Presento l’elaborato di una mia trasmissione a Radio Nuova Trieste, circa un’introduzione al pensiero di San Bonaventura, teologo e mistico tra i maggiori della Scolastica, colonna tra le più elevate della speculazione medievale. Il santo nasce a Bagnoregio, nel 1217, poco prima della morte di San Francesco d’Assisi (1226). Muore in Francia, a Lione nel 1274, durante i lavori del Concilio. È proclamato Dottore Serafico della Chiesa nel 1588, da Sisto V.

 

San Bonaventura

San Bonaventura

 

 

di Silvio Brachetta

 

San Bonaventura è un autore peculiare, originalissimo, sia rispetto ai contenuti della sua speculazione teologica, sia per il metodo e lo stile con il quale ha composto le sue opere. E proprio del metodo e dello stile è interessante cominciare a parlare.

Credo non vi sia opera scritta da San Bonaventura che non sia tratta direttamente dalla profonda e personale esperienza mistica. Questo santo, infatti, prima che teologo, dev’essere considerato uno dei più grandi mistici di tutti i tempi. Condensando il giudizio della maggioranza degli studiosi, direi che non si possa capire Bonaventura, se non si tiene conto di questo aspetto centrale della sua personalità: una profonda vita di grazia e di comunione con Dio. Ci si aspetterebbe, allora, che il santo Dottore non abbia scritto o parlato, se non di mistica – e al modo che ne parlarono Santa Teresa d’Avila, ad esempio, o San Giovanni della Croce, o lo stesso San Francesco, o i più recenti Santa Gemma Galgani o San Pio da Pietrelcina.

 

Ci si aspetterebbe, cioè, che San Bonaventura abbia scritto opere che parlano al cuore, per mezzo del sentimento, della poetica, del fervore che si ha nell’estasi. Non che questi elementi spirituali siano assenti, anzi, ve ne sono parecchi. Ma chi legge per la prima volta San Bonaventura, nelle opere più significative, nota subito una particolarità: sono testi certamente non facili da leggere e da capire. Sono testi, cioè, di grande rigore e sistematicità scientifica. Non certo testi, per così dire, “ascetici” – nel senso che una persona che cerca un libro di mistica, si aspetta di trovare un testo scorrevole, che parli prima al cuore e poi alla mente, o che almeno sia confortante per l’anima.

Addirittura, l’opera mistica più importante e conosciuta del Dottore Serafico – ovvero L’Itinerario della mente in Dio – non è comprensibile, se non conoscendo bene l’autore e aiutandosi a fatica con le note a pie’ pagina. Può sembrare strano, ma dopo tre o quattro pagine, più di un lettore – sconfortato – ha abbandonato la lettura, che procedeva sempre più a fatica.

 

Perché San Bonaventura scrive così? Cosa lo differenzia dagli altri mistici?

La risposta non è difficile: è impossibile per lui concepire la Fede senza la Ragione e viceversa. Non perché la Fede sia confondibile con la Ragione, ma perché la Fede è strettamente unita alla Ragione, ovvero non vi può essere separazione tra le due.

Per capire meglio questo punto, il santo Dottore fa un esempio, tratto dal suo Commento alle Sentenze di Pietro Lombardo: «un carpentiere possiede strumenti diversi per compiere operazioni diverse, come la scure per tagliare ed il martello per battere, nondimeno può servirsi della stessa scure sia dalla parte della lama per tagliare sia dalla parte opposta alla lama per sostituire il martello». In altre parole, si può usare un solo utensile per tagliare e per battere. Così è anche per l’anima umana – dice il Dottore Serafico: la ragione e la volontà non sono paragonabili a due utensili differenti, ma sono due “potenze” dell’anima, paragonata ad un unico utensile. Detto in parole ancora più semplici, Bonaventura ipotizza che sia più corretto dire che l’anima ha la potenza di ragionare o di volere, piuttosto di dire che l’anima è composta di ragione e volontà.

Si vede, quindi, che il santo Dottore guarda alla persona umana come ad una totalità – non ha senso allora chiedersi se il primato spetti alla ragione o alla volontà, alla ragione o alla fede (che è adesione volontaria alla Verità), ma per unirsi a Dio è necessaria la persona umana tutta intera, in tutte le sue capacità. Non c’è, allora, da stupirsi se Bonaventura chieda al lettore, che cerca Dio con tutta l’anima, anche lo sforzo del ragionare.

