San Benedetto
San Benedetto

 

 

di Massimo Lapponi

 

I

Qualche tempo fa, introducendo il sermone di San Claudio de la Colombière sulla presentazione della Santissima Vergine al tempio, facevo la seguente considerazione:

            «Come chi ha commesso un aborto può riscattarsi salvando molte altre vite umane, così chi ha sciupato la propria vita può riscattarsi insegnando a molti giovani a non fare lo stesso errore».

            Questa osservazione merita un approfondimento, per capire il quale conviene rileggere l’eccezionale sermone di San Claudio – vedi qui.

            Giustamente il santo gesuita osserva che per servire bene Dio è necessario incominciare a farlo fin dalla più tenera età, seguendo l’esempio della Beata Vergine, la quale, secondo la tradizione, ancora bambina fu collocata dai suoi genitori tra le vergini tessitrici consacrate a Dio nel tempio di Gerusalemme.

            La convenienza, o piuttosto il dovere, di incominciare per tempo a servire Dio si giustifica dal fatto che proprio negli anni dell’infanzia, dell’adolescenza e della giovinezza noi poniamo le fondamenta di tutta la nostra vita, e se queste fondamenta non sono poste seguendo le vie più giuste del bene e della virtù, ma al contrario sono dominate dal disordine, dall’irregolarità, dal capriccio, dal vizio e dal peccato, tutta la nostra vita ne risentirà in modo negativo. Per questo uno dei più grandi errori, purtroppo molto diffuso già al tempo di San Claudio, e tanto più ora, è quello di considerare gli anni della giovinezza come per natura destinati alla spensieratezza e al divertimento sconsiderato. “Se non ci divertiamo ora, che siamo giovani” si dice, “quando ci divertiremo? Gli affanni della vita verranno anche troppo presto”. Questo falso principio è stato enormemente gonfiato negli ultimi decenni. Ricordo che non molti anni fa una banca promuoveva l’apertura di un conto “a favore” – si fa per dire! – degli adolescenti con lo slogan: «I giovani possono permettersi tutto». Non è forse un caso che il punto di arrivo di queste belle dichiarazioni sia stato invece la costrizione più intollerante della gioventù entro parametri rigorosissimi, con le conseguenze più deleterie.

            A questa mentalità, che considera la giovinezza il periodo della spensieratezza irresponsabile, giustamente San Claudio oppone il fatto indiscutibile che sciupando gli anni migliori, si condiziona negativamente tutto il resto della propria vita. Dal punto di vista della fede, rimandare a più tardi la conversione a Dio e a una vita regolata e virtuosa, significa mettersi nella condizione di riservare a Dio e al bene soltanto le briciole della propria esistenza, e anche in modo molto imperfetto e problematico. Ma questo ragionamento potrebbe valere anche da un punto di vista semplicemente umano. Se sciupo il tempo e le forze migliori della mia vita senza costruire nulla di valido, ma al contrario acquisendo mille difetti e macchiando la mia coscienza di azioni di cui poi dovrò vergognarmi, quanti rimpianti e rimorsi avrò poi, non solo per aver commesso un’infinità di errori, ma ancor più per aver sprecato occasioni che non torneranno più di dare alla mia vita un senso e un valore di utilità e di bene per me e per gli altri.

            Credo che la stragrande maggioranza di noi debba riconoscersi, in misura più o meno grande, nel ritratto dell’uomo pieno di rimorsi fatto da San Claudio nel suo sermone. Quanti errori fatti fin dai più teneri anni! Quante occasioni mancate, tempo sciupato, persone danneggiate in modo umanamente irreparabile dal nostro comportamento irresponsabile!

            Allora dovremmo chiederci: perché nessuno ci è stato vicino e ci ha aperto gli occhi su ciò vi era in gioco? Perché, al contrario, tutti o quasi ci hanno sorriso con finta indulgenza esortandoci a continuare senza pensieri sulla nostra strada irresponsabile? O forse, se qualcuno ha provato a darci dei consigli, abbiamo alzato le spalle con sufficienza, credendo di saperne più di lui – proprio noi, che della vita non sapevamo niente!

«Credete a chi ne ha fatto esperimento!» scrive l’Ariosto, e questo verso cade come un fulmine rivelatore sulla coscienza di chi si risveglia dal suo sonno di incoscienza e si rende conto che egli non era il primo uomo sulla terra e che, al contrario, tutti gli errori da lui commessi erano stati già fatti da altri, i quali, se egli li avesse ascoltati, lo avrebbero messo in guardia perché non li ripetesse con le stesse tristi conseguenze.

Se ci guardiamo indietro e vediamo con sgomento il terreno della nostra vita ingombro di squallide macerie, viene spontaneo chiederci: cosa possiamo fare? Come possiamo rimediare? Non solo abbiamo danneggiato noi stessi, ma anche moltissimi altri, e il più delle volte senza avere la possibilità di rimediare. Cosa può dare un qualche sollievo alla nostra coscienza?

Purtroppo il sermone di San Claudio, per quanto sia prezioso per mettere in chiaro il problema, questo non lo dice.

Ma una risposta molto costruttiva ci può venire proprio da quanto abbiamo poco prima osservato. “Perché nessuno ci è stato vicino e ci ha aperto gli occhi su ciò che era in gioco?” ci siamo chiesti. Ora è vero che troppo spesso i giovani non sono disposti ad ascoltare i consigli degli anziani – che anzi disprezzano come “matusa” – ma è anche vero che ben pochi anziani sono modelli di virtù e si prendono la briga di interessarsi che i giovani abbiano una guida sicura.

Chiediamoci, dunque: non è forse vero che proprio le tristi esperienze che abbiamo fatto, se vogliamo, ci mettono in grado di conoscere a fondo la vita, in una misura che non è direttamente accessibile ai giovani, per mancanza di esperienza? E non potremmo, dunque, adoperarci per il loro bene, stando loro vicino quando più ne hanno bisogno?

Nei bei tempi in cui si studiava seriamente la filosofia morale, si insegnava che la virtù più difficile da praticare, quella contro la quale più spesso si pecca, è la virtù della prudenza – la phronesis di Aristotele. Non bisogna prendere questa parola nel suo senso usuale, bensì nel senso proprio della filosofia morale. Essa indica la capacità di valutare, nelle circostanze concrete della vita di tutti i giorni, il giusto modo di mettere in pratica le altre virtù, in particolare le virtù cardinali, cioè la giustizia, la fortezza e la temperanza. Avere la buona disposizione di queste virtù non basta. Bisogna sapere in che modo, nelle circostanze concrete della vita, esse vanno esercitate. In una determinata situazione conviene parlare o tacere? Agire subito o aspettare? Affrontare una persona a viso aperto o pazientare? In quale misura conviene permettersi un godimento lecito, in quale misura rinunciare ad esso?

La morale della situazione dice che non è possibile stabilire regole, perché ogni circostanza è se stessa e nient’altro. Al contrario, la filosofia morale classica insegnava che le situazioni hanno moltissime somiglianze tra loro, a un livello più profondo, e queste somiglianze riflettono una sorta di universalità, accessibile, in modi diversi, all’artista – che sa rappresentare al vivo gli archetipi incarnati del comportamento umano – e all’uomo che, attraverso l’esperienza di una lunga vita vissuta con coscienza e riflessione, ha acquisito la virtù della prudenza.

