina di Cristo e della Chiesa».

La via del giovane sarà dunque la docilità, se davvero intende non fallire la propria vita. San Luigi ne è l’esempio vivente: «Coloro che vogliono militare sotto le insegne di Cristo – osserva Pio XI – debbono avere la certezza che, volendo scuotere da sé il giogo della disciplina, in luogo di raccogliere trionfi, non faranno che riportare sconfitte ignobili». La natura stessa, difatti, «richiede, per divina disposizione, che i giovani non possano realizzare alcun vero profitto, sia nella vita intellettuale e morale, sia nell’informare la propria condotta allo spirito cristiano, se non sotto l’altrui magistero».

 

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