“Viene spontaneo, per quanto possa essere fin troppo azzardato, chiedersi che cosa avrebbe fatto Domenico per la Chiesa dei nostri giorni – se fosse stato qui, ora – per fronteggiare i gravi errori che l’attraversano. Allora c’erano ‘solo’ le ‘eresie’, oggi c’è una vera e propria ‘apostasia’ a tutti i livelli!”

 

 

San Domenico di Guzman

(Is 52,7-10; Sal 95; 2Tm 4, 1-8; Mt 5,13-19)

 

di Alberto Strumia

 

Oggi è la festa di san Domenico di Guzman, il grande restauratore della Chiesa del XIII secolo, insieme a san Francesco di Assisi. Due carismi contemporanei che si completarono inseparabilmente l’uno con l’altro, permettendo alla Chiesa di correre come su due rotaie di quello stesso binario che è Cristo, «la Via» sicura unica, perché è «la Verità e la Vita» (Gv 13,6). Lo capirono e lo ebbero ben presente, anche se forse si incontrarono poche volte nella vita. Si narra che espressero il desiderio di essere sempre insieme (stemus semper simul) e lo furono di certo uniti in Cristo.

Viene spontaneo, per quanto possa essere fin troppo azzardato, chiedersi che cosa avrebbe fatto Domenico per la Chiesa dei nostri giorni – se fosse stato qui, ora – per fronteggiare i gravi errori che l’attraversano. Allora c’erano “solo” le “eresie”, oggi c’è una vera e propria “apostasia” a tutti i livelli!

Di certo ci sono analogie con quel tempo, ma anche profonde differenze, che rendono verosimilmente “unici nella storia” umana ed ecclesiale i nostri anni.

1. Una somiglianza, non di poco conto, con i tempi di allora sembra riguardare il ruolo dei Vescovi. Ed è indicativo il fatto che, proprio per il rispetto che egli aveva per il compito dei successori degli Apostoli e per la condotta di molti di loro che vedeva in taluni a lui contemporanei, non avrebbe mai voluto che uno dei suoi frati accettasse di divenire Vescovo.

Pur con alcune eccezioni, allora essi erano troppo spesso preoccupati più per il loro potere temporale e dei loro interessi e passioni personali che non di annunciare Gesù Cristo, la conoscenza del quale forse davano fin troppo per scontata nella società del tempo.

Oggi taluni di essi sembrano non di rado più tentati dalla preoccupazione di farsi accettare socialmente, finendo per correre – magari quasi inconsapevolmente – dietro al pensiero comune che attraversa il mondo, sostituendo Cristo e la sua dottrina con una “politica” di scarso livello.

Il Vangelo viene facilmente rimpiazzato con forme di ambientalismo pagano, dove l’uomo è sistematicamente presentato come dannoso per la natura più che come collaboratore del Creatore. L’“ambiente” ha preso il posto del “creato”, e alla fine anche di Dio Creatore. Forse è per questo che l’uomo, divenuto nocivo per il dio-ambiente, deve essere soppresso “fisicamente” con l’aborto, l’eutanasia e il suicidio assistito; e reso dipendente “culturalmente-spiritualmente” dal modo di pensare imposto dai padroni del mondo (poteri finanziari, massoneria, ideologie, religioni alternative).

Se allora i Vescovi spendevano il loro tempo andando a caccia e occupandosi di politica, oggi rischiano di essere tentati di perderlo scimmiottando il mondo, riducendo il Vangelo

– ad impegno puramente sociale per alcune categorie di poveri, accuratamente selezionate soprattutto tra i non cristiani;

– ad impegno per educare i giovani al catastrofismo climatico che colpevolizza l’uomo;

– ad impegno come predicatori di un pacifismo tanto melenso quanto inconcludente;

– e addirittura alla diffusione del più strambo relativismo religioso, giustificandolo come rispetto per i non cristiani.

Grazie a Dio non mancano lodevoli eccezioni, ma sono proprio quelli che vengono quasi sempre retrocessi e puniti. San Domenico ebbe la Grazia di trovarne alcuni che gli furono sempre di sostegno, quali il Vescovo Diego e il Vescovo Folco, che gli resero possibile realizzare, con i suoi confratelli, il compito di “supplenza” del ruolo di annuncio, catechesi e istruzione (allora si chiamava “predicazione”) che molti Vescovi stavano omettendo, o compiendo inadeguatamente.

Si direbbe che oggi Domenico, dal Cielo, ci suggerisca di fare altrettanto:

– dedicandoci allo studio della “sana dottrina”: Sacra Scrittura, Tradizione, autentico Magistero, custoditi come “deposito della fede”;

– insegnando (questa è oggi la “predicazione”) a livello di omelie, catechesi, corsi di formazione di giovani e adulti (famiglie, genitori e figli, educatori), corsi di formazione teologica per candidati al sacerdozio e alla vita religiosa.

L’esigenza di accollarsi questo compito, con lo stile di vita che esso comporta – la forma di vita degli Apostoli (Apostolica vivendi forma) – sembra essere avvertita da alcuni anni che vedono una certa fioritura di vocazioni tra i domenicani, a preferenza di altre strade spesso più incerte e indefinite, o addirittura deviate.

