Dalle corsie di un ospedale, dalla prima linea della sala operatoria, dalla passione per la storia, una riflessione sul senso della malattia inviataci da un neurochirurgo.

 

“La fanciulla malata”, olio su tela, di Edvard Munch (1885-1886)

“La fanciulla malata”, olio su tela, di Edvard Munch (1885-1886)

 

 

di Giuseppe Talamonti

 

“In questi giorni ho letto la testimonianza di un missionario che cerca di dare conforto ai moribondi di un ospedale del terzo mondo. Raccontava che nessuno gli ha mai chiesto: “perché Dio mi ha fatto accadere tutto ciò?”, mentre tutti gli chiedono: “tornerai domani?”.

Penso che ognuno di noi, nel proprio intimo, almeno una volta nella vita, si sia chiesto: “perché Dio permette la sofferenza nel mondo?”

Il cardinale Ratzinger lo spiegò, senz’altro molto meglio di quanto non sappia fare io (qui il link).

Anche lo stesso Vangelo è molto chiaro in merito al perché della sofferenza nel mondo. Chiesero a Gesù, a proposito del cieco nato: “cosa avrà fatto di male costui, oppure i suoi genitori, perché Dio lo abbia punito così?”. Gesù rispose che né il cieco né i suoi genitori avevano peccato, ma che ciò che era accaduto faceva parte del disegno di Dio “affinché, in lui, possa manifestarsi la gloria del Padre mio” e difatti lo guarì. Magari l’abbiamo letto o ascoltato tante volte senza mai renderci conto dell’immensa svolta culturale che ha proposto il Cristianesimo.

L’uomo convive con la malattia fin da quando esiste. Prima di Gesù , per millenni, sciamani e stregoni avevano cercato di guarire le malattie scacciando i demoni che ne sarebbero stati responsabili. Persino i greci, di solito culturalmente smaliziati e relativamente laicisti, avevano a lungo considerato la malattia una sorta di dispetto o vendetta di qualche divinità invidiosa o dispettosa. Anche se furono i greci Alcmeone e Ippocrate a gettare le basi della medicina moderna, la loro “filosofia” rimase patrimonio di pochi ricchi ed eruditi e il concetto di malattia mandata dagli dei rimase invariato per secoli. A Sparta, solo i feriti di guerra avevano diritto di essere curati, mentre i malati, i gracili e i deformi, venivano abbandonati sul monte Taigeto. Soltanto quelli che si dimostravano capaci di sopravvivere da soli, avendo sconfitto la divinità avversa, potevano essere riammessi in società. Per i Romani della Repubblica, la malattia non andava curata. Catone il censore riteneva che la malattia, se non uccideva, fortificava il cives romanus. Si trattava dunque di una specie di selezione naturale che avrebbe forgiato il romano conquistatore del mondo.

In questo panorama di malattia animista e teocratica, spiccava per differenza la tradizione giudaica dell’antico testamento. Per essa, la malattia era iniziata quando l’uomo era stato cacciato dal paradiso terrestre. Non più demoni crudeli o divinità dispettose, ma sofferenza come espiazione del peccato. La malattia veniva intesa come punizione di una colpa e di conseguenza l’eventuale guarigione poteva essere ottenuta solo come perdono, dopo espiazione. E quando la malattia colpiva qualcuno palesemente innocente, per esempio un bimbo, la colpa non era sua ma degli antenati. Magari persino di Adamo ed Eva e del loro peccato originale. Era già un passo avanti se si pensa che, in molte culture, i malati gravi, in quanto invisi a demoni potenti, dovevano essere allontanati e abbandonati, se non direttamente uccisi per placare il demone  (ahimè, è storia recente come, mutati i contesti, alcuni sciamani contemporanei continuano ancora a chiedere sangue innocente sull’altare di un malinteso laicismo moderno).

Come dicevo, era già un passo avanti, ma la svolta definitiva arrivò con la rivoluzione cristiana. Nacque il concetto che non vi è colpa nella malattia. Essa accade perché è un avvenimento che fa parte del grande disegno di Dio. Probabilmente, su due piedi, l’uomo non è quasi mai in grado di comprendere il quadro generale voluto da Dio. Però la malattia, per i cristiani, rappresenta un’occasione per mostrare o trovare amore, fraternità, solidarietà e tanto altro. L’occasione per dimostrare la grandezza del Signore, magari in una maniera che non ci si aspetta e che non si sarebbe immaginata.

Qualche tempo fa, in Africa, un bambino con un’evidente malformazione cranica fu abbandonato in una chiesa. Il frate missionario che lo accolse dovette tenerlo nascosto per qualche anno perché, chiunque lo incontrava, pensando fosse portatore di qualche demone, cercava di ucciderlo a bastonate. Nonostante tutto il bimbo sopravvisse. Quale poteva essere il disegno di Dio nei riguardi di questa creatura?

Grazie ad un’organizzazione umanitaria, il bimbo riuscì a venire in Italia, dove fu sottoposto ad alcuni interventi chirurgici e nel giro di sei mesi guarì. Nel frattempo, una famiglia italiana l’aveva avuto in affido e l’avrebbe volentieri adottato in via definitiva.

Il frate missionario dall’Africa si oppose strenuamente all’adozione italiana, pretendendo che il bimbo tornasse al suo paese. Quando gli fu chiesto “non è meglio per questa creatura restare in Italia, in una famiglia che lo ama, piuttosto che tornare in Africa, dove sarà comunque un trovatello?”, la risposta del frate fu la seguente:

Se questo bimbo tornerà in Africa, quelli che lo credevano portatore di un demone vedranno che Dio è più forte. Vedranno come Dio, attraverso la sua Chiesa, l’ha guarito. Il senso delle sofferenze che il bimbo ha patito è questo: attraverso lui si è manifestata la gloria del Signore e forse qualcuno, grazie a lui, si convertirà”.

Un missionario ragiona in maniera diversa da noi “borghesi d’occidente”. Tuttavia, riflettiamo un attimo e mi si perdoni il gioco di parole: non pensiamo che il senso della malattia acquisti finalmente un senso nella spiegazione del missionario?

 

Il dott. Giuseppe Talamonti è un neurochirurgo di un importante ospedale italiano, con specializzazione in neurochirurgia pediatrica, oncologica e vascolare. Si è formato professionalmente anche in alcune nazioni europee e statunitensi.

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