di Nicola Lorenzo Barile

Dopo aver affrontato un equo processo, lo scorso 20 aprile l’agente della polizia di Minneapolis Derek Chauvin è stato riconosciuto colpevole della morte dell’afroamericano George Floyd, avvenuta il 25 maggio 2020. Non ci sono state manifestazioni, benché fossero state annunciate sia in caso di condanna, sia in caso di assoluzione di Chauvin, a differenza di quanto avvenne invece poche ore dopo la morte di Floyd, quando una folla, esaltata dal video della sua morte e sulla scia del passaparola, prese ad affollare l’incrocio di South Minneapolis, dove l’afroamericano era morto, chiedendo a gran voce la fine delle violenze della polizia contro gli afroamericani.  

Le manifestazioni, nelle grandi città come nei piccoli centri, furono capeggiate da uno dei più grandi movimenti di protesta di massa nella storia degli Stati Uniti: quello così detto del «risveglio» (woke). La chiamata a «rimanere svegli» (stay woke), piuttosto comune all’interno delle comunità afroamericane, all’inizio stava a indicare solo una esortazione generica a prestare attenzione agli inganni degli altri ma, ben presto, si restrinse a una sola parola (woke), sintesi politica di una sinistra sensibile ai temi della giustizia sociale e della discriminazione razziale. Successivamente, dopo la morte di Michael Brown a Ferguson nel Missouri (9 agosto 2014), sempre per mano di un poliziotto, woke assunse il significato specifico di prestare attenzione alla brutalità e agli abusi della polizia, di cui la morte di George Floyd è stato l’ennesimo, triste caso, diventando così la parola d’ordine dei manifestanti più attivi, come i Black Lives Matter (vedi anche qui e qui).

Black Lives Matter
Manifestazione del movimento Black Lives Matter

Il momento di rabbia e dolore collettivo per la morte di Floyd lasciò ben presto il posto a un ampio dibattito su cosa significasse essere un afroamericano oggi in America; contemporaneamente, quasi centosettanta simboli del suo passato, non solo confederale, vennero oltraggiati o addirittura rimossi dagli spazi pubblici, colpevoli di rappresentare il retaggio di soprusi e ingiustizie perpetrato dai bianchi al fine di sopraffare i neri.      

Fra le vittime di quella furia iconoclasta, le statue di San Junípero Serra (1713-1784): il 19 giugno 2020, una sua statua ospitata nel Golden Gate Park di San Francisco venne abbattuta da un centinaio di persone, insieme a quelle del generale nordista, poi divenuto il diciottesimo presidente degli Stati Uniti, Ulysses S. Grant, e del poeta Francis Scott Key, autore dell’inno nazionale americano; successivamente, quella in Capitol Park a Sacramento, capitale dello stato della California, venne sfigurata prima con uno spray, poi tirata giù, quindi percossa e calpestata la sera del 4 luglio; una settimana dopo, un incendio devastò la chiesa della missione di San Gabriel, in occasione dell’imminente duecentocinquantesimo anno della sua fondazione da parte di San Junípero. The Sacramento Bee riferì che alcuni manifestanti nell’area del campidoglio a Sacramento portavano cartelli inneggianti a una «decolonizzazione delle strade», e sostenitori del movimento Black Lives Matter e dell’American Indian Movement furono uditi riferirsi al Giorno dell’indipendenza come la «farsa di luglio». Per precauzione, le statue di San Junípero dell’università cattolica della città di San Diego, cresciuta intorno alla prima missione fondata da San Junípero nel 1769, e quella della città di Ventura, che ospita la chiesa della missione di San Bonaventura (1782), elevata a basilica minore da papa Francesco il 15 luglio 2020, furono rimosse rispettivamente il 14 e il 16 luglio. 

