Kramskoy, Cristo nel deserto (particolare)
Kramskoy, Cristo nel deserto (particolare)

 

 

di Anima Misteriosa

 

Quando dico il Santo Rosario e medito sul primo mistero doloroso, quello sulla preghiera di Gesù nell’Orto degli Ulivi, l’immagine più vivida che sale alla mia memoria è quella di un quadro ottocentesco, magnifica opera di un pittore russo dedicata però ai quaranta giorni nel deserto: Cristo nel deserto, di Ivan Kramskoj (1872). Gesù vi è ritratto su di uno sfondo roccioso, simile ai paesaggi desertici limitrofi al Mar Morto; prega, seduto con le mani incrociate tra le ginocchia, il capo un po’ chino, i capelli riarsi dall’aria bruciante del deserto, il viso emaciato dal lungo digiuno, ma forse ancora di più dalla lotta contro il Maligno. Anche se il quadro si riferisce all’episodio iniziale della missione di Gesù, tuttavia mi viene spontaneo collegare questo volto consumato di Cristo anche a quello finale di essa, proprio la preghiera nel Getsemani: del resto, Luca osserva al termine del brano sulle tentazioni: Dopo aver esaurito ogni specie di tentazione, il diavolo si allontanò da lui per ritornare al tempo fissato, sottinteso il momento della Passione (cfr. Luca 4,13). Il collegamento tra i due momenti più drammatici della vita di Gesù, quelli in cui la lotta contro il diavolo si fa più esplicita, è perciò già evangelico. Però, lo stato di sfinimento che traspare da questa tela si adegua perfettamente anche all’“agonia” (cioè la “lotta”, specie nel momento supremo prima della morte) che il Cristo ha sperimentato nell’Orto degli Ulivi, quando si è ritrovato da solo, abbandonato dai suoi, a far fronte alla massa immane del male commesso o che sarebbe stato commesso sulla Terra.

Nel suo bellissimo libro sulla Passione afferma papa Benedetto XVI:

Proprio perché è il Figlio, Egli vede con estrema chiarezza l’intera marea sporca del male, tutto il potere della menzogna e della superbia, tutta l’astuzia e l’atrocità del male, che si mette la maschera della vita e serve continuamente la distruzione dell’essere, la deturpazione e l’annientamento della vita. Proprio perché è il Figlio, Egli sente profondamente l’orrore, tutta la sporcizia e la perfidia che deve bere in quel calice a Lui destinato: tutto il potere del male e della morte. Tutto questo Egli deve accogliere dentro di sé, affinché in Lui sia privato di ogni potere e superato[1].

E’ tutt’altro che un esercizio accademico riflettere un attimo sulla quantità di male e di peccato che si trovava in quella “marea sporca” dalla quale Gesù fu pressoché sommerso la notte del Venerdì Santo: per esempio, le guerre – pensiamo che solo la I Guerra Mondiale ha provocato una ventina di milioni di vittime, mentre per la II arriveremmo quasi a 60 – gli aborti – anni fa ho calcolato mentalmente il numero di aborti degli ultimi decenni: considerato che un paese come la Cina, da sola, ne annoverava circa 300 milioni, si arrivava al miliardo circa, e senza prendere in considerazione le vittime delle varie pillole del giorno dopo e simili – i totalitarismi, come il comunismo – il Libro nero del comunismo annoverava circa 200 milioni di vittime – e poi i crimini, i peccati familiari, che sono legione, le ingiustizie commesse dai potenti, anche quelle enormi in ogni epoca, le menzogne, le invidie, le forme di egoismo più varie…

Ringraziamo Dio – alla lettera – che è Dio Lui e non uno di noi – o uno qualsiasi dei tanti dei pagani dell’antichità e non solo – perché sennò chiunque altro sarebbe tentato fortemente di finirla con il genere umano molto, ma molto prima e in maniera decisamente più spiccia, a suon di fulmini e saette. Anche perché, in quella marea sporca sono compresi anche i nostri peccati, come quelli che ho confessato stamattina in cattedrale.

