pista cifrata

 

 

di Roberto Allieri

 

Soprattutto da piccolo mi sono cimentato spesso in un passatempo della Settimana Enigmistica. C’era una rubrica intitolata ‘la pista cifrata’ che invitava ad unire un certo numero di puntini per rivelare un disegno nascosto.

Anche gli adulti, particolarmente quando sono in vacanza, magari in spiaggia sotto un ombrellone, non disdegnano questo giochetto. Magari insulso, ma educativo per tutti: l’invito a scoprire un senso celato nelle cose dedicando del tempo per una ricerca è lo stimolo che la nostra esperienza quotidiana costantemente ci propone e che spesso snobbiamo. O perché abbiamo altro da fare o perché quel senso è già stato scoperto da altri e allora non vale la pena sforzarsi.

Finisce così che ci accodiamo al mainstream indossando la casacca, uguale per tutti, del conformista; e diventiamo come colui che, secondo una felice definizione di Giorgio Gaber, ‘è un uomo a tutto tondo che si muove senza consistenza. S’allena a scivolare dentro il mare della maggioranza. È un animale assai comune che vive di parole da conversazione. Di notte sogna e vengon fuori i sogni di altri sognatori. Il giorno esplode la sua festa che è stare in pace con il mondo e farsi largo galleggiando. Il conformista’.

 

Unire i puntini: un gioco stimolante e non difficile. L’attività preferita dai filosofi, ma anche da teologi, da manager, da scienziati, da politici o da artisti. Gente che pensa, insomma. Il che però non esclude nessuno dallo stesso compito: anche l’artigiano deve unire i suoi puntini per capire una tecnica e pure uno studente fa altrettanto per afferrare il senso di un testo complicato. E non può esserci qualcun altro che lo fa al posto loro. Altrimenti non si imparerebbe niente.

Il problema è che a volte, troppe volte, il compito di unire i puntini (e quindi di trovare correlazioni) viene assunto da professionisti che pretendono di gestirli facendoli vedere o meno al pubblico, a seconda di come gli garba. Sono influencer (tra cui artisti, cantanti e attori), giornalisti dei media generalisti, politici; oppure fact checker sedicenti tutori della corretta informazione e nemici della disinformazione.

Sono loro quelli che pretendono di decidere in quale gabbia e in che modo sia concesso alla libertà di informazione di muoversi. Dal libro ‘Le foche ammaestrate’ di Luigi Di Nuzio traggo questa calzante ed inquietante citazione dello scrittore Stephen King: ‘un tempo si diceva che la libertà di informazione fosse essenziale alla tenuta di una democrazia. Ora, all’opposto, la libertà di informazione è rappresentata come una minaccia esistenziale alla democrazia, tanto che il potere sta dispiegando risorse enormi per contrastarla’. Ecco spiegata la necessità di guardiani dell’informazione politicamente corretta.

Ma ormai molti stanno diventando sgamati: abbiamo imparato da tempo che, quando qualcuno si cuce addosso una patente di salvatore del mondo e paladino dei diritti, spesso è proprio per distogliere sospetti, perché quei diritti vuole calpestarli. E abbiamo imparato che la verità, ormai imbavagliata e mistificata, esige una tensione di ricerca e uno sforzo per poterla acquisire.

Paradossalmente, credo che a volte i migliori alleati per smascherare la manipolazione dell’informazione siano proprio le ‘foche ammaestrate’, cioè certi custodi dell’ortodossia che ci bombardano e controllano per imporre le linee guida volute dai manovratori. Spesso infatti sono talmente goffi da risultare patetici e ridicoli nel loro servilismo. Basterebbe quindi semplicemente citare e rilanciare a distanza di tempo quello che hanno detto e che magari cercano di far dimenticare. Come il famoso monito di Draghi ‘non ti vaccini, ti ammali, muori’ che tutti abbiamo imparato ad apprezzare.

Può quindi essere utile per smascherare e screditare il loro modus operandi, che richiama la tecnica del branco che si muove unito per azzannare una vittima o un bersaglio di caccia, visionare questo emblematico filmato del brillante giornalista Luca Marfè. È un’accorata denuncia dell’allineamento della stampa generalista, sempre pronta a prendere ordini e a rilanciare veline piovute dall’alto. La sprovvedutezza professionale di chi dirige l’informazione pubblica assume qui aspetti quasi comici nella loro paradossalità. In particolare, vi invito a seguire questo filmato di circa sei minuti (qui) tratto (al ventunesimo minuto) dalla puntata del 13 marzo scorso (qui) della rubrica settimanale ‘Usa e Getta’, pubblicata sul canale Byoblu.   