Questa virtù è necessaria per dirigere bene le proprie azioni. Nella morale, infatti, non basta la scienza – che si occupa dei principi universali immutabili – ma è necessaria anche la prudenza, cioè, come si è detto, la capacità di applicare i principi alle circostanze concrete. Ora, se la prudenza si acquista soltanto attraverso l’esperienza, ovviamente essa non è, in via ordinaria, facilmente accessibile ai giovani. Essi possono avere grandi doti intellettuali e acquisire precocemente anche molte scienze. Ma lo stesso discorso non vale per la prudenza. Per acquisire questa virtù, come si è detto, la via più diretta è l’esperienza che si ha con una lunga vita. Può esserci il caso di un giovane illuminato da una grazia soprannaturale, che gli infonde una prudenza acquisita per dono divino. Ma questo non è un caso normale. Può esserci anche il caso di una buona disposizione precoce, facilitata ad esempio dalla frequentazione di grandi opere d’arte, o dal docile ascolto di anziani saggi e virtuosi. Effettivamente questa è la via più giusta per un giovane per acquisire presto, anche se in modo indiretto e imperfetto, la virtù della prudenza. Purtroppo sono pochi i giovani che la seguono. Ma ciò è soltanto per colpa loro, o non anche e soprattutto per la mancanza di guide e maestri veramente affidabili e disponibili?

Ed ecco che ci si prospetta una via che potrebbe offrirci il modo di rimediare, in qualche modo, agli errori commessi e di pacificare, in una certa misura, la nostra coscienza: diventare guide sicure e affidabili per una gioventù smarrita – un ruolo che quasi nessuno attualmente esercita in modo adeguato – ed ottenere, in tal modo, che molti giovani non commettano gli stessi errori che abbiamo commesso noi e abbiano, così, una vita costruttiva e senza rimorsi, per il bene proprio ed altrui.    

II

            È opportuno. a questo punto, far riferimento ad un’esperienza personale. Ho conosciuto la Regola di San Benedetto poco prima dei vent’anni, ma soltanto dopo avere cercato di metterla in pratica per circa quarant’anni ne ho capito tutto il valore. Questo farà sorridere e sembrerà strano, ma non lo è, se si pensa che tutta la nostra educazione era orientata in modo da impedirci di comprenderla. Un pregiudizio diffuso da tempi immemorabili, e probabilmente ancora presente, in tutte le classi della nostra società, considerava quale supremo, sacro e in qualche modo unico vero dovere della gioventù una sola cosa: lo studio. L’importante, agli occhi di genitori ed educatori, era che i giovani avessero successo nello studio. Tutto il resto passava in secondo piano.

A chi leggesse la vita e la Regola di San Benedetto senza pregiudizi questa mentalità apparirebbe empia e fuorviante. Ma sembra che per troppo tempo l’esperienza e l’insegnamento del santo di Norcia siano stati irrimediabilmente filtrati attraverso il pregiudizio della sacralità suprema dello studio, anche nello stesso ambiente monastico. Il risultato è stato che della Regola di San Benedetto si sono generalmente apprezzati soltanto gli aspetti ascetici e spirituali relativi alla vita di preghiera e alla perfezione spirituale, mentre tutta la regolamentazione quotidiana della vita comune nell’ambito del monastero è stata vista come un’appendice in qualche modo secondaria e puramente pratica, una sorta di necessaria cornice esteriore, del resto soggetta a revisione per il mutare dei tempi, più o meno utile per collocare al suo interno la vita spirituale dei monaci, e in particolare dei monaci sacerdoti, chiamati, come tali, a sviluppare nello studio le proprie doti intellettuali.

Si può comprendere che per chi fin dall’infanzia era stato ossessionato con l’autoritaria ingiunzione, infinitamente ripetuta: “tu devi studiare!” non è stato facile liberarsi da questa mentalità pregiudiziale e scoprire che la Regola di San Benedetto, scritta da uno che era fuggito dalla scuola del mondo dopo appena averci messo il piede, parlava tutt’altro linguaggio.

In realtà il valore della Regola di San Benedetto risiede certamente nei principi ascetici e spirituali cha la caratterizzano, ma propriamente in quanto essi sono incarnati nella sapiente regolamentazione della vita comune di tutti i giorni, volta a costruire, con la generosa collaborazione di tutti i fratelli, la casa di Dio. In questa prospettiva appare chiaro che la gerarchia dei valori propria della scuola del mondo, che pone il successo nello studio al di sopra di tutto, è rovesciata. Ciò che conta non è lo sviluppo delle doti intellettuali, né per se stesse e neanche per una pura teoresi spirituale o teologica, bensì la santità della vita quotidiana dei singoli e della comunità, la quale richiede da parte di ognuno il mutuo servizio, esercitato tanto nell’impegno comune nella preghiera, nella vita spirituale e in ciò che ad essa si riferisce, quanto nel più umile lavoro di mantenimento e di amministrazione della casa. È ovvio che in questo impegno rientra anche lo studio, di cui non si intende affatto disconoscere il valore, ma soltanto quando esso sia ricollocato, secondo una sapiente gerarchia, nell’ordinamento generale della vita personale e condivisa.

Se, dunque, ciò che veramente conta è la dedizione di ognuno all’edificazione comune di una vita quotidiana vissuta in comune, illuminata in ogni suo aspetto, anche il più umanamente modesto e apparentemente servile e insignificante, come la cucina o la pulizia degli ambienti, dalla luce di Dio e della cristiana carità, appare evidente che la Regola di San Benedetto non si raccomanda per una dottrina ascetica considerata a parte, ma proprio per l’incarnazione di essa nella regolamentazione delle azioni di tutti i giorni e di tutte le ore dei fratelli, volte a costruire insieme la casa di Dio, dove «nessuno si turbi e si rattristi» (Regola, cap. 31), ma tutti possano aiutarsi reciprocamente a servire Dio in letizia (cf Salmo 99).

Dunque il monastero non è una cornice esteriore per collocarvi soprattutto monaci sacerdoti chiamati a sviluppare le proprie doti intellettuali, bensì la «scuola del servizio divino» (Regola, Prologo), in cui si impara ad incarnare l’impegno spirituale nelle azioni concrete di ogni giorno per vivere insieme nella carità e nella luce di Dio. Ovviamente tutto serve alla vita spirituale di ognuno, che però, come tale, si abbevera, insieme a quella di tutti i fratelli, alle stesse fonti della preghiera liturgica, sapientemente curata, della sacra Scrittura e della dottrina dei Padri, ma anche al sacrificio del servizio reciproco perché ogni cosa si faccia nel modo e nel tempo dovuto per l’utilità e il bene di ognuno.

