Gesù guarisce il cieco nato
Gesù guarisce il cieco nato

 

Domenica XXIX del Tempo Ordinario (Anno B)

(Is 53,10-11; Sal 32; Eb 4,14-16; Mc 10,35-45)

 

 

di Alberto Strumia

 

– La prima lettura. La parola “chiave” che apre la porta per la giusta interpretazione delle letture di questa domenica, la troviamo subito, nella prima lettura. Ed è «riparazione».

Questa parola, già da sola, è sufficiente a dare il significato giusto all’altro termine che la precede, che è «sacrificio». È Dio stesso, che per bocca del profeta Isaia, parla di un «sacrificio di riparazione».

Il Messia, per essere il Salvatore dell’umanità, avrebbe avuto, non tanto un compito di liberatore politico (l’errore di ridurre il cristianesimo ad una ideologia politico-sociale è una replica di quello dei figli di Zebedeo nel Vangelo), quanto quello di liberatore dall’errore umano di avere infranto il “giusto rapporto” dell’uomo con Dio Creatore.

Il “peccato originale”, che consiste – al di là delle modalità contingenti in cui è avvenuto – in questo venir meno, per libera scelta dell’umanità intera – di questa “giustizia originale”.

Il vero Salvatore dell’uomo doveva compiere la «riparazione» di questo danno, sia nella sua causa (“colpa”) che nei suoi effetti (“pena”). Occorreva trasformare quella “colpa” in qualcosa di “sacro” (“sacrificio”) restituendo (“redimendo”) ciò che era stato tolto e rifiutato; occorreva sopportare quella “pena” perché potesse essere commutata, nell’eternità, in accesso alla partecipazione alla gloria di Dio.

Occorrerà – profetizza Isaia – un “riparatore” (“redentore”) che essendo Dio e Uomo allo stesso tempo, ristabilisca nella stessa unione delle due nature, il “raccordo originale”, “esemplare” tra l’umanità e Dio Creatore, caricandosi di tutta l’ingiustizia da riparare («si addosserà le loro iniquità»), per restituire all’umanità che lo accetta, ciò che essa ha perduto fin dall’inizio.

– La seconda lettura. Nella lettera agli Ebrei, l’autore raccomanda di non ripetere l’errore originario, ma al contrario, una volta compresa l’opera di «riparazione» che Cristo ha realizzato, non abbandonarlo in nessun modo. E lascia intendere che occorre avere sempre l’umiltà di ricorrervi, anche dopo il Battesimo, per attingere alla fonte della «riparazione» che restituisce la Grazia a coloro che, pentiti, si accostano alla Confessione («Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia prendere parte alle nostre debolezze»; «per ricevere misericordia e trovare grazia, così da essere aiutati al momento opportuno»).

Tutta la lettera agli Ebrei insiste sul ruolo (munus) di Cristo come «sacerdote», in quanto era il sacerdote colui che, fino dall’Antico Testamento, compiva i sacrifici. E di Cristo si dice che, a differenza di tutti i sacerdoti che lo hanno preceduto Egli è il «sommo sacerdote grande», quello definitivo che con un solo unico sacrificio ha compiuto la «riparazione» definitiva della “giustizia” tra l’umanità e Dio Creatore («un solo sacrificio per i peccati una volta per sempre», Eb 10,12). Tutte le nostre Messe, altro non sono che azioni, nel tempo, di vero di “raccordo” (“sacramentale”) con l’unico sacrificio salvifico di Cristo.

– Il Vangelo. Ecco perché nel Vangelo Gesù spiega ai suoi quello che ancora non hanno capito: che l’accesso alla gloria (alla “giustizia originale” restituita) non può che avvenire se non attraverso e in forza della «riparazione» che si compirà sulla Croce. Tutto il bene che l’umanità ha perduto, rifiutandolo, va recuperato e restituito in un gesto che lo rende sacro (“sacrificio”). E questa è la Croce che verrà trasformata in Risurrezione.

Per accedere alla gloria, coloro che la chiedono («Concedici di sedere, nella tua gloria»), potranno averla solo passando attraverso la Croce di Cristo («Il calice che io bevo, anche voi lo berrete»), come frutto dei Suoi meriti.

Il giudizio finale e l’assegnazione del “posto” nella partecipazione alla Gloria di Dio, sarà conosciuto e assegnato solo alla fine («è per coloro per i quali è stato preparato»).

La parte finale del Vangelo di oggi, riprende ancora la questione di fondo che è il dato di fatto che la missione del Salvatore, non è tanto quella della rivendicazione politica di una giustizia solo tra gli uomini, che da soli non riescono a realizzare mai stabilmente. Ma è quella del ristabilimento («riparazione») della giustizia tra l’umanità e Dio Creatore, unico fondamento anche della giustizia tra gli uomini.

Gesù parla, con un’immagine terribilmente forte, addirittura di riscatto («dare la propria vita in riscatto per molti»). Come se l’umanità fosse stata rapita (dal demonio) e occorresse pagare un riscatto (quasi qoddam pretium, san Tommaso, Summa Theol., III, q. 48 a. 4 co) per liberarla. Un riscatto che, infine, viene tolto al rapitore e restituito al legittimo Signore, a Dio, al quale l’umanità, complice del rapitore, era stata sottratta.

Questo è il “servizio” che Cristo ha reso all’umanità («il Figlio dell’uomo, infatti, non è venuto per farsi servire, ma per servire»). Il “servizio”, parola di cui tanto si abusa nel linguaggio ecclesial-pastorale, non può essere una sorta di titolo di vanto personale, ma è autentico, in tanto in quanto è offerto a Cristo: «Chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore», perché è a Lui che si vuole essere utili ed è Lui che deve emergere dal nostro gesto («Bisogna che Lui cresca e io diminuisca», Gv 3,30).

Maria, la Madre di Dio, ci ha anticipato esemplarmente in questa modalità del “servizio”, motivato solo dalla libera scelta di “essere utili” a Cristo, essendo stata indispensabilmente “utile” all’Incarnazione del Verbo: «Eccomi, sono la serva del Signore» (Lc 1,38).

A lei ci affidiamo e consacriamo perché anche il nostro “servizio” sia utile al Signore Gesù Cristo, per essere, di conseguenza, veramente utile a noi.

 

Bologna, 17 ottobre 2021

 

Alberto Strumia, sacerdote, teologo, già docente ordinario di fisica-matematica presso le università di Bologna e Bari. E’ direttore del sito albertostrumia.it

 

 

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