Di seguito segnalo all’attenzione e alla riflessione dei lettori di questo blog l’articolo scritto da mons. Héctor Aguer, arcivescovo emerito di La Plata (Argentina) e pubblicato su Lifesitenews. Visitate il sito e valutate liberamente le varie opzioni offerte e le eventuali richieste. Ecco l’articolo nella traduzione da me curata.

 

Héctor Aguer, arcivescovo emerito di La Plata (Argentina)
Héctor Aguer, arcivescovo emerito di La Plata (Argentina)

 

La “Chiesa della propaganda” si fa sentire sull’ossessivo tema dell’inclusione.

Nel suo discorso di apertura di una sessione del Sinodo sulla sinodalità, il Sommo Pontefice ha auspicato “che, una volta effettuate le necessarie riparazioni, la Chiesa torni a essere un luogo di accoglienza per tutti, tutti, tutti”. Questa incredibile espressione è un insulto implicito al lavoro dei suoi predecessori e la squalifica della storia della katholiké, universale per sua natura.

Infatti, il mandato originario di Cristo agli apostoli era di fare di tutte le nazioni – panta ta ethnē – dei discepoli, cioè dei popoli cristiani. Questa totalità non esclude nessuno. Ciò che esclude è l’incredulità, e il mondo – il nemico – impedisce l’evangelizzazione. Ma ora Roma utilizza un criterio sociologico (o socio-psicologico), sviluppato a causa del “restringimento” del mondo, delle sue mode e dell’imposizione di “nuovi diritti”.

Ora l’argomento è l’inclusione delle persone “trans”. Chi sono i “trans”? Fondamentalmente, dico io, un omosessuale che ha cercato di cambiare il proprio sesso attraverso la chirurgia e gli ormoni – un attacco alla propria identità. Questi casi rivelano un disprezzo per la biologia come realtà che integra la personalità e, in senso teologico, una ribellione al piano di Dio che ci ha reso maschi o femmine.

Basta ricordare il passo biblico: “Dio disse: Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza. Li creò maschio e femmina” (Gen 1, 26-27). San Giovanni Paolo II ha splendidamente insegnato che l’immagine e la somiglianza divina risiedono nella diversità dei sessi e nel rimando dell’uno all’altro. Questo rimando è un valore originario: “Allora il Signore Dio disse: Non è bene che l’uomo sia solo. Gli darò un aiuto (un complemento) adatto” (Gen 2,18).

La storia prosegue: “Con la costola che aveva tolto all’uomo, il Signore Dio formò una donna e la presentò all’uomo. L’uomo esclamò: ‘Questa è osso delle mie ossa e carne della mia carne! Si chiamerà donna [ishá in ebraico – cioè femmina], perché è stata tratta dall’uomo [ish]” (Gen 2,22-23). Il rinvio reciproco fonda una realtà istituzionale. “Perciò l’uomo lascia suo padre e sua madre e si unisce a sua moglie, e i due diventano una sola carne” (Gen 2,24). La scena dell’incontro e l’esclamazione di felicità dell’uomo compaiono in rappresentazioni artistiche – ad esempio i mosaici – che servivano da catechesi per la gente semplice: l’uomo allarga le braccia in segno di accoglienza e di gioia. Questi elementi, testo e immagini, sono stati alla base della cultura cristiana.

La mania “inclusiva” è ora ispirata dal Dicastero per la Dottrina della Fede, attento alle voci del mondo, più forti di quelle della Bibbia. Una questione recente è la possibile ammissione di persone “trans” al sacramento del battesimo, che è la porta d’accesso all’essere cristiani. La soluzione deve essere teologica, e quindi vale la pena ricordare che, secondo la Tradizione, l’accesso al battesimo – non parlo dei neonati – è legato a un processo di conversione che si concretizza nella decisione di cambiare vita, di adottare la via cristiana. La grazia del sacramento richiede l’esercizio della libertà e la corona con il dono di Dio.

Penso che l’inclusione di una persona “trans” abbia le stesse esigenze di quella di un omosessuale. È vero che non può rimediare al danno che ha fatto alla sua identità biologica. Ma la sede della conversione è la volontà; potrebbe decidere di accettare lo stile di vita cristiano che, tra le virtù che lo costituiscono, include la castità. È un cambiamento fondamentale per lui non voler vivere nella pseudo-identità che ha assunto per una decisione sbagliata. Può sembrare difficile, ma è la richiesta della Verità.