In precedenza abbiamo parlato della virtù della prudenza, spiegando che essa consiste nella capacità di applicare i principi della vita morale alle circostanze particolari della vita di tutti i giorni, le quali, per quanto infinitamente varie, hanno delle profonde somiglianze, che si svelano all’uomo di esperienza. Ora aggiungiamo che le circostanze della vita hanno quasi sempre il carattere di essere vissute insieme ad altri, specialmente a quanti condividono la nostra vita quotidiana. Infatti quasi nessuno vive da solo e la vita di tutti i giorni si svolge soprattutto nell’ambiente familiare. Dunque una forma particolarmente preziosa di prudenza è quella che sa regolare la vita quotidiana vissuta in comune nella stessa famiglia.

Ora il grande merito di San Benedetto è proprio quello di aver conseguito, dopo una lunga esperienza, forse più di ogni altro, la virtù della prudenza applicata alla vita comune di tutti i giorni. È vero, come abbiamo detto, che la vita pratica si svolge in circostanze infinitamente variabili, ma in realtà tutte le possibili diversità si possono ricondurre, agli occhi dell’uomo di esperienza, come è il caso di San Benedetto, a modelli di valore universale.

A questo proposito notiamo che il santo di Norcia non pretende di ordinare la comunità dei monaci con il solo testo della Regola. Egli infatti dice, fin dall’inizio, che i monaci devono vivere  «sotto una regola e un abate» (Regola, cap. 1). Infatti, se la Regola dà le indicazioni prudenziali fondamentali per la vita quotidiana santificata nella casa di Dio, spetta poi all’abate – che deve essere scelto «per la sua vita esemplare e per la sua sapiente dottrina» (Regola, cap. 64) – applicare le norme generali alle situazioni particolari. Ma il santo lo esorta e lo ammonisce ad operare sempre «col timor di Dio e secondo le prescrizioni della Regola». 

            Soltanto dopo aver aperto gli occhi a comprendere il vero senso della Regola di San Benedetto, cioè la sua capacità di ordinare sapientemente e santamente, con una meravigliosa prudenza soprannaturale, la vita quotidiana di quanti vivono insieme – e dunque anche la vita di una famiglia! – ho pensato con profonda tristezza: perché fin dalla nascita non sono vissuto in una famiglia illuminata dalla Regola di San Benedetto, che fosse, cioè, una vera «scuola del servizio divino»? Allora, evitando di imparare attraverso la dolorosa esperienza di tanti errori, avrei ereditato fin dall’infanzia la prudenza del santo di Norcia e avrei imparato a moderare tutti i miei pensieri, i miei sentimenti e le mie azioni nella luce evangelica dell’umiltà, della sobrietà e della carità cristiana.

            E non si dica che la tendenza spontanea dei giovani è di cercare vie opposte a quelle vissute in famiglia, perché questa è soltanto una moda probabilmente fomentata ad arte nelle più recenti generazioni, mentre in realtà, se i genitori e gli educatori sanno far apprezzare ai piccoli e ai giovani loro affidati il pregio insostituibile di ciò che trasmettono loro, la tendenza naturale è invece quella di difendere con convinzione ciò che si è ricevuto in famiglia e di cui si è gustato tutto il valore contro le negazioni e le insidie di cui la società è così generosa dispensatrice.

III

            Nella prima parte di questo articolo abbiamo sottolineato come sia importante incominciare a servire il Signore e a ben regolare le proprie azioni fin dai primi anni dell’esistenza, aggiungendo però che il più delle volte questo non avviene affatto e che perciò la maggior parte di noi si trova ad aver sciupato gli anni migliori della vita, quelli cioè che in qualche modo ne pongono le fondamenta, con negligenze, trascuratezze ed errori di ogni genere, procurandosi così incalcolabili rimorsi per le occasioni perdute e per il male fatto a se stessi e agli altri. Purtroppo alla maggior parte dei danni causati non abbiamo la possibilità di porre rimedio, e questo ci aggrava enormemente la coscienza. Ci siamo perciò chiesti: che cosa possiamo fare?

Leggiamo nella Sacra Scrittura: «La carità copre una moltitudine di peccati» (1Pt 4, 8). Dunque, se non possiamo rimediare direttamente al danno arrecato a noi stessi e agli altri con la nostra giovanile sconsideratezza, possiamo però cercare di compensarlo moltiplicando le nostre opere buone. Ma in particolare quale opera potrebbe essere più adatta a questo scopo? Per rispondere a questa domanda abbiamo sottolineato il fatto che, se la maggior parte di noi non ha saputo valorizzare i primi anni dell’esistenza nel modo giusto, ciò è stato perché nessuno ce lo ha insegnato. Infatti nella società regna dovunque l’incontrastato pregiudizio che gli anni dell’infanzia e della giovinezza bisogna goderseli senza troppi scrupoli – altrimenti quando ci si gode la vita? Se questo esiziale pregiudizio costituisce una sorta di peste bubbonica che fa strage della popolazione nei primi anni di vita, producendo poi, come effetto ineluttabile, una folla di disadattati, che disperatamente cercano, con la coscienza turbata, di rabberciare in qualche modo un’esistenza male impostata, dunque l’opera di carità più meritevole che possiamo fare per compensare i guasti causati a noi stessi e agli altri, non consisterà proprio principalmente nel darci da fare perché questa stortura della società venga il più possibile sanata? Non appare, cioè, più che giusto dare alla nostra vita lo scopo e la missione di fare in modo che il maggior numero possibile di piccoli e di giovani delle nuove generazioni, istruiti da chi ne ha fatto la triste esperienza, non ripeta errori così micidiali, ma impari fin dall’infanzia a servire generosamente il Signore e ad ordinare saggiamente la propria vita?

Nella seconda parte dell’articolo abbiamo osservato che la prudenza che dovrebbe governare le nostre azioni non è soltanto una questione individuale, perché nessuno vive da solo, e perciò la vita di ognuno è condizionata da quanti convivono con lui, specialmente dai suoi familiari. Dunque la giusta regolamentazione dell’esistenza, e tanto più nei suoi primi anni, non può avvenire se non attraverso il saggio ordinamento della vita familiare. Non c’è dubbio, infatti, che è proprio la qualità della vita familiare a determinare il carattere della nostra infanzia e della nostra adolescenza.

Ma sappiamo fin troppo bene che, se la vita familiare è stata spesso manchevole, mai forse essa lo è stata come ai nostri giorni, quando, per motivi economici e forse ancor più ideologici, la cura della casa è trascurata troppo spesso da ambedue i genitori. In questa triste situazione abbiamo trovato però un grande maestro: San Benedetto. Egli infatti nella sua Regola ha riversato tutta la sua preziosa esperienza, volta a regolamentare saggiamente e santamente la vita quotidiana di quanti vivono insieme nella stessa casa. Superando, dunque, anche il pregiudizio, oggi enormemente diffuso, secondo il quale occuparsi della propria casa sarebbe un impegno degradante e indegno di una persona qualificata, non dovremmo invece dedicarci con l’entusiasmo di chi sa di dover purificare la propria coscienza dalla opere morte con la più grande carità, non solo ad allevare i nostri piccoli alla luce della Regola di San Benedetto, ma anche a diffondere lo stesso progetto in tutta la società al più largo raggio possibile?