2. Una differenza, però, non di poco conto, rispetto ai tempi di san Domenico, la vediamo ai vertici della Chiesa. San Domenico ebbe la Grazia di incontrare Papa Innocenzo III che approvò l’Ordine – poi confermato da Onorio III – e lo indirizzò proprio a svolgere il compito di “supplenza” nella “predicazione” (nel senso esteso che ho prima descritto). Allora c’erano semplici – si fa per dire – “eresie” (catari, albigesi, ecc.) da correggere; oggi c’è l’allontanamento totale da Cristo (“apostasia”), non solo tra i fedeli, ma tra i pastori. Se già sant’Agostino, otto secoli prima, scriveva per correggere i “cattivi pastori” (cfr., Discorso n. 46, ai pastori), oggi Domenico avrebbe molto lavoro da compiere insieme ai suoi.

Ma dovrebbe farlo con molta accortezza; ben più di allora! Dovrebbe lavorare “sott’acqua”, perché, come già abbiamo visto ai nostri giorni, chi ha carisma e vocazioni rischia di essere penalizzato se si espone più di quanto la prudenza suggerisca, fino allo scioglimento della comunità che ha visto nascere tra le sue mani. Oggi occorre lavorare come accadeva nei paesi che erano entro la “cortina di ferro”, realizzando piccole comunità di fedeli attorno ad un sacerdote (come suggeriva profeticamente già il Card. Ratzinger nel 1969), che non hanno bisogno di particolari riconoscimenti istituzionali, oltre alla fede, al Battesimo e ai Sacramenti. Questi dovranno anche formare, in piccoli numeri, i candidati al sacerdozio, che possano essere ordinati senza destare sospetti, da singoli Vescovi che comprendono la delicata situazione ecclesiale nella quale essi verranno a trovarsi, e li sappiano amare e proteggere paternamente.

Non basterà più arroccarsi in un tradizionalismo delle forme che pure sono importanti, ma che rischia di divenire altrettanto ideologico e parziale quanto lo sono certe forme di progressismo. San Domenico non lo fece, ma ebbe il coraggio della missione per la correzione dell’errore dottrinale, in vista della Salvezza delle anime. Lui che invece di abbandonarsi, nel parlare, a formule vuote e di moda, parlava con Dio e di Dio, mettendo al centro Cristo.

E parallelamente, faceva san Francesco che riferiva tutto a Dio Creatore e tutto faceva su comando di Cristo («Francesco, va’ ripara la Mia Casa che, come vedi, è tutta in rovina», 2 Cel. 3) e non si abbandonava al paganesimo dell’“ambiente” adorato come fosse una divinità, né a fare dei poveri un mito sociologico, che non di rado, oggi, nasconde secondi fini più materiali e politici che di autentica carità. Né l’uno né l’altro fecero qualcosa se non partendo da Cristo, alla presenza di Cristo adorato nell’Eucaristia, nel più profondo rispetto per la liturgia, e per convertire a Cristo, seguendo in questo l’Apostolo Paolo (del quale Domenico portava sempre con sé le Lettere): «Mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero» (1Cor 9,19).

3. C’è poi un altro elemento comune da salvare ai nostri giorni, come san Domenico, lo volle al suo tempo. E questo è la preghiera, l’adorazione. Soprattutto quando, come accade oggi, tutti i mezzi umani risultano insufficienti di fronte all’azione avversa di chi è, per natura, superiore a noi, cioè quando si deve fronteggiare direttamente Satana, che da un secolo abbondante è stato sciolto dalle catene e lasciato libero di lavorare contro l’uomo e per tentare di distruggere la Chiesa almeno fino a che non trionferà il Cuore Immacolato di Maria (cfr., il Messaggio di Fatima). Ingenui coloro che non se ne accorgono!

Il compito più importante, oggi, è affidato a coloro che pregano e soprattutto a coloro che lo fanno per vocazione e professione. Sono i contemplativi e le contemplative delle diverse congregazioni. Non a caso san Domenico, volle i monasteri femminili contemplativi, prima ancora delle sue comunità di frati predicatori. Non avrebbe mai avuto il coraggio di iniziare senza questa solida base sicura di ancoraggio a Cristo. Il farlo sarebbe stata un’ingenua imprudenza!

Oggi bisogna fare altrettanto. La preghiera, l’adorazione di Cristo, deve essere il punto di partenza di tutto ciò che si intende “fare”; mai viceversa, né tantomeno il “fare e basta”.

In un tempo come il nostro, segnato da non pochi “tratti escatologici”, poi si prega perché là dove ormai non basta più il nostro “fare”, perché la battaglia è contro Satana che è più forte di noi, sia Cristo stesso ad intervenire direttamente nella storia dell’umanità e della Sua Chiesa.

Non è casuale il fatto che oggi si registri il moltiplicarsi, in varie parti del mondo, sia dei miracoli eucaristici, sia di santi bambini o giovanissimi, che sono vissuti di una fede che ha riconosciuto con evidente semplicità la presenza di Cristo accanto a loro in ogni momento di gioia come di sofferenza per grave malattia. Chi ha loro insegnato ad essere così?

Oggi, forse, non ci sono più grandi carismi di santi adulti e forse, se ci fossero, verrebbero regolarmente stroncati da chi dovrebbe riconoscerli – come del resto già accaduto, perché oggi si perseguono altri obiettivi – pertanto ormai toccherà direttamente al Signore il compito di “risolvere” la storia.

E come ha promesso, ai suoi nel momento di passare da questa terra, chiediamo a san Domenico che sia più utile ora dal Cielo di quanto non lo sia stato quaggiù.

Imple, pater, quod dixisti, nos tuis iuvans praecibus!

 

Ravenna, 8 agosto 2023

 

 

 

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