L’ultima cena, Giotto, Cappella degli Scrovegni a Padova

L’ultima cena, Giotto, Cappella degli Scrovegni a Padova

 

 

di Moreno Morani

 

“In quel tempo”. E’ la formula che sentiamo spesso nel rito della Messa, all’inizio della lettura del Vangelo. A prima vista questa formula, spesso conclusa in sé stessa e isolata dal resto del brano, non aggiunge niente al messaggio vero e proprio della lettura. Espressioni di questo genere (“in quei giorni, in quel tempo” e simili) sono frequenti nell’Antico come nel Nuovo Testamento, ma hanno una reale funzione di passaggio: servono a collegare l’inizio di un nuovo episodio a quanto narrato in precedenza, precisando così le coordinate temporali di quanto si sta per narrare. Poste all’inizio di una lettura, senza riferimento a un testo precedente, non possono avere una simile funzione di passaggio: per esprimersi coi termini tecnici della linguistica, si dovrebbe dire che esse hanno una “funzione fàtica”, vale a dire che hanno il solo scopo di stabilire o facilitare il contatto con l’interlocutore. Personalmente, penso invece che questa formula iniziale possa avere un valore importante. Con le parole “in quel tempo” il sacerdote invita i fedeli a rifarsi a un contesto storico preciso. Non sono parole che introducono un racconto mitico o una fiaba (“c’era una volta”): quanto stai per udire è avvenuto in un tempo, in una situazione, in un contesto preciso, di cui abbiamo notizie esaurienti. Ti ricordano che Gesù non è un personaggio mitico, ma una figura storica di cui abbiamo ampie notizie in fonti storiche contemporanee, che vive e opera in una realtà ben documentata sotto molti profili: una provincia dell’impero romano (con un ordinamento un po’ sui generis), in cui convivono filoni di culture, tradizioni e lingue diverse, in un rapporto talora di collaborazione e spesso di conflitto.

L’aspetto della storicità della figura di Gesù, nonostante l’opposizione tardiva di qualche ostinato negazionista, che insiste a mettere in dubbio i dati della storia, difficilmente può essere messo in ombra. E si tratta di un aspetto essenziale per la comunità ecclesiale e di un punto che dovrebbe essere sempre sottolineato con la dovuta energia. Il pensiero sotteso alla formula “In quel tempo” è: stiamo parlando di fatti e discorsi realmente avvenuti e fedelmente trasmessi, non di proiezioni del pensiero o della fantasia. Molte scoperte recenti hanno confermato la validità dei racconti evangelici e procurato delusioni a chi ha tentato di affermare il contrario.

Basti il caso di Pilato. Si è tentato talvolta (e qualche nostalgico un po’ retrogrado tenta anche oggi) di incrinare la validità dei Vangeli come fonte storica affermando che Pilato sarebbe una figura inventata dai Vangeli per accreditare l’esistenza storica di Gesù. Vero che di Pilato parlano anche fonti storico-letterarie pagane (Tacito) e giudaiche (Giuseppe Flavio e Filone), ma si tratta (secondo questi critici) di falsificazioni operate anticamente da cristiani: sarebbe veramente encomiabile l’intraprendenza con cui  i primi cristiani avrebbero adattato e manipolato tutte le fonti storiche a disposizione per affermare l’esistenza di un personaggio frutto della loro fantasia: col risultato poi di finire in pasto ai leoni o di venire eliminati in modi svariati nel momento in cui ne affermavano pubblicamente l’esistenza. Operazione autolesionista e non molto perspicace quindi! Ma questo tentativo di demolire la validità del racconto evangelico è stato stroncato da almeno due ritrovamenti. Nel 1961 un’iscrizione rinvenuta a Cesarea, antica capitale della Giudea ai tempi di Erode, in un edificio romano (un edificio in onore dell’imperatore regnante, Tiberio) attribuisce la costruzione dell’edificio a …TIUS PILATUS. Più recentemente, su un anello rinvenuto, insieme ad altri oggetti, nell’Herodion, una fortezza costruita da Erode nei pressi di Betlemme, è stato riconosciuto il nome di Pilato. Nonostante questo, l’ipotesi dell’invenzione non è stata del tutto abbandonata, perché vale anche in contesto scientifico il principio di Gresham che la moneta cattiva scaccia la moneta buona.

L’attenzione delle prime generazioni cristiane al mantenimento della memoria storica è sempre stato notevole. Si tramandano da una generazione all’altra le parole e i detti del Signore non solamente attraverso le fonti scritte, ma in buona parte anche attraverso la trasmissione orale. Presso le prime generazioni che vissero subito dopo che l’esperienza terrena di Gesù si era conclusa, avevano grande autorità nella comunità cristiana quegli anziani (presbýteroi) che avevano avuto contatti diretti con la figura del Redentore ed erano in grado, quindi, di raccontare ai più giovani ciò che il Maestro aveva detto. A loro volta, questi anziani trasmettevano alla generazione immediatamente successiva i loro ricordi e le loro esperienze,

Paolo insiste sull’autorità che gli proviene dalla sua conoscenza diretta del Vangelo ed esorta la comunità cristiana a trasmettere il messaggio evangelico senza alterarlo: «Vi proclamo poi, fratelli, il Vangelo che vi ho annunciato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi e dal quale siete salvati, se lo mantenete come ve l’ho annunciato. (…) A voi infatti ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto» (I Cor. 15, 1 ss.)