A nulla sono servirono le severe parole di condanna da parte dell’arcivescovo di San Francisco, Salvatore Cordileone: «La commemorazione di personaggi storici merita una discussione onesta e corretta sul come e a chi dovrebbe essere dato tale onore. Ma qui, non c’era traccia di una tale discussione razionale, solo sopraffazione imposta a furor di popolo, un fenomeno preoccupante che sembra ripetersi in tutto il paese». Quindi, l’arcivescovo Cordileone si unì sinceramente agli appelli alla giustizia razziale e alla fine delle brutalità da parte della polizia, iniziati dopo la morte di George Floyd: «Tutti coloro che lavorano per la giustizia e l’uguaglianza si uniscono all’indignazione di coloro che sono e continuano ad essere oppressi. È particolarmente vero che i seguaci di Gesù Cristo – i cristiani – sono chiamati a lavorare instancabilmente per la dignità di tutti gli esseri umani», ha aggiunto, osservando che San Francesco d’Assisi, il cui nome la sua diocesi ricorda, è «una delle figure più iconiche della storia della pace e di buona volontà. Da 800 anni i fratelli e le sorelle dei vari rami dell’Ordine di San  Francesco, che fanno risalire la loro ispirazione a lui, sono stati esemplari non solo nel servire, ma anche nell’identificarsi con i poveri e gli oppressi e nel dare loro la giusta dignità di figli di Dio» e «San Junípero Serra non fa eccezione», sulla scia delle commosse parole di papa Francesco che, dopo la beatificazione da parte di San Giovanni Paolo II (25 settembre 1988), dispensando la presentazione di un secondo miracolo, canonizzò San Junípero, «uno dei padri fondatori degli Stati Uniti, un santo esempio dell’universalità della Chiesa e un patrono speciale del popolo ispanico del paese» (23 settembre 2015).

Ma chi è stato esattamente San Junípero? Al secolo Miguel José Serra Ferrer, nato nell’isola di Palma Majorca (1713), entrò il 14 settembre 1730 nell’Ordine dei francescani, assumendo il nome di Junípero, in onore di frate Ginepro (1190-1258), uno dei primi discepoli di San Francesco d’Assisi. Dopo l’ordinazione sacerdotale, divenne professore di teologia e filosofia presso l’università Raimondo Lull quando, ad un certo punto, chiese di essere inviato come predicatore apostolico nel Nuovo Mondo (1749). Dopo aver insegnato teologia anche presso l’università di Città del Messico, venne inviato nelle missioni indiane della California (1768), rilevando l’amministrazione delle missionidei gesuiti (le reducciones), dopo che questi erano stati banditi da Carlo III di Spagna. Venne chiamato l’«apostolo della California», perché contribuì a evangelizzare e, di fatto, a istruire ed emancipare i nativi, attraverso la fondazione di nove delle ventuno missioni (misións) dello stato (il cosiddetto El Camino Real), molte delle quali diedero successivamente origine alle più importanti città della costa della California.

Statua abbattuta di San Junipero Serra
Statua abbattuta di San Junípero Serra

La parte finale della vita di San Junípero fu scandita da ripetuti scontri con i governatori militari di Monterey: in particolare con il primo, Felipe de Neve, che impedì, tra l’altro, nel 1782, la fondazione di una missione a Santa Barbara, e poi con il secondo, Pedro Fages Beleta, detto El Oso (l’orso), che San Juníper o riuscì a far rimuovere. Il 28 agosto del 1784 San Junípero morì per le conseguenze di un morso di un serpente nella missione di Carmel, dove venne sepolto. Contrariamente alle recenti manifestazioni di oltraggio della memoria di San Junípero, le testimonianze raccolte nel sostenere la causa della sua santità forniscono prove inconfondibili, coerenti e concrete del rispetto sempre provato dagli indiani nei suoi confronti: si dice che seicento indiani piansero al suo funerale, gettando fiori di campo sulla sua bara.

Parte dell’attuale perplessità e rabbia per la canonizzazione di San Junípero è motivata dalla repulsione per i crimini commessi contro gli indiani nei confronti di chi fu un forte critico dei coloni spagnoli e un convinto difensore degli indiani, benché non si impegnò mai in dibattiti teologici e morali nelle corti reali sulla difesa dei nativi, come Bartolomé las Casas (1484-1566) ma, scrivendo al viceré spagnolo a Città del Messico per chiedere la rimozione di un comandante militare, espresse esplicitamente la sua indignazione: «I soldati, intelligenti come sono nel prendere al lazo mucche e muli, catturano una donna indiana con i loro lazos per diventare preda della loro sfrenata lussuria. A volte, alcuni uomini indiani cercavano di difendere le loro mogli, solo per essere abbattuti con proiettili». Inoltre, San Junípero non si riferì mai agli indiani come se fossero selvaggi o barbari; anche se a volte diceva infieles, il più delle volte li chiamava gentiles o pobres (poveri) o, più semplicemente, indios, mettendo in dubbio l’ambito di applicazione della frase gente de razón (persone ragionevoli) da parte del governatore spagnolo esclusivamente agli spagnoli: chiaramente, San Junípero era convinto di portare la salvezza a uomini e donne di pari dignità.

