Il banner di Lightyear (particolare) - La Vera Storia di Buzz
Il banner di Lightyear (particolare) – La Vera Storia di Buzz

 

 

di Lucia Comelli

 

Il 9 gennaio 2023 alcuni genitori della scuola elementare di Ariccia (Roma), vengono avvisati dalla rappresentante di classe che la mattina del 18 i figli andranno al cinema a vedere il film “Lightyear – La vera storia di Buzz“. Visto che l’istituto non li aveva preventivamente informati sul contenuto della proiezione e sulle finalità del relativo progetto, né aveva richiesto loro l’autorizzazione prevista dalla normativa[1], i suddetti genitori chiedono ulteriori spiegazioni alle docenti di riferimento. Queste, tuttavia, non sono in grado di fornire altre indicazioni. Si rivolgono allora all’Associazione Non si tocca la Famiglia, che provvede ad inviare una lettera alla dirigente dell’Istituto Comprensivo “Vito Volterra” (di cui la scuola elementare fa parte) mettendo in luce le inadempienze dell’istituto e il carattere discutibile dell’iniziativa

Infatti, lo stesso Ptof della scuola (p. 22) riconosce che: «la famiglia, per diritto costituzionale, è titolare dell’educazione e dell’istruzione dei propri figli e ha il diritto/ dovere di condividere con la scuola l’impegno educativo attraverso la conoscenza dell’offerta formativa …».

Tanto più che, pur nella forma accattivante di un cartone animato, il film della Disney, spin-off della celebre saga animata “Toy Story” (1995-2019), tratta argomenti eticamente sensibili e delicati: come si evince dalle polemiche che ne hanno accompagnato l’uscita negli Usa. In realtà Alisha Hawthorne, amica e copilota di Buzz – che ha una relazione con un’altra donna – appare protagonista nel film di qualcosa di ben più rilevante di un bacio saffico. Buzz, infatti, la incontra in varie sequenze temporali che scandiscono numerose tappe: «il fidanzamento lesbico, l’atteso bacio, la felice unione e poi la venuta al mondo, presumibilmente attraverso un processo di fecondazione artificiale, d’una nuova creatura, che diventa ‘figlia’ della co-protagonista e di sua ‘moglie’». Una concatenazione di eventi «tesa a sdoganare quindi non solo l’amore lesbo, ma anche l’omogenitorialità, argomenti troppo complessi per essere proposti o meglio propinati a un pubblico di bambini»[2]. Temi complessi e, aggiungo io, molto discutibili: si tratta, infatti, di comportamenti inaccettabili per la coscienza morale di tante famiglie, specie straniere e, per quanto concerne il matrimonio omosessuale, inammissibili per il nostro stesso ordinamento costituzionale (sentenza 138/2010 della Corte costituzionale).

Mi chiedo, pertanto, in che modo portare gli alunni a tale proiezione si accordi con la conoscenza e il rispetto della nostra Costituzione, che è il cuore stesso del previsto insegnamento dell’Educazione Civica, e con la volontà espressa nel Ptof della scuola di integrare gli allievi stranieri. Tra i punti di forza dell’azione educativa e didattica dell’istituto vengono infatti citate l’inclusione, che la scuola afferma di perseguire promuovendo, tra le altre cose, il coinvolgimento della famiglia attraverso un progetto educativo condiviso e l’intercultura favorita attraverso il rispetto per le diversità e la capacità di integrarle come risorse e non come ostacoli (pagine 21-22 del Ptof). Si rende conto chi ha scritto o semplicemente approvato questo documento di quanto profondamente il tema della fluidità di genere, propagandata dal cartone, contrasti con il vissuto dei bambini e possa destabilizzarli? Un’ideologia tipicamente occidentale, quella del Gender, che viene usata per colonizzare altre culture[3], e comunque si trova a una distanza stellare, anche nelle nostre società, dai problemi della gente comune. Se nessun bambino dovrebbe essere coinvolto in tematiche erotiche superiori al livello di comprensione proprio della sua età, ritengo che l’omosessualità e l’eliminazione completa della figura paterna, sostituita da una fecondazione artificiale per le due donne, messe in scena dal cartone, siano tematiche particolarmente perturbanti per chi, tra i minori, proviene da contesti culturali più tradizionali di quello statunitense, dove la scelta omosessualista della Disney, comunque, ha suscitato furibonde polemiche (di recente la Florida ha escluso che nelle scuole si affrontino tematiche LGBTQIA+ prima della terza elementare[4]) e l’episcopato ha assegnato una tripla A allo spettacolo (lo ha cioè considerato adatto ad un pubblico adulto).  

