Una vulgata falsa e grossolana vorrebbe il cristiano, sul modello del San Francesco d’Assisi edulcorato, un giullare – un buontempone, cioè, che sprizza allegria e intrattiene le folle con balli e danze. Si dimentica che San Francesco si ammalò agli occhi a causa del continuo piangere.

 

San Francesco piangente

San Francesco

 

di Silvio Brachetta

 

Durante l’ultima omelia a Santa Marta, Papa Francesco se l’è presa con gli «evangelizzatori noiosi, amareggiati». Con simili premesse – ha detto – la «Chiesa non andrà avanti, il Vangelo non andrà avanti». Andrà avanti solo «con evangelizzatori gioiosi, pieni di vita».

L’autentico evangelizzatore dovrebbe prendere esempio dal re Davide, il quale «è felice» ed «esprime questa felicità, questa gioia, ballando» e cantando «sicuramente come tutto il popolo». Insomma, «quando manca la gioia in un cristiano, quel cristiano non è fecondo; quando manca la gioia nel nostro cuore, non c’è fecondità».

Le cose stanno proprio così? A leggere la vita di San Francesco d’Assisi – un semplice caso tra molti – non si direbbe. È vero che al perdono segue la gioia. È anche vero che il convertito è già nella beatitudine, che trasmette agli altri, mediante frutti di pace e consolazione. Ma non è affatto vero che, per un’evangelizzazione efficace, il cristiano debba sempre essere gioioso e pieno di vita. Quanto afferma Bergoglio può essere equivocato.

San Francesco pianse molto. Di seguito alcuni passi, tratti dalla Legenda Maior di San Bonaventura da Bagnoregio, che ci restituiscono un San Francesco ben diverso dal giullare ridanciano, tanto caro alla teologia modernista:

«Ci spinge ad abbracciare, con fede e pietà, questa convinzione il fatto che egli [San Francesco] ebbe dal cielo la missione di chiamare gli uomini a piangere, a lamentarsi, a radersi la testa e a cingere il sacco, e di imprimere, col segno della croce penitenziale e con un abito fatto in forma di croce, il Tau, sulla fronte di coloro che gemono e piangono».

«Cercava luoghi solitari, amici al pianto; là, abbandonandosi a lunghe e insistenti preghiere, fra gemiti inenarrabili, meritò di essere esaudito dal Signore».

«Ormai il padre santo, come la donna sterile, semplice e poverella della Bibbia, aveva partorito sette volte, e desiderava partorire a Cristo tutto quanto il popolo dei fedeli, chiamandolo al pianto e alla penitenza».

«Infatti, in conseguenza del continuo piangere, aveva contratto una gravissima malattia agli occhi. Perciò il medico cercava di persuaderlo a desistere dal piangere, se voleva sfuggire alla cecità».

«Spesso richiamava alla mente, piangendo, la povertà di Gesù Cristo e della Madre sua, e affermava che questa è la regina delle virtù, perché la si vede brillare così fulgidamente, più di tutte le altre, nel Re dei Re e nella Regina sua Madre».

«Là pure, dai frati che piamente lo osservavano, fu udito interpellare con grida e gemiti la Bontà divina a favore dei peccatori; piangere, anche, ad alta voce la passione del Signore, come se l’avesse davanti agli occhi».

«Il ricordo della passione di Cristo si impresse così vivamente nelle più intime viscere del suo cuore, che, da quel momento, quando gli veniva alla mente la crocifissione di Cristo, a stento poteva trattenersi, anche esteriormente, dalle lacrime e dai sospiri, come egli stesso riferì in confidenza più tardi, quando si stava avvicinando alla morte».

«Pregando inginocchiato davanti all’immagine del Crocifisso, si sentì invadere da una grande consolazione spirituale e, mentre fissava gli occhi pieni di lacrime nella croce del Signore, udì con gli orecchi del corpo una voce scendere verso di lui dalla croce e dirgli per tre volte: “Francesco, va’ e ripara la mia chiesa che, come vedi, è tutta in rovina!”».

«Ma Francesco […] si nascose in una fossa segreta. Vi rimase nascosto per alcuni giorni, e intanto supplicava incessantemente, tra fiumi di lacrime, il Signore, che lo liberasse dalle mani dei persecutori».

«L’uomo di Dio, insieme con gli altri compagni, andò ad abitare in un tugurio abbandonato, vicino ad Assisi: là essi vivevano di molto lavoro e fra gli stenti, secondo la forma della santa povertà, preoccupati di rifocillarsi più con il pane delle lacrime che con il pane dell’abbondanza».

«Perciò quanti attendono alla perfezione devono purificarsi ogni giorno col lavacro delle lacrime. E ne dava lui stesso la dimostrazione.
Benché avesse già raggiunto una meravigliosa purezza di cuore e di corpo, non cessava di purificare gli occhi del suo spirito con un profluvio di lacrime, senza badare al danno che ne subivano gli occhi del corpo».

«Preferiva, evidentemente, perdere la luce degli occhi, piuttosto che soffocare la devozione dello spirito, frenando le lacrime, che mondano l’occhio interiore e lo rendono capace di vedere Dio».

«E l’uomo di Dio, restandosene tutto solo e in pace, riempiva i boschi di gemiti, cospargeva la terra di lacrime, si percuoteva il petto e, quasi avesse trovato un più intimo santuario, discorreva col suo Signore».

«L’uomo di Dio stava davanti alla mangiatoia, ricolmo di pietà, cosparso di lacrime, traboccante di gioia.
Il santo sacrificio viene celebrato sopra la mangiatoia e Francesco, levita di Cristo, canta il santo Vangelo».

A parte questi esempi, nella sola Legenda Maior (le fonti francescane sono, infatti, un corpus ben più ampio) ci sono più di venti richiami alle lacrime e una quarantina relativi al pianto e al piangere. È, quindi, da rigettare quell’esegesi che fa del Poverello un saltimbanco.

La gioia, in San Francesco, nasce dalla pratica ascetica e penitenziale, dalle mortificazioni, dalla preghiera raccolta e commossa, dalle privazioni materiali, dalle vicende della vita condivise con i fratelli. Non si può saltare subito alla gioia e imporla come modello di predicazione. Gesù Cristo stesso pianse.

Non va dimenticato che nella predicazione concorrono tutte le capacità spirituali umane: ardore, lamento, estasi, ammonizione, gioia, affetto, entusiasmo, impeto, biasimo, edificazione, pietà, tremore, nostalgia, gratitudine. E con questi predicatori la Chiesa è andata avanti, eccome.

 

 

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