Papia di Ierapoli (città dell’Anatolia), vissuto fra il 70 e il 130, vescovo e autore di un’opera in cinque libri intitolata Spiegazione dei detti del Signore, scrive, a proposito della propria formazione cristiana: «Non esiterò ad aggiungere alle mie spiegazioni ciò che un giorno bene appresi dai più anziani (presbýteroi) e bene ricordo, confermando la verità di esse. Perché io non mi dilettavo, come fanno i più, di coloro che dicono molte cose, ma di coloro che insegnano cose vere; non di quelli che riferiscono precetti di altri, ma di quelli che insegnano i precetti dati dal Signore e sgorgati dalla verità stessa. Se in qualche luogo capitava qualcuno che avesse vissuto con gli anziani, io cercavo di conoscerne i discorsi: che cosa disse Andrea o che cosa Pietro o che cosa Filippo o che cosa Tommaso o Giacomo o che cosa Giovanni o Matteo o qualcun altro dei discepoli del Signore; e ciò che dicono Aristione e il presbitero Giovanni, discepoli del Signore. Poiché io ritenevo che il contenuto dei libri non mi avrebbe giovato tanto quanto quello che veniva dalla voce viva e superstite» (citato in Eusebio, Storia Ecclesiastica, III 39, 2-3).

Ireneo, che fu vescovo di Lione (morì verso il 202), in una lettera all’amico Fiorino ricorda con affetto il suo maestro Policarpo, vescovo di Smirne che a sua volta era stato discepolo dell’apostolo Giovanni e aveva subito il martirio nel 155: Ireneo garantisce la bontà della propria fede, in opposizione ad alcune dottrine eretiche circolanti al tempo, facendo appello all’insegnamento che ha ricevuto dal maestro: «Posso ricordare il luogo in cui il beato Policarpo si sedeva e parlava, come entrava ed usciva, il suo modo di vivere, il suo aspetto fisico, le orazioni che faceva alla folla, e i suoi rapporti con Giovanni, come li annunciava, e i rapporti con gli altri apostoli che avevano visto il Signore, e come ricordava le loro parole e le cose che aveva ascoltato da loro, riguardanti il Signore, i suoi miracoli e il suo insegnamento; come Policarpo aveva ricevuto tutto dai testimoni oculari della vita del Verbo e come lo annunciava in conformità con le Sacre Scritture. Queste cose, anche per la misericordia che Dio mi ha dato, le ho ascoltate con attenzione, ne ho conservato la memoria, non sulla carta ma nel mio cuore, e per la grazia di Dio li ripenso con amore.» (citato in Eusebio, Storia ecclesiastica, V 20).

In questo appassionato attaccamento alla viva memoria degli anziani vi sono elementi che il semplice rapporto scritto non può trasmettere: la possibilità di sentire un’eco delle parole di Gesù attraverso la testimonianza dei suoi discepoli e soprattutto di Giovanni, il discepolo prediletto, che ha partecipato all’Ultima Cena e ha vissuto da vicino la Passione del Signore, e aveva sicuramente ancora tante cose da raccontare, eventi di cui era stato testimone, discorsi e conversazioni a cui aveva partecipato in prima persona («Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù, che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere», Gv. 21, 24).

Fin dall’inizio i cristiani hanno dei tratti che li rendono riconoscibili fra tutti: quando l’anonimo autore della Lettera a Diogneto (siamo circa alla metà del II secolo) rileva che i cristiani «non usano né parole né abiti diversi dagli altri uomini» (5, 1), si limita a rilevare un dato di fatto incontestabile, i cristiani usano la stessa lingua praticata nelle varie località in cui vivono: è però vero che il loro modo di stare insieme e la comune appartenenza a una specifica esperienza di vita, fortemente connotata rispetto all’ambiente in cui si collocano, genera quasi naturalmente un linguaggio che li caratterizza: non intendono isolarsi, ma di fatto tendono a usare quello che la linguistica oggi chiamerebbe un linguaggio settoriale, con l’uso ricorrente di termini specifici e col conferimento di valori nuovi e particolari a parole della lingua comune. «Certo anche tu sei di quelli; la tua parlata ti tradisce!», si sente dire Pietro nel cortile del Sinedrio, la notte in cui Gesù viene tradito (Mt. 26, 73), affermazione che, a mio modesto parere, non deve essere intesa tanto in senso dialettale (una particolare varietà di aramaico, come se, nel crogiolo linguistico di quell’area, tutti indistintamente i discepoli di Gesù venissero dalla stessa località e praticassero la stessa varietà locale) quanto in senso sociolinguistico (avete un modo di parlare così caratteristico che vi si riconosce facilmente).

Questo può significare dunque l’invito a rifarsi a “quel tempo”, afferrato, per quanto possibile, nelle sue coordinate storiche e culturali. Tocca al sacerdote, al presbýteros, che dovrebbe mantenere il ricordo di “quel tempo”, ripresentarlo e farlo rivivere nella coscienza dei fedeli non come un’eco lontana, ma come una realtà viva e presente.

 

 

 

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