Come abbiamo già precedentemente osservato, in questo impegno dobbiamo combattere anche un terzo pregiudizio esiziale: quello che considera supremo dovere della gioventù il successo scolastico, come se la formazione conferita dallo studio teorico – ammesso che esso sia bene impostato – fosse il sostanziale fondamento su cui costruire la propria vita. Ma San Benedetto, che fuggì dalla scuola del mondo per crearne una alternativa, ci insegna che, per quanto lo studio, se ricondotto nei suoi giusti parametri, abbia la sua importante funzione, il vero fondamento di un’esistenza sana consiste nel retto ordinamento delle nostre azioni quotidiane, nella condivisione, nell’ambito della nostra famiglia o comunità, di sante e sagge regole di vita.

            Ma come possiamo realizzare questo così attraente progetto, prima nella nostra stessa casa e poi al più largo raggio possibile? Forse ciò che ci potrà maggiormente illuminare è la considerazione delle manchevolezze che generalmente si osservano nel comune andazzo delle nostre famiglie.           

IV

            Molti decenni fa – come può testimoniare chi, come me, ha superato i sessant’anni – l’educazione religiosa era più solida di oggi ed era fatta con maggiore convinzione e serietà. E tuttavia anche allora vi erano delle gravi mancanze. La principale, forse, era che gli insegnamenti di vita cristiana erano trasmessi in forme per lo più generiche e influivano in maniera troppo scarsa nella vita quotidiana e nella crescita dei piccoli e dei giovani. Probabilmente soltanto la preziosa esperienza dello scautismo costituiva, almeno per una parte della gioventù, un’occasione di maggiore coinvolgimento nella pratica della vita morale e cristiana, ma essa si svolgeva in un ambiente particolare, in qualche modo separato dal resto dell’esistenza. 

Per comprendere meglio questo punto conviene fare alcuni esempi. 

            Dato che, come abbiamo visto, la scuola e lo studio erano sentiti da genitori ed educatori come una sorta di sacro dovere, da anteporre a tutto, la mattina ci si obbligava ad alzarci per tempo per essere puntuali alle lezioni scolastiche. Ma questa esigenza non era più sentita nei giorni di vacanza, nei quali ci si lasciava tranquillamente poltrire anche fino ad ore piuttosto tarde. Quanto ciò fosse diseducativo si può facilmente immaginare, se ci si presta attenzione, anche perché l’alzata mattutina era messa in relazione con l’odioso obbligo scolastico.

            Un altro aspetto negativo era la diffusissima pratica della “menzogna autodifensiva”, che il Förster, già più di un secolo fa, metteva in relazione soprattutto con la necessità di proteggersi dalle punizioni scolastiche – ed egli sottolineava l’influenza nefasta di questo costume e di una scuola che lo favoriva – ma che in realtà si manifestava in moltissime altre occasioni della vita familiare, e non solo, senza che ne sentissimo alcuno scrupolo.

             Si potrebbero ricordare moltissimi episodi – come il gettarsi con avidità sulle “pizzette” offerte in una festa tra amici, accumulandole e sottraendole agli altri invitati senza nessun problema di coscienza – che dimostrano come la formazione morale e religiosa fosse in gran parte astratta e priva di concreta applicazione nel nostro comportamento quotidiano durante gli anni di crescita e di formazione.

            Un episodio personale, poco edificante, può servire a mostrare la dinamica delle profonde storture derivanti dalla trascuratezza nell’applicare gli insegnamenti morali alla pratica di tutti i giorni.

Verso i tredici anni sviluppai una grande passione per la musica, la quale ebbe l’effetto benefico di risvegliare in me l’interesse per l’applicazione allo studio, inizialmente in questa materia e in seguito anche nelle altre. Ma c’era sempre il pregiudizio che lo studio fosse un valore a sé, e quindi anche la passione per la musica, sebbene sentita come qualche cosa di altamente spirituale, restava un fatto del tutto avulso dalle esigenze morali della vita quotidiana. 

            Quando ero sui sedici o diciassette anni, avvenne che, avendo programmato di ascoltare per radio un’opera lirica che mi appassionava, dato l’orario in cui essa veniva trasmessa, mi vidi costretto ad anticipare il pranzo sull’ora consueta. Perciò andai in cucina e mi servii con la prima pietanza che trovai pronta. Ma quando mia madre rientrò in casa, si inquietò molto, perché quella pietanza era stata preparata per la sera. Reagii in modo molto violento, sembrandomi che le esigenze della musica passassero al di sopra di ogni insignificante disposizione pratica familiare.

Questo deplorevole episodio – ed è uno fra mille – fa toccare con mano quanto la nostra formazione, centrata sul primato dello studio teorico, fosse manchevole. Dovrebbe essere evidente che la più sostanziale esigenza da far nascere nella coscienza dei piccoli non è il culto per il successo scolastico o la passione per qualche arte o attività, se pure in se stessa buona e formativa, ma la pratica della giustizia, del rispetto, della carità e del servizio umile e fattivo, per prima cosa verso quanti vivono con noi, e tanto più verso i genitori, nella vita di tutti i giorni.

In una pagina molto illuminante il Förster propone l’esempio di un uomo di alta cultura, il quale invita i suoi amici ad ascoltare la poesia religiosa da lui composta. Ma, mentre sta per declamare i suoi versi davanti agli amici, convenuti per ascoltarlo, si sente bussare alla porta e timidamente si affaccia la figlia piccola della lavandaia, mandata dalla madre a chiedere se la biancheria lavata e stirata può essere consegnata la mattina del giorno seguente. L’uomo, interrotto mentre già pregustava il piacere di comunicare al suo pubblico i suoi ispirati versi religiosi, va su tutte le furie e tratta in malo modo la piccola, che fugge via mortificata e spaventata.

La lezione di questa pagina è ovvia, ed è fondamentale per il nostro argomento. È certamente un privilegio prezioso essere stati avviati ad apprezzare, negli anni di formazione, la bella musica e la bella letteratura – opportunità che è stata per lo più negata alle più recenti generazioni, con gravissimo loro danno – ma il relativo vantaggio è stato troppo spesso vanificato dalla mancata correlazione tra una cultura coltivata in modo astratto e teorico e le esigenze spirituali e morali di cui si sostanziano tutte le nostre azioni quotidiane.

La lezione di San Benedetto è proprio questa: non negare la vita dello spirito, anche nelle sue espressioni di pensiero e di arte – e non è la liturgia che ritma tutta la giornata del monastero uno scrigno prezioso di teologia e di poesia? – ma ricondurla primariamente alla pratica, condivisa da quanti vivono insieme sotto lo stesso tetto, dell’umile, amorevole e fattivo servizio reciproco nelle azioni di tutti i giorni.

Abbiamo tenuto a precisare che la pratica del servizio reciproco deve essere «condivisa da quanti vivono insieme sotto lo stesso tetto» al fine di sottolineare che, per poter realizzare efficacemente questa “incarnazione dello spirito”, non basta la conversione individuale, ma è necessario – tanto più per poter conferire efficacemente una benefica educazione ai piccoli e ai giovani – che quanti convivono nella stessa famiglia o comunità accolgano con la piena adesione del cuore una sapiente regolamentazione di tutte le attività che si svolgono quotidianamente nella dimora comune. E questa regolamentazione ci viene offerta in modo mirabile ed eminente dalla Regola di San Benedetto.   