Secondo la più recente critica storica, le accuse rivolte a San Junípero e alle sue missioni di esser stato responsabile di quello che viene considerato un genocidio e di aver ridotto gli indiani in schiavitù e riservato loro trattamenti crudeli, non sono supportate da prove evidenti. Infatti, ciò che inglesi e olandesi fecero nei confronti della popolazione indigena per estirparla dal continente può probabilmente chiamarsi un genocidio, secondo la nostra sensibilità, ma non quello che, al contrario, fecero gli spagnoli, almeno in California, dato che essi non furono affatto mossi dall’intenzione di espellere la popolazione indiana dal continente. Nell’America spagnola di San Junípero, per esempio, i matrimoni fra spagnoli e indiani erano piuttosto frequenti, mentre erano anatema per la maggior parte degli anglosassoni.

Sempre la ricerca storica ha poi dimostrato che la popolazione della California si ridusse del 33% durante il dominio prima spagnolo e poi messicano, ma ciò fu causato principalmente dalle epidemie portate dal Vecchio Mondo. Sotto il dominio americano (dal 1848 in poi), quando la maggior parte delle ventuno missioni californiane erano ormai in rovina, la perdita di vite indigene raggiunse addirittura l’80%: praticamente, si ebbero solo 30.000 nativi nel 1870; stavolta, però, quasi la metà di quelle perdite non fu dovuta a malattie, quanto piuttosto a morte violenta.

Passando ora alle accuse di aver ridotto in schiavitù i nativi e inflitto loro pene crudeli, esse hanno le sue radici nell’incomprensione, o in una vera e propria ignoranza, di come funzionarono le missioni di San Junípero, fondate innanzi tutto per attirare gli indiani, non per ucciderli. Nessun indiano fu mai stato costretto a entrarvi, almeno al tempo di San Junípero, tant’è vero che la maggior parte non entrò in una missione; una volta entrati, però, fu loro vietato andarsene senza permesso. Coloro che lo fecero, a meno che non fossero rientrati volontariamente, vennero puniti severamente: la sopravvivenza delle missioni, infatti, poteva essere garantita solo dalla continuità del lavoro di tutti; agli indiani era però concesso regolarmente di godere di un permesso di settimane, o addirittura di mesi, per visitare i loro villaggi.

Si stima che il tasso di abbandono delle missioni da parte dei nativi fu di circa il 10%: naturalmente, se anche così fosse stato, il 90 per cento pur sempre rimase: per paura? per un senso di sconfitta o disorientamento? Oppure perché le missioni offrivano l’appartenenza a una comunità stabile in un mondo spesso pericoloso? All’inizio, infatti, San Junípero dové aver pensato di essere in una specie di Eden ma, in realtà, allora come oggi, la California è una terra soggetta a gravi siccità e, al di fuori delle missioni, le rivalità tribali potevano sfociare in spargimenti di sangue, le donne spesso comprate e vendute, gli sciamani scagliarti una maledizione. Le missioni, invece, offrivano notevoli vantaggi a un numero non insignificante di popoli nativi, nonostante le punizioni da sostenere, se inadempienti: cibo, vestiti, riparo, la bellezza delle chiese e lo spiegamento della potenza della Spagna, che incuteva sempre timore reverenziale.

Gli indiani delle missioni venivano puniti anche per furto, aggressione e concubinato, ma le punizioni corporali erano una consuetudine, all’epoca, nelle culture europee e nella maggior parte delle altre culture, sebbene non risultassero comprensibili agli indiani della California: alcune tribù sottoponevano solo i prigionieri di guerra a una serie di percosse. Tuttavia, nelle cronache del tempo, nulla suggerisce che San Junípero fu un despota crudele o vendicativo. «Siamo venuti tutti qui e siamo rimasti qui per il solo scopo del benessere e della salvezza [degli indiani]», scrisse. «E credo che tutti si rendano conto che li amiamo».

Non so se gli iconoclasti del movimento woke sanno che, quando fu richiesto a ciascuno stato di indicare un suo illustre rappresentante da raffigurare nella sala del campidoglio di Washington D.C. (la National Statuary Hall), la California indicò proprio San Junípero (insieme al ministro protestante Thomas Starr King, ma questa è un’altra storia), la cui statua troneggia ancora oggi insieme a quella di illustri presidenti come George Washington e Abraham Lincoln (1927): sicuramente, un bersaglio più appetibile dal punto di vista simbolico ma, dato il luogo, anche più difficile da oltraggiare. Sono certo però che conoscono la distopia di San Junípero (2016), uno degli episodi migliori della serie Black Mirror di Netflix, in cui lo showrunner Charlie Brooker, per descrivere l’immaginaria città balneare della California che fa da sfondo alla storia, scelse ancora una volta proprio il nome evocativo del suo apostolo.

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