crisi economica fallimento

 

 

di Silvio Sposito

 

Si era nel 1953 quando Ernst Junger pubblicò “Il nodo di Gordio”, il breve ma denso saggio in cui analizzava il rapporto di amore/odio – di antica origine – tra Occidente e Oriente. È inutile ricordare come Alessandro Magno scioglie l’inestricabile Nodo di Gordio con un semplice colpo di spada e afferma così il suo potere su Oriente e Occidente. Carl Schmitt nel 1955 replicherà con le sue note sulla “Struttura storica dell’attuale contrapposizione planetaria tra Oriente e Occidente”.

Junger pone subito in evidenza la rilevanza archetipica di questo contrasto: l’Occidente è il regno della libertà e del libero arbitrio, mentre in Oriente dominano autocrazia e dispotismo, pur considerando i numerosi esempi di tiranni e monarchi assoluti occidentali o – per dire – la teocrazia cattolica. In occidente, infatti, alcuni spazi di libertà sembrano sempre persistere, pronti a riemergere e fruttificare alla prima occasione, mentre opposta sembra essere la disposizione in Oriente.

Schmitt invece interpreta più realisticamente il confronto come una lotta tra potenze “terrestri” – prima la Germania nel primo e secondo conflitto mondiale, poi la Russia, o meglio l’URSS nell’ultimo dopoguerra – e “marittime” (GB e USA). In quest’ultimo caso, ovvero la cosiddetta “guerra fredda”, l’Europa sarebbe naturalmente chiamata a fungere da mediatrice, da centro di gravità in grado di riportare l’ago della bilancia verso il compromesso e la Pace. Sarebbe? Potrebbe? Dovrebbe?

Tornando al passato vediamo così – secondo Junger – le città greche insorgere contro il Re dei Re; ecco il mito di Leonida e dei Trecento che alle Termopili frenano eroicamente le orde persiane. E quando i Romani costituiscono un grande impero mediterraneo che va dalle colonne d’Ercole al Mar Caspio e a Babilonia, ecco giungere Costantino il Grande a ristabilire un confine, quasi più ideale che concreto, che porterà inevitabilmente i due mondi a evolvere separatamente: da una parte i futuri regni romano-barbarici, dall’altra l’Impero teocratico del basileus cristianissimo, antecedente e genitore degli Zar della Terza Roma.

Così gli incontri/scontri tra Occidente e Oriente si susseguono apparentemente senza fine nella storia; a volte l’occidente si spinge a oriente come con Alessandro Magno, mirando a una problematica fusione e assimilazione, fino a subirne in realtà la profonda influenza, come pure avverrà in seguito a Marco Antonio nei confronti dell’Egitto di Cleopatra; oppure quando alle conquiste di Traiano, che riesce a pervenire sulle sponde dell’oceano indiano, faranno seguito secoli di lotte con Parti e Sassanidi. Altre volte l’oriente si rovescia in occidente provando a espugnare l’ostinata resistenza di quella estrema propaggine occidentale e piccola penisola dell’Asia detta Europa; ed ecco arrivare Goti, Unni, Alani, Avari, e poi Ungari, Arabi, Mongoli, Turchi, Tartari. Questi ultimi non potendo non richiamare alla mente la Fortezza Bastiani del tenente Drogo nell’immaginifico Deserto dei Tartari di Dino Buzzati.

Giungiamo così ai nostri più recenti tempi con la cruda aggressione germanica al cuore dell’impero sovietico e la robusta reazione orientale con la soggezione di buona parte dell’Europa orientale, la nascita della “guerra fredda” e il mito dei cosacchi che abbeverano gli affaticati cavalli alle fontane di Piazza San Pietro.

Tutti noi conosciamo gli ultimi – ultimi? – episodi di questa storia infinita: la caduta, improvvisa e imprevista, del muro di Berlino, la (auto) dissoluzione dell’URSS, il trionfo del (neo) liberismo con la (molto) ipotetica “fine della storia”; quindi la rinascita della Russia dalle proprie ceneri e l’attuale nuova contrapposizione occidente/oriente sul terreno (e sulla popolazione) della sventurata Ucraina.

A questo punto sembra facile, e del tutto naturale, applicare per l’ennesima volta a questi ultimi eventi la ben nota etichetta: il mondo della libertà, della democrazia e dell’autodeterminazione dei popoli che si contrappone al dispotismo e all’autocrazia orientali, perfettamente incarnati nel Presidente “eterno” Vladimir Putin. Questo recita incessantemente la vulgata (propaganda?) occidentale, e questa sembra essere la risposta più semplice e indiscutibile alla domanda: che cosa sta avvenendo?

Accade però – qui e ora – qualcosa di insolito e inedito: all’interno dello stesso mondo occidentale si levano (osano levarsi) voci critiche – anche molto critiche – verso l’interpretazione automatica di cui sopra; abbiamo così le analisi del prof. Alessandro Orsini o della giornalista e poetessa Lidia Sella o della (ex) ambasciatrice Elena Basile. Ma si leva anche, sottile ma penetrante, la voce di Giorgio Agamben, il quale dalle pagine di Quodlibet, rilanciate da Sabino Paciolla sul suo Blog, invia un preciso monito al nostro “Occidente”: prima di scagliarsi anima e corpo contro il mostro orientale si fermi un attimo il suddetto “Occidente” a riflettere sulla propria debolezza interiore, sul crollo e il vero e proprio tradimento di quegli stessi valori che esso continua ad affermare ad alta voce, proclamando – con somma ipocrisia – di volerli difendere e diffondere nell’universo mondo, nel momento stesso in cui – ambiguamente – li soffoca e li tradisce per sostituirli di fatto con un nichilismo distruttivo e autodistruttivo. Ed è proprio da questo vuoto immane, da questa catastrofe interiore che nasce e si sviluppa la proiezione verso un nemico esterno creato (o ricreato) ad arte, ottimo alibi per nascondere, e continuare a non affrontare, le proprie magagne interiori; si veda anche, a questo proposito, il recentissimo “L’Occidente e il Nemico Permanente” di Elena Basile.