V

            Quanto abbiamo riferito dimostra che la crisi educativa che investe tanto la vita familiare quanto la formazione scolastica non risale soltanto ai recenti mutamenti di costume e di gestione dell’istruzione pubblica. Questi ultimi l’hanno certamente aggravata, ma essa era già sostanzialmente presente nei decenni precedenti. Ai non lievi inconvenienti segnalati si sono poi aggiunti l’intrusione incontrollata e priva di ogni saggia regolamentazione, nelle dimore familiari, prima della televisione, poi dei più moderni mezzi elettronici, e il generale degrado culturale e morale nella società e nella scuola. Se, infatti, anche le migliori ispirazioni della religione, della morale, del pensiero e dell’arte risultavano in larga misura ininfluenti nella formazione della gioventù, a causa delle disfunzioni che abbiamo denunciato, cosa doveva succedere una volta che le stesse fossero state oscurate da stimoli sensibili sempre più forti e invadenti e sostituite da ispirazioni di tutt’altra tendenza?

            La considerazione addizionata dei fattori critici già operanti nelle precedenti generazioni e delle più recenti problematiche permette una visione non unilaterale delle ineludibili sfide poste di fronte a tutti noi dall’inquietante situazione attuale dell’infanzia e della gioventù.

            Vedremo ora come dall’antica Regola di San Benedetto, riletta con occhi nuovi, possa scaturire una risposta fattiva ai problemi educativi, culturali e morali che questa situazione ha generato.

            Teniamo presente che San Benedetto volta le spalle alla società della fine del V e dell’inizio del VI secolo, sconvolta dal crollo delle antiche istituzioni civili, e in particolare alla scuola e alla gioventù che da quella scuola e da quella società era, anziché che formata, malformata. A quella società e a quella scuola egli contrappone una società e una scuola alternative: la «domus Dei» e la «dominici schola servitii», la «casa di Dio» e la «scuola del servizio divino». Il carattere palesemente religioso di questa alternativa non deve oscurare il fatto che essa riprende due tratti importanti della società romana: la «domus» e la «schola», e, se pure conferisce ad esse una forma nuova, ne eredita la missione educativa. Se una società e una scuola in disfacimento non sono più in grado di allevare una gioventù sana, San Benedetto offre, in alternativa, un’istituzione capace di avviare i giovani ad una vita santa e virtuosa.

            Ma, si dirà, San Benedetto crea la sua istituzione soltanto per un ristretto numero di persone, che per di più hanno rinunciato ai beni primari della società umana, quali sono l’amore coniugale, il possesso dei beni terreni e la libera iniziativa, attraverso i voti di castità, povertà e obbedienza.

Questo è senz’altro vero, ma è anche vero che, se la critica di San Benedetto alla scuola e alla società è sostanzialmente fondata, l’alternativa da lui proposta, quali che fossero le sue apparenti limitazioni, ha un valore universale. Quanto ai tre voti della vita religiosa, essi più che una rinuncia costituiscono una purificazione dei più grandi doni dell’uomo, i quali, come l’esperienza insegna, non purificati, divengono le sue più grandi e devastanti tentazioni all’abuso – tanto che, paradossalmente rispetto ai parametri della società, soprattutto di quella dei nostri giorni, ma con piena verità, si potrebbe affermare che la preparazione migliore della gioventù alla vita familiare e sociale adulta sarebbe l’osservanza, negli anni della formazione, dei tre voti religiosi.  

            Si potrebbe obiettare: il monastero appare effettivamente come l’erede della “domus romana”, trasformatasi nella “domus Dei”, ma non sembra corrispondere all’idea di una scuola. Eppure San Benedetto dice esplicitamente, nel prologo alla sua Regola: «Bisogna dunque istituire una scuola del servizio divino». In realtà, come abbiamo in precedenza mostrato, nell’intenzione del santo l’obiettivo sostanziale da perseguire è che lo spirito si incarni, fino a trasfigurarle, nelle azioni di tutti i giorni. Nella sua scuola, dunque, il banco di prova non consiste nei compiti in classe o a casa, né negli esami orali o scritti, bensì nel servizio coordinato di ognuno, nell’umiltà e nella carità fattiva, perché tutto si compia nei modi e nei tempi più opportuni, «e nella casa di Dio nessuno si turbi e si rattristi» (Regola, cap. 31). Ideale immensamente seducente per ogni famiglia o comunità! Ma se esso è così efficacemente riassunto da queste poche parole, la sua realizzazione richiede la sincera e cordiale autodonazione, senza riserve, di tutti i familiari o confratelli.

            Se, come abbiamo detto parafrasando il testo della Regola, tutto deve compiersi nei modi e nei tempi più opportuni e se ciò esige l’impegno totale di ognuno, è chiaro che questo obiettivo non si raggiungerà in un attimo, né senza un grande lavoro di ciascuno su se stesso, con la collaborazione di tutta la famiglia o comunità. Ed ecco, dunque, riapparire i lineamenti di una scuola, se pure di una scuola dai caratteri suoi propri, molto diversi da quelli delle comuni scuole del mondo.

            È bene qui ricordare che, secondo una norma tradizionale, durante il noviziato di iniziazione alla vita religiosa, sono esclusi tutti gli studi umanistici e scientifici. Se c’è un momento formativo, e quindi paragonabile alla scuola, nella vita religiosa, questo è senz’altro il noviziato. Eppure proprio in esso non vi è posto per ciò che generalmente viene chiamato “studio”. Ciò si giustifica pienamente, se pensiamo che il primo obiettivo da raggiungere non è l’istruzione intellettuale, bensì la riforma profonda della vita, perché essa si avvicini il più possibile al modello di Colui «che non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti» (Mt 20, 28). Questa norma della vita religiosa dovrebbe essere presa in seria considerazione da ogni scuola, anche se di ispirazione laica. Infatti ogni scuola degna di questo nome dovrebbe anteporre la riforma di tutta la vita all’erudizione intellettuale. Quest’ultima ha certamente un’importanza sostanziale, ma deve essere subordinata alla prima, e non viceversa.

            Vedremo come nel programma esaltante di costruire insieme la casa di Dio, nella quale nessuno si turbi e si rattristi, la formazione intellettuale avrà il suo posto onorevole. Ma anch’essa, anziché costituire il valore supremo, dovrà servire allo scopo primario di ordinare sapientemente e santamente la vita quotidiana di quanti vivono sotto lo stesso tetto.

VI

            Il testo della Regola che abbiamo parafrasato così recita alla lettera nell’originale latino:

« Horis competentibus dentur quae danda sunt et petantur quae petenda sunt,

ut nemo perturbetur neque contristetur in domo Dei».

            Possiamo tradurlo:

            «Nei tempi dovuti si dia ciò che si deve dare e si chieda ciò che si deve chiedere, perché nessuno si turbi o si rattristi nella casa di Dio».

            Questa raccomandazione è rivolta al cellerario, cioè all’economo della comunità, che è invitato a rispettare i tempi opportuni per provvedere a tutte le necessità dei fratelli, le quali, a loro volta, devono essere fatte presenti nelle momenti più appropriati. Ma è evidente che questa cura di osservare i tempi dovuti si deve estendere ad ogni aspetto della vita del monastero, se effettivamente si vuole che tutto si svolga nella pace e serenità degli animi, come conviene a quella che è chiamata la «casa di Dio».