La polemica ha raggiunto anche l’Italia: «La Disney sta usando i suoi cartoni per fare propaganda gender e LGBTQIA+ davanti a milioni di bambini in tutto il mondo, e questo è intollerabile» – ha dichiarato Jacopo Coghe, portavoce di Pro Vita & Famiglia Onlus. Infatti, la multinazionale statunitense: «organizza gay pride nei suoi parchi divertimento, adatta i gadget in chiave arcobaleno e inserisce nei cartoni sempre più scene e personaggi LGBTQIA+ … riteniamo che la Disney non sia più un’azienda amica delle famiglie, e invitiamo i genitori a difendere i loro figli dalle sue mire ideologiche». 

La martellante propaganda gender veicolata negli ultimi anni dai social e da tante iniziative scolastiche come questa spiega – a mio avviso – la contemporanea ed esponenziale crescita anche in Italia dei bambini e dei ragazzi che non si trovano a proprio agio con il sesso di appartenenza, ignorando che dubbi e incertezze sulla sessualità sono fisiologiche nell’età evolutiva e che nella stragrande maggioranza dei casi si risolvono spontaneamente nel tempo[5]. Invece, a causa di questi cattivi insegnamenti, tanti minori si convincono dolorosamente di essere nati nel corpo sbagliato – cosa che non ha alcun fondamento scientifico – e intraprendono un rischiosissimo percorso di riassegnazione sessuale[6], che la scuola stessa avvalla con iniziative come la Carriera Alias.

Concludo con una riflessione, a proposito dell’omogenitorialità e della teoria gender, della psicanalista e scrittrice francese Claude Halmos. Considerata una dei massimi esperti dei temi dell’infanzia, la studiosa ha sostenuto che: «I bambini hanno bisogno di genitori di sesso diverso per crescereignorando un secolo di ricerche i sostenitori dell’adozione si basano su un discorso basato sull’“amore”, concepito come l’alfa e l’omega di ciò che un bambino avrebbe bisogno», non importa se esso arrivi da un uomo e una donna, o da due donne. Ma queste affermazioni, ha continuato la psicanalista, «colpiscono per la loro mancanza di rigore» perché «un bambino è in fase di costruzione e, come per qualsiasi architettura, ci sono delle regole da seguire se si tratta di “stare in piedi”. Quindi, la differenza tra i sessi è un elemento essenziale della sua costruzione». Invece si vuole mettere il bambino «in un mondo dove “tutto” è possibile: dove gli uomini sono i “padri” e anche “mamme”, le donne “mamme” e anche “papà”. Un mondo magico, onnipotente, dove ciascuno armato con la sua bacchetta, può abolire i limiti», ma questo risulta essere «debilitante per i bambini». Essi costruiscono la propria personalità attraverso «un “legame” tra il corpo e la psiche, e i sostenitori dell’adozione si dimenticano sempre il corpo. Il mondo che descrivono è astratto e disincarnato[7]». In altre parole, non è il mondo reale.

 

 

Note:

[1] la Nota Ministeriale n. 19534 del 20-11-2018 precisa che: «la partecipazione a tutte le attività che non rientrano nel curricolo obbligatorio … è, per sua natura, facoltativa e prevede la richiesta del consenso dei genitori per gli studenti minorenni, o degli stessi se maggiorenni che, in caso di non accettazione, possono astenersi dalla frequenza e che al fine del consenso, è necessario che l’informazione alle famiglie sia esaustiva e tempestiva».

2 Dalla Disney la storia d’amore in salsa gender che convincerà tutti… grandi e piccini, 21 Giugno 2022, in www.puntofamiglia.net

[3] Come mostra il fatto che nel corso dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che si è tenuta alla fine dell’anno scorso a New York, i tentativi dei Paesi occidentali di introdurre l’ideologia ‘gender’ nei documenti e nell’attività dell’ONU sono stati respinti. Cfr. Robironza.Wordpress.com, 13 gennaio 2023.

[4] La legge Don’t Say Gay impedisce le discussioni sull’identità di genere e l’orientamento sessuale nelle classi scolastiche che vanno dalla materna fino alla terza elementare e richiede che qualsiasi discussione nelle classi successive sia appropriata all’età degli alunni fornendo ai genitori il potere di fare causa ai distretti scolastici per supposte violazioni della norma.

5 Cfr.  Manifesto internazionale dell’Osservatorio scientifico multidisciplinare La Petite Sirène. Il testo – che invito tutti a leggere e a sottoscrivere – denuncia la pressione su bambini e adolescenti della propaganda gender e i danni che provoca loro la medicalizzazione invasiva della transizione di genere: https://www.nonsitoccalafamiglia.org/appello-manifesto-europeo-contro-la-propaganda-gender/.

6 Cfr. Disforia di genere, la Spi scrive alla premier:” Preoccupati dall’uso di farmaci finalizzati ad arrestare lo sviluppo puberale”, www.huffingtonpost.it, 15 gennaio 2023

7 Cfr. Psicologi contro adozioni gay: ecco quanti sono, 27 marzo 2012, in www.uccronline

Come è andata a scuola?

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente le opinioni del responsabile di questo blog. Sono ben accolti la discussione qualificata e il dibattito amichevole.


 

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