Quando rivedo il volto di Cristo nel deserto di Kramskoj, mi pare di vedere come doveva essere Gesù quella notte nel Getsemani: solo, affranto, distrutto, consumato da una lotta acerrima e all’ultimo sangue. Allora, mi viene il desiderio di stargli vicino e di cercare, almeno un po’, di confortarlo e di alleviare il suo peso immane. La Pasqua è la festa del perdono, della riconciliazione, della resurrezione: perché essa sia genuinamente questo, c’è però bisogno anche e soprattutto di riparazione. Santa Margherita Maria Alacoque aveva appreso dal Sacro Cuore l’ora santa di preghiera riparatrice per la notte tra il giovedì e il venerdì. La misericordite di cui parlava un affezionato lettore in una risposta al mio ultimo articolo sul Purgatorio[2] –  una risposta che ho gradito e apprezzato molto e per cui colgo l’occasione di ringraziare – è una patologia della Chiesa di questi ultimi decenni anche e soprattutto perché non prevede la riparazione: è solo un colpo di spugna. E’ un’offesa tremenda nei confronti delle vittime innocenti del male, perché le dimentica e calpesta; ma soprattutto è una vera e propria bestemmia nei confronti di Chi ha preso letteralmente su di sé tutto il male che noi abbiamo commesso per liberarcene.

Le piaghe del Cristo, le ferite della sua crocifissione non sono scomparse dopo la resurrezione: come molti veggenti hanno avuto occasione di vedere, sono vive e sanguinanti ancora oggi. Il dolore inferto dal male può cicatrizzarsi, può essere sanato, ma la traccia rimane, pur se trasfigurata dalla resurrezione – come avviene per le crepe dei vasi giapponesi rinsaldati con l’oro, secondo l’arte antica del kintsugi, e che diventano perciò tanto più preziosi, quanto più si infransero. Ma i colpi di spugna non sono possibili. Sarebbero un’immane ingiustizia e una negazione della verità; la verità che è giusto salvaguardare a fronte del male e della sofferenza che esso comporta, pure nelle realtà minime; come ricordava Montale:

Ma nulla paga il pianto del bambino

A cui fugge il pallone tra le case[3].

Ecco perché si impone la riparazione. D’altronde, il primo a insegnarci la via della riparazione è proprio Lui. Non so se sia teologicamente corretto, ma amo pensare così: quando soffriamo, molto spesso siamo tentati di prendercela proprio con Dio (che non ha colpa); anzi, succede spesso, troppo spesso che ce la prendiamo con Lui. Eppure, Lui ci prende molto sul serio: così, sconta su di sé le conseguenze della libertà che ci ha lasciati; accetta di soffrire la pena per il male che noi commettiamo, come se fosse “responsabilità” sua se nel mondo la libertà di scegliere il male richiede un prezzo così alto. Noi Lo accusiamo “è colpa tua”: e Lui se la prende addosso sul serio, assumendo su di sé tutta la “marea sporca” di cui parlavo. L’atto di riparare il male col bene, per amore, lo ha iniziato Lui. A noi spetta di rimanergli vicino e aiutarlo, per bonificare il più possibile la vita che ci circonda, come Dio fa con le acque che escono dal suo santuario:

Queste acque escono di nuovo nella regione orientale, scendono nell’Araba ed entrano nel mare: sboccate in mare, ne risanano le acque. 9Ogni essere vivente che si muove dovunque arriva il fiume, vivrà: il pesce vi sarà abbondantissimo, perché quelle acque dove giungono, risanano e là dove giungerà il torrente tutto rivivrà. 12Lungo il fiume, su una riva e sull’altra, crescerà ogni sorta di alberi da frutto, le cui fronde non appassiranno: i loro frutti non cesseranno e ogni mese matureranno, perché le loro acque sgorgano dal santuario. I loro frutti serviranno come cibo e le foglie come medicina (Ezechiele, 47,7-12).

 

Note:

[1] Cfr. Joseph Ratzinger – Benedetto XVI, Gesù di Nazaret. Dall’ingresso a Gerusalemme fino alla risurrezione, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2011, cit.p.175.

[2] Cfr. https://www.sabinopaciolla.com/sonda-negli-abissi-del-purgatorio-anime-perse-in-un-destino-giusto-e-misericordioso/

[3] Cfr. Felicità raggiunta, si cammina, in Ossi di seppia, compreso in Montale. Tutte le poesie, Grandi Classici Oscar Mondadori, Milano, A.Mondadori, 1990, cit.p.40.

 


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