            Dunque uno dei capisaldi della Regola che dovrebbe essere osservato da ogni famiglia e comunità che voglia “convertirsi” ad una vita migliore è il rispetto, da parte di ognuno, dei tempi di tutto ciò che si compie nella casa. È anche chiaro che, per conseguire lo scopo a cui si mira, l’osservanza dei tempi deve coniugarsi con una saggia distribuzione delle varie attività della famiglia o comunità e dei suoi membri nelle ore della giornata.

            Oltre a questo, San Benedetto esige anche che tutto venga eseguito nel modo migliore, sia come impegno pratico, sia soprattutto come disposizioni interiori. Così, per quanto riguarda la cura della liturgia o di altri altre attività analoghe, San Benedetto scrive: «I monaci non devono leggere e cantare tutti secondo l’ordine di anzianità, ma questo incarico va affidato solo a coloro che sono in grado di edificare i propri ascoltatori» (Regola, cap. 38). Ma alla perizia nell’una o nell’altra attività San Benedetto antepone la giusta disposizione di spirito, senza la quale sia la vita intima del fratello, sia la l’armonia e la pace della comunità verranno necessariamente turbate. Così a proposito dei monaci capaci di esercitare arti o mestieri, egli scrive: «Se in monastero ci sono dei fratelli esperti in un’arte o in un mestiere, li esercitino con la massima umiltà, purché l’abate lo permetta. Ma se qualcuno di loro monta in superbia, perché gli sembra di portare qualche utile al monastero, sia tolto dal suo lavoro e non gli sia più concesso di occuparsene, a meno che rientri in se stesso, umiliandosi, e l’abate non glielo permetta di nuovo» (Regola, cap. 57).

Se dunque sommiamo le tre esigenze che abbiamo richiamato: scelta di ciò che va fatto nei diversi momenti della giornata in base ad una doverosa scala di precedenze, rispetto da parte di tutti dei tempi opportunamente stabiliti ed esecuzione fatta esteriormente con impegno ed interiormente con le giuste disposizioni d’animo, possiamo dire che la parafrasi da noi fatta del testo sopra citato della Regola corrisponde pienamente al pensiero di San Benedetto, e in un certo senso riassume tutto il spirito della sua Regola:

«Tutto si faccia nei modi e nei tempi dovuti perché nella casa di Dio nessuno si turbi e si rattristi».

In questa saggia disposizione le prime cose da stabilire, seguendo l’insegnamento della Regola, sono, per tutta la famiglia o comunità, il tempo dell’alzata mattutina e la scelta della prima azione da compiere per dare alla giornata il suo inizio e la sua impronta. Nella visione di San Benedetto, perché la giornata possa incominciare nel modo migliore, i suoi primi momenti devono essere dedicati alla cosa più preziosa e più importante: la preghiera.

Se questa norma fosse applicata in una famiglia, il suo primo effetto benefico sarebbe di impedire che nei piccoli si sviluppi il vizio della poltroneria, che, come sappiamo per esperienza, viene facilmente tollerato e anche favorito, quando non ci sia a contrastarlo l’obbligo scolastico. Tra i vari vizi che inquinano la vita umana fin dai suoi primi anni, questo non è certamente il meno esiziale.

Ma oltre a questo vantaggio, incomparabili benefici deriverebbero ai membri della famiglia dall’abitudine di alzarsi tutti per tempo alla stessa ora per essere pronti a dedicare insieme i primi momenti della giornata alla preghiera.

Avendo prima segnalato l’importanza del rispetto dei tempi stabiliti, notiamo ora che la norma di rinunciare ai propri personali gusti e interessi per rendersi disponibili al bene comune e al bene degli altri è uno dei tratti fondamentali della Regola, ed esso viene richiamato da San Benedetto non solo in occasione della preghiera mattutina, ma anche in occasione di altri momenti di preghiera o di altri doverosi impegni. In riferimento a questo obbligo, egli ammonisce: «Appena si sente il segnale, lasciato tutto quello che si ha tra le mani, si accorra con la massima sollecitudine» (Regola, cap. 43).

Notiamo che la malsana abitudine di concentrarsi soltanto sui propri comodi o interessi, e per conseguenza di rendersi disponibili soltanto di malavoglia e sbuffando per l’impazienza ai propri doveri meno graditi e agli impegni richiesti dal bene degli altri e dal bene comune, è un vizio che si radica molto facilmente fin dall’infanzia e che sarebbe opportunamente corretto con la cura della puntualità alle incombenze più gravose e agli atti comuni, a cominciare dalla preghiera mattutina.

Un altro vantaggio da segnalare deriva dall’esigenza espressa da San Benedetto che ogni cosa si faccia con ordine e decoro e nel modo migliore. Ciò che San Benedetto dice della lettura durante i pasti vale certamente anche per la preghiera, e per ogni cosa si faccia in comunità: «Non è permesso di leggere a chiunque abbia preso a caso un libro qualsiasi, ma bisogna che ci sia un monaco incaricato della lettura, che inizi il suo compito alla domenica» (Regola, cap. 38). Analogamente la preghiera comune, come qualsiasi altra attività, deve essere ben preparata e bene eseguita, per l’edificazione di tutti.

Ciò richiede che si scelgano con discernimento i testi da usare per la preghiera, che se ne mediti il contenuto, che la recitazione o la lettura venga fatta con la dovuta espressione, che sia curato il canto sacro, che si procurino o si confezionino bei libri liturgici miniati e convenientemente illustrati, che si prepari e si adorni un luogo di preghiera dignitoso e ricco di immagini, di suppellettili e di segni che favoriscano lo spirito di orazione.

Mamma mia quante cose! Ma se mancano, la preghiera familiare non risulterà squallida e noiosa, e perciò di scarso effetto sugli animi? Dunque come potrà la giornata incominciare con l’ispirazione divina che dovrebbe accompagnarla fino alla sera, quando la famiglia si riunirà per un altro momento di preghiera comune?

Ovviamente per realizzare tutto questo non basta limitarsi alle poche orazioni che più o meno tutti sanno a memoria e che troppo spesso si recitano meccanicamente e senza vera partecipazione interiore. Al contrario, bisogna che tutti si dedichino alla preparazione e all’esecuzione della preghiera comune con grande impegno e impiegando a tal fine tutte le proprie doti, intellettuali e pratiche.