 

Ma veniamo ora alla questione centrale: la questione di Dio. Anche qua il santo Dottore dà soluzioni del tutto originali. La teologia bonaventuriana è una teologia strettamente cristocentrica. Il concetto che Bonaventura ha della Trinità è di un Dio Unico, che accompagna l’uomo per tutta la storia, che si rivela nella storia. Questa Rivelazione, inoltre, non può essere spiegata semplicemente con l’immagine di un Dio che parla all’uomo in modo esaustivo, completo, fin dal primo giorno. Bonaventura qua introduce l’idea di progresso: la Rivelazione, cioè, non può essere che progressiva.

Nel senso che Dio non si rivela subito nella pienezza della sua luce, perché l’uomo non è in grado di sopportare immediatamente il peso della Verità tutta intera. Viceversa, l’uomo viene accompagnato con infinita pazienza, lungo la storia, alla Verità tutta intera. Gesù Cristo compie e conclude la Verità e con lui ha termine la Rivelazione, nel senso che con Gesù Cristo, Dio dice tutto di sé stesso, si rivela completamente.

Questo però non significa, per Bonaventura, che con Gesù Cristo siano finite le manifestazioni della luce divina, che accompagnano l’uomo in tutta la sua storia, dall’inizio alla fine del mondo. In questo senso Gesù Cristo è al centro della storia: perché l’uomo lo comprende per gradi, progressivamente.

 

Si spiega allora, ad esempio, la luce portata da San Francesco d’Assisi, che si presenta nella storia come un alter Christus, un altro Cristo. Non perché ci sia bisogno di un nuovo Messia, ma perché sia chiaro che Dio non ci lascia mai al buio; e l’azione dello Spirito Santo “che vi insegnerà ogni cosa” – come appunto dice Gesù nel’Ultima Cena – è incessante.

Bisogna, però, eliminare la possibilità di un possibile equivoco: quando Bonaventura parla di progresso, non intende qualcosa di simile al moderno concetto di progressismo. Non intende, cioè, dire che l’uomo deve raggiungere la Verità o una qualche completezza di Verità. L’uomo unito a Gesù Cristo ha già – è già nella Verità. Il santo Dottore vuole solo sottolineare che l’uomo, pur essendo in comunione nella Verità tutta intera, può non comprenderla – ed ha bisogno di un sostegno continuo della Grazia, dello Spirito Santo e dei suoi santi Doni.

 

Come ebbe San Bonaventura queste intuizioni, queste sublimi illuminazioni? Non certo mettendosi banalmente a pensare o costruendo una certa teoria teologica. Come infatti ho specificato all’inizio, il Dottore Serafico visse una profonda vita mistica. Accenno ad uno degli avvenimenti più significativi della sua vita. Per riposarsi dalle fatiche che gli venivano dalla direzione dell’Ordine francescano, Bonaventura, poco più che quarantenne, si recò da Parigi in Italia, sul monte della Verna (in Umbria) dove, parecchi anni prima, San Francesco aveva ricevuto le stimmate (cioè i fori alle mani ed ai piedi). Proprio sul monte della Verna, San Bonaventura ebbe un’esperienza mistica analoga a quella di San Francesco: vide, durante una profonda meditazione, un serafino alato – un angelo cioè – in forma di Crocifisso. Più precisamente, il serafino aveva sei ali.

Nelle sei ali, San Bonaventura potè quasi vedere o concepire che l’anima dell’uomo ascende a Dio, percorrendo un itinerario di sei tappe o stazioni. Questo percorso parte dalla contemplazione del mondo fisico e delle creature – tanto care, ricordiamo, al Poverello d’Assisi – passa per le profondità dell’anima e s’innalza gradualmente, progressivamente, alle realtà spirituali e soprannaturali e, quindi, a Dio. Tutta questa esperienza è contenuta nell’opera già citata Itinerarium mentis in Deum (Itinerario della mente in Dio).

 

Da questa esperienza della Verna, si può trarre il tema bonaventuriano e medievale dell’homo viator. Cioè dell’uomo che intraprende l’itinerario della santità. Dicevo che San Bonaventura concepisce la volontà e la ragione come due potenze dell’anima non separabili. Possiamo anche dire, per semplificare, due facce della stessa medaglia. Questo significa pure che per conoscere Dio, all’uomo non può essere sufficiente la sola ragione. Cioè, per giungere alla conoscenza vera del mondo e di Dio, deve necessariamente concorrere anche la volontà. Bonaventura dice che la volontà umana è libera, nel senso che si esprime nel libero arbitrio, mediante il quale l’uomo sceglie liberamente se fare il bene o il male.

È chiaro, però, che solo facendo il bene, soltanto cioè se la volontà è orientata al bene, questa volontà può avere parte con la ragione al raggiungimento di una qualche conoscenza vera. Insomma – ed è questa la grande intuizione etica di San Bonaventura – la conoscenza non dipende solo da quanto sono ragionevole, ma anche dalla mia posizione morale dinnanzi a Dio.

 

 

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