Esattamente come a livello individuale, giunge il tempo (e questo lo è) in cui si rende assolutamente necessaria un’autoanalisi – e un’autocritica – a livello collettivo, proprio ciò che le attuali Élite europee non hanno alcuna intenzione di fare.

Come si può affermare di voler difendere i sacri principi di democrazia e libertà quando si opera attivamente per conculcare la libertà di pensiero ed espressione, apparentemente promuovendola ma di fatto comprimendola e negandola con provvedimenti di chiara ed esplicita censura (chiamiamo le cose con i loro veri nomi) delle opinioni dissidenti? Quando si afferma apertamente di voler “controllare”, dopo la maggior parte dei quotidiani, riviste e canali televisivi, anche il Web che era nato per facilitare e amplificare la libertà di espressione?

Il recente e impressionante discorso di Ursula von der Leyen sulla necessità di “vaccinare” l’informazione è quanto mai significativo, anche nei suoi richiami medico-pseudoscientifici, ed esplicativo del suo parlare – come acutamente osservato da Lidia Sella – con lingua biforcuta: il detto assai pregnante degli indigeni americani che fa esplicito riferimento al serpente e alla doppiezza.

Non viene in mente a questi sinistri personaggi che il modo corretto di fare informazione sarebbe quello di lasciar circolare le idee (qualsiasi idea) per poi eventualmente contestarne dialetticamente validità e fondatezza, magari tramite un confronto aperto, trasparente e non condizionato da pregiudizi o – peggio – da conflitti di interesse?

Prosegue invece l’arroganza scientista e la supponenza intellettuale messa ampiamente in mostra durante l’emergenza pandemica e mai del tutto cessata. E prosegue altresì la messa in mora (e in cantina) dei sacri principi di cui ci si ammanta, minando così alle basi le fondamenta stesse delle nostre istituzioni democratiche. Le conseguenze di tutto ciò non possono che essere esiziali, come purtroppo stiamo osservando.

La Storia – che dovrebbe essere, ma troppo spesso non è, “magistra vitae” – ci insegna come il grande Impero Romano d’Occidente non sia caduto per una battaglia persa contro un crudele nemico esterno: l’ultima grande battaglia campale perduta, in cui lo stesso imperatore d’Oriente Valente cade in battaglia, è quella di Adrianopoli contro i Goti nel 378 D.C.; poco meno di 100 anni prima del 476 D.C. – data molto convenzionale di caduta dell’impero occidentale. Mentre l’ultima grande battaglia contro i “barbari orientali” fu in realtà vinta (anche se si trattò di una vittoria incompleta), ovvero quella dei Campi Catalaunici nel 451 D.C. in cui una coalizione di Romani guidati da Ezio, insieme ai “barbari occidentali” Visigoti, Franchi, Sassoni e Burgundi, sconfisse gli Unni di Attila e i suoi alleati “barbari orientali” Ostrogoti, Rugi e Gepidi.

Le vere cause della Caduta dell’Impero occidentale furono in realtà prevalentemente interne, multiple e intrecciate tra loro. La società tardo-romana era in profonda crisi demografica, istituzionale – il problema mai davvero risolto dei meccanismi di successione al potere imperiale, con le relative lotte intestine e guerre civili – ma anche economica e valoriale. Il passaggio traumatico dal paganesimo al cristianesimo non era ancora stato del tutto assorbito e metabolizzato (e sul peso relativo di questo passaggio ancora si discute), ma molti altri fattori, tra cui l’imponderabile, certamente intervennero. Di fatto, come per i morbi letali del singolo individuo, quando le resistenze e le difese interne diminuiscono o crollano i fattori di aggressione esterni tendono a manifestarsi maggiormente e alla fine a prevalere.

Anche oggi – e più che mai – l’occidente si trova ad affrontare una gravissima crisi interiore, in primis valoriale e di significati, forse una crisi di civiltà. Ciò non può risolversi fabbricando nemici esterni più o meno aggressivi e incrementando ad arte odio, intolleranza e bellicismo, ma – al contrario – prendendo atto dei propri problemi interni, smettendo di nasconderli e negarli, e decidendo finalmente di affrontarli apertamente e tentare di risolverli, al tempo stesso tentando di risolvere le situazioni belliche improvvidamente favorite e alimentate.

Trattasi in verità di un problema di Idee portanti o Ideologie dominanti o Idee collettive, più o meno spontanee, ma più o meno costruite e alimentate ad arte dalle attuali Élite, che stanno trascinando l’Europa e l’occidente intero verso l’abisso – nella quasi totale inconsapevolezza della maggior parte della popolazione, irretita, ipnotizzata e plagiata da un bieco consumismo materialista e da una pervicace, pervadente e capillare propaganda, non valoriale ma piuttosto nichilista, distruttiva e autodistruttiva..

Se il cosiddetto “Occidente”, culturalmente inteso, vuole riprendere a progredire (in tutti i sensi, materiali ma anche e soprattutto spirituali) è assolutamente necessario invertire totalmente la rotta. L’alternativa – che Dio non voglia – potrebbe essere drammatica e molto oscura.

 


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