VII

            L’esempio della preghiera ci aiuta a capire anche tutti gli altri aspetti della vita quotidiana che si vive insieme. Infatti quella convergenza del contributo di ognuno – dall’umile fatica per pulire e ordinare il luogo della preghiera, al lavoro artistico per abbellire l’ambiente, alla cura dell’espressione vocale e del canto, alla meditazione del senso profondo dei testi sacri – che abbiamo visto essere necessaria per realizzare una preghiera realmente coinvolgente, deve essere presente in tutte le attività che si svolgono nella casa di Dio per il bene di ciascuno e di tutti. È totalmente artificiosa la netta separazione dei lavori “puramente materiali” – cioè delle più umili incombenze domestiche, riservate alla servitù, o più spesso alla mammina di casa, con poca o nessuna gratitudine, trattandosi appunto di lavori “inferiori” – dalle cosiddette occupazioni “liberali”, quali lo studio e i “lavori di concetto”. Come nella preghiera la più alta esperienza spirituale non potrebbe realizzarsi senza il concorso non solo dell’arte e della musica, ma anche della nettezza e dell’ordine dell’ambiente, ovvero, secondo una visione più profonda, senza lo spirito di servizio vissuto da ognuno per il bene di tutti, così perché la vita della famiglia o della comunità sia illuminata dall’amore reciproco e dallo spirito di Cristo, le più alte doti intellettuali e la più umile disponibilità all’autodonazione nei lavori più ingrati devono inscindibilmente collaborare perché tutti sentano intimamente che stanno costruendo insieme «la casa di Dio e la porta del cielo» (Gn 28, 17).

            San Benedetto raccomanda che l’abate, oltre a dare esempio di vita virtuosa, deve avere una solida dottrina spirituale. Egli inoltre dà indicazioni tutt’altro che ristrette sulle letture spirituali che devono nutrire gli animi dei discepoli, tanto che si potrebbe affermare che, per i suoi tempi, la sua biblioteca appare notevolmente ricca. E che egli non desse poca importanza alla meditazione e allo studio lo dimostra la preoccupazione che le letture siano ben scelte, tra le opere dei padri della Chiesa di retta fede e di fama consolidata.

            Ma nello stesso tempo egli esige che la dottrina spirituale che ha illuminato gli animi nella meditazione, si riversi poi nella carità attiva che deve animare tutti i fratelli per il servizio reciproco nella casa di Dio. Nessuna cultura astratta, dunque, che serva soltanto a brillare nelle aule delle scuole e delle università, o nelle conferenze e nei convegni, mentre poi si trascura la propria casa e si abbandonano i fratelli nelle loro necessità quotidiane. Al contrario, è principalmente nella vita di tutti i giorni e nella comunità o nella famiglia con cui si convive che la più alta cultura deve incarnarsi, tanto nella condivisione della preghiera e di ogni alta espressione dello spirito, quanto nel servizio che ci si deve rendere reciprocamente per ogni necessità.    

      I fratelli, scrive San Benedetto, «devono esercitarsi con la più ardente carità e cioè: si prevengano l’un l’altro nel rendersi onore; sopportino con grandissima pazienza le rispettive miserie fisiche e morali; gareggino nell’obbedirsi scambievolmente; nessuno cerchi il proprio vantaggio, ma piuttosto ciò che giudica utile per gli altri; si portino a vicenda un casto amore fraterno; temano filialmente Dio; amino il loro abate con sincera e umile carità; non antepongano assolutamente nulla a Cristo, che ci conduca tutti insieme alla vita eterna» (Regola, cap. 72).

      Vorrei qui riportare fedelmente la relazione di un incontro, avvenuto tempo fa in una parrocchia dello Sri Lanka, nel quale, con l’aiuto del parroco locale, ho cercato di spiegare alle famiglie presenti in che modo si possa concretamente realizzare questo programma di riforma della vita quotidiana familiare alla luce dell’insegnamento di San Benedetto:

      «In una stanza non molto grande vi era un buon numero di persone. Vi erano signore, signori, ragazzette, ragazzetti, piccolini, molti seduti per terra. P. Upul, che già aveva letto qualche cosa sul nostro progetto, ha parlato abbastanza a lungo su S. Benedetto e la Regola. Poi mi ha chiesto di parlare, mentre lui traduceva. Ho cercato di dire cose molto semplici e concrete. La prima cosa è che nessuno può vivere bene la propria vita cristiana se essa non è condivisa da tutta la sua famiglia. Per questo prima ancora di S. Benedetto, gli apostoli hanno dato norme per la vita comune delle comunità e delle famiglie.

      «Qui P. Upul ha fatto leggere ad alta voce, a diversi ragazzi tutti insieme, alcuni brani degli Atti degli Apostoli e delle lettere di San Paolo. Poi è sorta l`obiezione che le mamme vorrebbero che i figli vivessero in un certo modo, ma loro non obbediscono. Allora ho ribadito che la vita cristiana è una vita che si svolge in comunità, condividendo le stesse regole di comportamento, e ho dato questo suggerimento: fate una riunione con tutti i membri della famiglia, grandi e piccoli, e tutti insieme impegnatevi davanti a Dio a collaborare per fare della vostra casa una casa di Dio. Gli impegni da prendere sono molto semplici, ma efficaci.

      «Nella nostra casa la mattina tutti si alzano presto, anche nei giorni di vacanza, e, dopo le prime pulizie, ci si riunisce per la preghiera della mattina. I lavori domestici sono il banco di prova della carità e della vittoria sulla pigrizia e sull`egoismo, e per questo tutti devono farli con gioia e generosità, e non soltanto la mammina. Nella nostra casa sono proibite le parole oscene o volgari, o anche di remota origine sessuale, come anche le risposte sgarbate. Se la mamma chiede di fare un servizio, nessuno deve permettersi di rispondere: lasciami in pace che sto giocando o parlando al telefono. Nella nostra casa non sono ammessi spettacoli televisivi sconvenienti, come sono esclusi libri, riviste o giornali con immagini indecenti e contenuti riprovevoli. Al contrario, devono essere presenti spettacoli, libri e giornali con contenuti e immagini belli e formativi. Per tutto questo c’è bisogno del consiglio e dell`aiuto del parroco. Ai pasti bisogna essere tutti puntuali e dire insieme la preghiera. Ai pasti sono proibite televisione, smartphone etc. Tutti devono servire e conversare tra loro. Ho consigliato anche di seguire un uso che un tempo era comune nei monasteri. La sera, prima della preghiera, si dovrebbe fare l`esame di coscienza comune. Nessuno deve accusare gli altri ma ognuno, dai piccoli ai grandi, deve dire con sincerità e pentimento se durante il giorno non ha rispettato le regole a cui si è impegnata tutta la famiglia.

      «Quando siamo arrivati, le famiglie stavano recitando i vespri. Alla fine hanno fatto un canto, ma non vi dico come! Nel mio intervento ho anche detto che, come nella chiesa vogliamo trovare bei quadri e statue di Gesù, di Maria e dei santi, così è bene che nelle nostre case vi siano belle immagini. Nella stanza dove eravamo vi era il crocifisso con alcune immagini sacre, ma erano cose molto banali e anche sciupate. Ho detto che bisognerebbe impegnarsi a procurare cose più belle, o meglio a farle con le proprie mani. E ho suggerito che qualcuno tra i ragazzi e le ragazze presenti si prendesse l`impegno di perfezionarsi nella pittura per fare belle immagini per tutti. Abbiamo poi letto in San Paolo: cantate insieme cantici spirituali. Ma, ho detto, San Paolo non dice: cantate male! È chiaro che se un canto deve dare un`emozione buona, deve essere fatto bene. E certamente prima voi non cantavate bene! Allora perché uno dei ragazzi o ragazze qui presenti non si impegnano a imparare a cantare bene per poi insegnare agli altri? Tante cose nella scuola non si insegnano, per questo il parroco deve aiutarvi.

