Troisi

 

 

di Marco Lepore

 

Una scena esilarante, fra le tante, di “Non ci resta che piangere”, film girato nel lontano 1984 con Troisi e Benigni, è quella in cui un frate predicatore, dalla strada, grida a più riprese a Troisi affacciato ad un balcone: “Ricordati che devi morire!

Oggi ci ridiamo su, e probabilmente il frate in questione viene dai più giudicato uno scemo, o quantomeno come il reperto archeologico di un tempo arretrato e oscuro che oramai -grazie al cielo- è alle nostre spalle. La realtà, però, è tutt’altra e davvero, oggi, come è evidente per quanto sta accadendo con la cosiddetta pandemia di Covid-19, “non ci resta che piangere”!

È di questi ultimi giorni l’ennesima folle dichiarazione di un noto infettivologo che ha definito il vaccino uno “strumento di redenzione”, e a giudicare dalla forsennata corsa di tantissimi a vaccinarsi, ha proprio centrato il bersaglio. La salvezza pare essere proprio lì, sulla punta dell’ago, in un vaccino tutt’altro che sicuro, anzi a dir la verità piuttosto oscuro, poco testato (e da diversi medici e scienziati contestato), nonché potenzialmente dannoso quanto ad effetti a lungo termine, come dichiarato dalla stessa azienda produttrice. Ma cosa vuoi, pur di salvare la pelle non è il caso di andare tanto per il sottile! Sì, perché non dobbiamo e non vogliamo ricordarci che dobbiamo morire. Che in realtà sarebbe, come saggiamente ci ricordava il frate del film, la cosa più semplice e sensata. Non siamo preparati a morire, non vogliamo nemmeno che se ne parli. Non ci prepariamo più a morire perché non sappiamo più cosa sia la vita, perché abbiamo perso la cognizione e la speranza di un aldilà migliore e definitivo. E allora ci aggrappiamo con le unghie e con i denti a questa “aiuola che ci fa tanto feroci”, sfidando ogni ragionevolezza che consiglierebbe quantomeno prudenza, prima di iniettarsi in corpo sostanze sperimentali dagli effetti ignoti. Ma non abbiamo scelta, perché non siamo pronti a morire. Se lo fossimo, o almeno lo tenessimo presente come per quasi duemila anni ci ha insegnato la Chiesa, molte cose sarebbero diverse. Andrebbero come è accaduto in occasione di altre epidemie, anche molto più gravi: si usa giustamente prudenza per non ammalarsi; ci si cura con le medicine che sono disponibili e ci si prende cura gli uni degli altri, anche affrontando grandi rischi…; se si guarisce, bene, sennò si muore. Ma era nel conto. Ci si era preparati. Ci si era nutriti di Vita Eterna coi sacramenti, con una vita impregnata di preghiera e di consapevolezza della propria finitezza, ma nell’abbraccio di un Padre Eterno.

Abbiamo perso la fede. La reazione isterica, folle, del mondo intero, e in particolare dell’Occidente ex Cristiano, alla pandemia meno pericolosa della storia, è la logica e tristissima conseguenze della perdita della fede. Una vita tutta rivolta all’immanente, fino al punto di rinunciare a vivere pur di non morire. Ma si può vivere così? Se non tornano i frati predicatori nelle strade a ricordarci che dobbiamo morire, veramente non ci resterà che piangere…

 

 

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