di Pierluigi Pavone

 

Il Cristo dei Vangeli, il Cristo della dottrina bimillenaria della Chiesa è il Cristo che compie Legge e Profeti, è il Cristo che prende sulle spalle la pecorella perduta, è Colui che dice “Non vi conosco” alle 5 vergini senza olio (cioè senza Grazia né opere). È Dio che ci ha amati quando eravamo ancora nella colpa: infatti è morto per pagare il debito antico e ha operato la redenzione senza che noi avessimo diritto, merito e opere. Quelle della Legge mosaica non erano sufficienti per soddisfare la Giustizia di Dio, perché la colpa commessa contro Dio era infinita. Possibile da espiare solo da Dio. Lo stesso Mosè fu tratto dagli inferi, dopo il venerdì santo! Infatti Cristo sulla Croce diviene per noi Sacerdote e Vittima sacrificale. Per Misericordia.

Ma da quella unica e definitiva opera di Misericordia segue l’esigenza necessaria e determinante delle opere della Grazia. Perché l’opera di redenzione non è una anarchia anonima e impersonale. Dio non ci salverà senza di noi, come diceva sant’Agostino: cioè senza le opere che il Vangelo indica, che la Grazia ci rende capaci di compiere. A patto che noi odiamo il peccato e rinneghiamo noi stessi: teorie su Cristo come quelle di Pietro, secondo cui non doveva andare a Gerusalemme a morire; miti di un Gesù comunista rivoluzionario; suggestioni di un fantasma della fede esperienziale senza fondamento storico e razionale; proiezioni di uno spirito sincretista al passo con i tempi e la mentalità del mondo. Vale a dire, a patto di “non” restare noi stessi.

Perché, come siamo? Siamo non come dovremmo essere. Fino a prova contraria, non abbiamo la Grazia Santificante. Non abbiamo i doni preternaturali che ci garantiscono l’integrità nelle nostre facoltà e nel loro uso. Non abbiamo una ragione sempre retta, né una libertà se non indebolita. La stessa coscienza è spesso un abisso contraddittorio, e il cuore un covo di marciume e iniquità (anche se per ipocrisia proviamo a pulire la parte esterna del bicchiere – Mt 23). Siamo in una valle di lacrime a soffrire e morire. Nessuno è innocente. Perché il più puro che muore, muore nella colpa del peccato originale. Siamo senza fede e senza opere.

In questo senso, essere buoni amici, raccogliere i fiori, ammirare il tramonto, lasciarci impietosire per le ingiustizie sociali non aggiunge o toglie nulla alla nostra condizione essenziale. Inefficace, contraddittorio e assurdo sarebbe nullificarci in una mistica, che ci isola dal mondo e dagli altri. E a nulla servirebbe neppure il guardarsi dentro e maieuticamente illudersi di estrarre il bene. Probabilmente uscirà veleno e pensieri impuri in tutti i sensi.

Esiste una sola persona che deve restare proprio così come è: Maria.

Tutti gli altri hanno bisogno di essere riscattati, esorcizzati, liberati. In una parola: ricevere il Battesimo. La prova contraria, possibile solo alla luce della Passione e della Resurrezione del Signore. E dopo il battesimo, restare senza peccato, confessarsi se commesso, attingere ai Sacramenti, compiere opere meritevoli del Paradiso, nel giorno del Giudizio. Perché quando lo sposo arriverà – e senza preavviso di giorno o ora – chiamerà e non attenderà più nessun tempo di pentimento o comprensione. Colui che ci ha riscattati per misericordia, quando eravamo ancora peccatori, è lo stesso Cristo che ci condannerà – se il talento della fede e delle opere è stato sotterrato e senza frutto – al pianto e stridore di denti nel fuoco infernale, preparato per Satana e i suoi. “Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni» (Mt 16, 27).

Perché proprio la Croce separa l’insufficienza delle opere umane in generale o anche mosaiche dalla fede e dalle opere che la Grazia esige. Così infatti chiariva Benedetto XVI in una udienza del mercoledì, nel 2008 (leggi qui).Tanto che Giacomo (Gc 2) può affermare – coerentemente con Paolo (che parla delle opere della Legge di Mosè in Rm 4 o Gal 2) – che senza le opere, la fede è morta. Così come noi siamo morti. E sarà anche peggio dopo la morte fisica e il Giudizio. Né Giacomo, né Paolo, né alcun cattolico può credere in una anarchia spirituale che abolisce ogni legge. Meno che mai quella di Cristo che è ancora più esigente e radicale di quella di Mosè (Mt 5: fu detto agli antichi… ma IO vi dico…). Coloro, infatti, che aboliscono la legge del Vangelo e il Giudizio di Cristo sono i nuovi gnostici che oppongono – con la retorica del fariseismo – misericordia a giustizia; spirito a legge; anarchia (dottrinale e morale) a integrità e fedeltà.

Ecco perché il beato Fulton J. Sheen – in “La Pace dell’Anima” – scriveva: “Dio ci ama non per quello che siamo, ma per quello che possiamo essere attraverso la Sua Grazia.”

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