Le “questioni di genere” occupano un posto di rilievo nell’attuale cultura del nostro mondo. La Chiesa deve parlare contro il suo disprezzo per la nozione metafisica di natura e ribadire una conseguenza perversa: il “cambio di sesso”. Si tratta di un preambolo all’esclusione delle persone “trans” se non vengono soddisfatte le condizioni richieste dal dono del battesimo. Questa situazione è parallela a quella delle persone omosessuali. La pressione della cultura mondana si sta imponendo, come vediamo ad esempio nelle Chiese tedesca e olandese.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica affronta sinteticamente, e in modo intellettualmente decisivo, la questione degli omosessuali nei paragrafi 2357-2359, nella sezione del sesto comandamento del Decalogo dedicata a “castità e omosessualità”. Vi si osserva che l’origine psicologica di questa depravazione rimane in gran parte inspiegabile. Allo stesso modo, diciamo che non è facile capire il processo che porta una persona a cercare di “cambiare sesso”. La testimonianza della Sacra Scrittura non lascia spazio a dubbi: non erediteranno il Regno di Dio (1 Cor 6,10). Questo passo, come 1 Tim. 1:10, si riferisce agli uomini (ársenes) che abbandonano l’ordine naturale – sono chiamati arsenokoitais, cioè uomini che hanno rapporti con altri uomini. In Rm 1,24-27 si dice che disonorano il proprio corpo. Nell’Antico Testamento spicca il giudizio contro Sodoma (Gen 19,1-29); per questo gli omosessuali sono chiamati anche “sodomiti”. È una disgrazia, certo, ma non può essere confusa con una sventura.

Il Catechismo sottolinea che queste inclinazioni sono oggettivamente disordinate; gli omosessuali sono chiamati a fare la volontà di Dio nella loro vita e devono essere trattati con compassione e sensibilità. Questa è la base della loro inclusione. Sono chiamati alla castità, a costruire la loro libertà interiore e con l’aiuto della grazia possono avvicinarsi alla perfezione cristiana. Una cosa è l’inclinazione oggettiva, un’altra è il suo esercizio. Oggi si parla di “orgoglio gay”, che è l’esercizio della perversione come ideale di vita. La propaganda pubblica è spesso schiacciante; in alcune società viene imposta allo scopo di far cambiare idea alla maggioranza della popolazione. Le persone “trans” e i “cambiamenti di sesso” stanno diventando accettati come qualcosa di normale, ed è per questo che la promozione dell'”inclusione” da parte delle autorità ecclesiastiche ha un effetto pernicioso sul clima culturale.

Nel suo insegnamento la Chiesa rivendica l’autentica umanità dell’uomo. A questo proposito possiamo citare la dichiarazione Persona Humana della Congregazione per la Dottrina della Fede (1976) e il Magistero di San Giovanni Paolo II. Ma le cose sono cambiate: quella Sacra Congregazione è stata trasformata in un Dicastero che si dedica alla promozione della cattiva teologia e si astiene dal condannare qualcuno. Rappresenta l’inclusione dell’errore, dell’ambiguità e della confusione contro la grande e unanime Tradizione ecclesiale.

In tutto il mondo si sta facendo pressione per legittimare i “nuovi diritti” nelle legislazioni nazionali. Il ruolo della Chiesa è fondamentale per costruire una resistenza a queste imposizioni che sono contrarie alla Legge e alla libertà. L’Agenda 2030 dell’ONU rappresenta il grave pericolo di una diffusione globale di una nuova immagine dell’uomo; è sciocco lasciarla passare senza critiche e, peggio ancora, adottarla (anche solo parzialmente). Questa situazione presenta inquietanti analogie con quella dei fedeli nei primi tre secoli dell’Impero romano. La testimonianza (martýria) deve affrontare il pericolo di una persecuzione spiazzante e sottile, come quella appena avvenuta nei Paesi dominati dall’impero comunista nel XX secolo.

Per certi versi quello che sta per arrivare sarà peggiore. È logico che i fedeli cattolici guardino a Roma, sperando che dalla Sede petrina arrivi la luce della Verità. Ma questa speranza sarà vana?

+ Héctor Aguer
Arcivescovo emerito di La Plata

 

 

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