      «Mi ha detto poi P. Upul che i presenti hanno gradito molto l`incontro, proprio perché si sono dette cose molto pratiche con esempi concreti. Alla fine ho proposto che ne parlino tra loro e provino a mettere in pratica i suggerimenti dati e che poi possiamo incontrarci di nuovo dopo un certo tempo e vedere se si è riusciti a fare qualche cosa».

      Nell’incontro ho sottolineato il ruolo del parroco. Ma ritengo della massima importanza che le comunità benedettine o di altra osservanza, claustrali e religiose, riscoprano la loro vocazione ad una vita comune santificata e, nello stesso tempo, diano la loro insostituibile collaborazione, con l’esempio e l’insegnamento, alla rinascita della vita familiare nello spirito di San Benedetto.

VIII

            Dalle mani degli apostoli e dei loro successori viene elargito agli uomini il pane e il vino dell’eucarestia e della parola di Dio. Ma questi doni a loro volta devono essere il lievito di una vita rinnovata, e sarà la vita consacrata a dare concretezza e visibilità ad una vita familiare ravvivata dal dono del cibo celeste. Così il pane e il vino del Vangelo e del sacerdozio acquistano un nuovo luminoso rilievo tramite il pane di San Benedetto e il vino di Santa Scolastica.

Il Beato Card. Schuster parlò per primo del pane di San Benedetto, che un giorno sarebbe stato distribuito anche ai laici. E questo pane è la stessa Regola, che insegna a divenire, non sapienti e dotti predicatori, ma operai di Dio nell’ambito della vita familiare di tutti i giorni. Ma di là dal pane dell’osservanza di una regola, vi è il vino dell’amore, senza il quale la Regola diviene un corpo senz’anima. Se, dunque, le famiglie devono essere rigenerate attraverso una regola di comportamento, ancora di più devono esserlo attraverso un rinnovamento dell’amore. Proprio il miracolo di Santa Scolastica, che prevalse sulla rigorosa osservanza del fratello per giungere al cuore della vita consacrata, ci mostra come quest’ultima sia la città sul monte destinata ad illuminare tutte le famiglie umane, nel loro servizio quotidiano e nell’amore che deve fondarle e cementarle.

«Se consideriamo le disposizioni del venerabile Padre» scrive il biografo di San Benedetto, San Gregorio Magno, «egli avrebbe voluto che il cielo rimanesse sereno come quando era disceso [per poter rientrare la sera in monastero e non dover rimanere tutta la notte a colloquio con la sorella]; ma contrariamente a quanto voleva, si trova di fronte ad un miracolo, strappato all’onnipotenza divina dal cuore di una donna. E non c’è per niente da meravigliarsi che una donna, desiderosa di trattenersi più a lungo col fratello, in quella occasione abbia avuto più potere di lui perché, secondo la dottrina di Giovanni: “Dio è amore”; fu quindi giustissimo che potesse di più colei che amava di più!».

Dunque ciò che possono fare, oltre al clero, i monasteri non lo può fare nessuno. Per questo è primario interesse di tutti che queste istituzioni non solo non muoiano, ma si ravvivino, siano presenti il più possibile e si rinnovino. E qui vorrei fare una proposta concreta, dalla quale si vedrà in che modo si potrebbe realizzare l’auspicata collaborazione dei monasteri e delle comunità religiose con le famiglie e con le parrocchie.

Se la scuola di San Benedetto vuole essere utile anche per le famiglie e per i giovani, si potrebbero accogliere come ospiti per qualche giorno in un monastero maschile alcuni ragazzi e in un monastero femminile alcune ragazze, in modo che essi possano condividere la vita e la scuola del servizio divino.

Non dobbiamo dimenticare che nei tempi passati i monasteri hanno protetto e conservato le ricchezze della cultura umana. Mentre la società esterna diventava incivile, brutale e incolta, i monaci nei monasteri coltivavano le utili scienze e l’educazione e copiavano i libri preziosi della civiltà umana – in quel tempo non esisteva ancora la stampa e tutti i libri dovevano essere copiati a mano.

Oggi ci troviamo in una situazione analoga. Infatti le persone, e soprattutto i giovani, affascinati dalla modernità e dalla continua produzione di nuovi mezzi, sempre più disprezzano e ignorano le ricchezze della cultura umana del passato: istruzione, arte, poesia, musica, begli esempi di vita etc. Così essi non sanno che cosa stanno perdendo e la loro vita diviene sempre più incivile attraverso la corruzione del linguaggio, dei sentimenti e dei costumi. I monaci, e le famiglie che seguono il loro esempio, hanno anche la missione di preservare, contro l’obio e il disprezzo, le immense ricchezze della civili tradizioni umane. I monasteri, perciò, devono creare biblioteche e raccolte di opere utili – musica, arte, scienze etc. – al fine di proteggerle dalla dispersione e farle conoscere ai giovani.

Durante la loro permanenza come ospiti in monastero, dunque, i nostri giovani impareranno:

1. Ad alzarsi presto la mattina

2. Ad incominciare la giornata con la preghiera

3. A dedicarsi con pazienza insieme durante la mattina a lavori utili per la casa: pulizie, lavaggio, giardinaggio etc.

4. Ad essere gentili, rispettosi, a saper perdonare le offese, ad evitare parole volgari e scortesi

5. Ad evitare spuntini tra i pasti e a comportarsi correttamente e con sobrietà durante il pranzo e la cena, senza televisione, smartphone, lettura di giornali, ma attenti alla conversazione fraterna. I cellulari saranno ritirati agli ospiti e ridati loro soltanto per un breve tempo durante la ricreazione.

6. Ad esercitarsi e ad imparare, durante il pomeriggio, la vera sapienza spirituale cristiana, riaffermata di fronte alle sfide del nostro tempo, la corretta lettura in chiesa, il canto, tanti aspetti dell’immenso patrimonio della civiltà umana – letteratura, poesia, teatro, arte, musica, scienza etc. – ad usare correttamente, per questo scopo, i moderni mezzi elettronici.

7. A fare l’esame di coscienza all’inizio dell’ultima preghiera della giornata e a riconoscere apertamente i loro difetti nell’osservanza, durante il giorno trascorso, delle regole della vita quotidiana della comunità. Prima dell’ultima preghiera per un tempo non troppo lungo essi possono vedere qualche cosa di bello e utile alla televisione o con altri mezzi. Dopo l’ultima preghiera devono andare a riposare in silenzio.

8. Speriamo che i giovani ospiti sappiano apprezzare questo stile di vita, così diverso dal disordine della comune vita moderna, e decidano di continuare ad osservarlo, aiutandosi reciprocamente e mantenendo un contatto con il monastero, nella loro vita di tutti i giorni.

Questa esperienza costituirà anche una preparazione remota al matrimonio e alla vita familiare, a cui la maggior parte della gioventù si sente chiamata, e, nello stesso tempo, mostrando ai giovani il ruolo insostituibile della vita monastica per bene avviare o per sanare la vita delle famiglie, potrebbe attirare alcuni di essi ad abbracciarla, non solo per il proprio bene, ma anche per il bene dell’intera società.

 


 

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