Ricapitolando questa vicenda nelle parole di Luca Marfé, la notiziona di cui parla, riportata da innumerevoli agenzie, testate giornalistiche e organi di stampa italiani che si sono accodati nel rispetto di presumibili ordini di scuderia, è tratta dalla rivelazione contenuta in un libro di quest’anno di un giornalista dell’emittente americana CNN. Essa riprende una frase (‘Hitler ha fatto anche cose buone’) contenuta in un altro libro del 2021, pubblicato da un giornalista del Wall Street Journal (anch’esso, al pari di CNN, in orbita Democratica). Il quale si rifà ad una frase del 2018 (e sono sei anni fa!) che Trump avrebbe forse pronunciato in un incontro privato. Frase presunta, di cui non esistono tracce né registrazioni, nell’era dei social e dei telefonini sempre pronti a captare tutto. Un’affermazione assurdamente messa in bocca a Trump senza alcuna prova tangibile, seccamente smentita più volte dall’interessato in questi ultimi sei anni, non solo nelle parole ma anche rivendicando nei fatti della sua vita la fierezza di essere un americano liberale e democratico (con la d minuscola, perché quando è maiuscola assume un significato contrario).

Appare ovvio quindi l’intento di distrarre l’opinione pubblica dai successi della campagna di Trump che fanno da contraltare alle imbarazzanti performance di Biden.

Questa bufala macroscopica è stranamente sfuggita ai solerti fact checker nostrani, così come sfuggirebbe (se fosse attiva) anche agli algoritmi dell’Intelligenza Artificiale, alla quale si vuole in futuro demandare il controllo della regolarità dell’informazione. E sì, perché l’Intelligenza Artificiale, che l’Unione Europea si sta premurando di regolamentare, è tutt’altro che neutra: è candidata a diventare la forma più sofisticata di controllo e repressione al servizio di chi comanda e imposta le sue linee guida.

 

Questo filmato di Luca Marfè non è un esempio isolato bensì paradigmatico di come vengano gestite e selezionate le notizie. Nel giornalismo di oggi troppo spesso il fatto in sé conta poco. Sia che accada o che sia inventato, viene ridotto ad uno strumento per persuadere e veicolare emozioni di pancia. Ciò che deve far presa è il carico emotivo.

I fatti sono puntini che si inventano o si ignorano. Essi sono come mattoncini Lego che, assemblati, danno luogo a (ri)costruzioni che possono essere assai diverse.

I puntini da collegare possono essere costituiti non solo da fatti ma anche da propositi, cioè fatti che potranno accadere. E anche qui bisogna stare attenti alle strumentalizzazioni.

Vediamo, in un altro esempio di attualità, questa sequenza di propositi:

  • Gualtieri, sindaco di Roma, vuole installare migliaia di telecamere per efficientare il controllo di strade e quartieri. Il suo piano di digitalizzazione prevede inoltre di coprire la Capitale con miriadi di antenne per diffondere la tecnologia 5G e rendere più performanti le telecomunicazioni (qui).
  • Gualtieri con queste installazioni di telecamere, in aggiunta alle 7000 esistenti, vorrebbe mettere in maggior sicurezza Roma e contrastare il degrado urbano, rendendola più moderna.
  • Gualtieri promuove entusiasticamente la pianificazione urbana di Roma secondo il modello di ‘città di quindici minuti’.
  • Gualtieri sposa l’ideologia green, della sostenibilità ambientale e del contenimento delle emissioni di CO2.

Ora, tutte queste cose stanno insieme secondo obiettivi molto vicini alle agende UE nonché alle agende del C40, la rete globale dei sindaci delle città ‘resilienti’ alla quale accenneremo più in là.

Ma al centro di questi progetti i cittadini che ruolo hanno? Sono cavie o destinatari di benefici, in termini di sicurezza e qualità della vita? La risposta sulla funzione e utilità dell’installazione di telecamere deriva dal modo di collegare i punti.

Se l’obiettivo fosse la maggior sicurezza contro la delinquenza crescente, allora perché non installare le telecamere dove c’è più bisogno, come nelle stazioni, nelle metropolitane, nei parchi e nei luoghi dove prolifera lo spaccio di droghe o la criminalità? Qui sì che sarebbero utili, purché favoriscano un pronto intervento delle forze dell’ordine ed un controllo di ciò che avviene. Ma le amministrazioni pubbliche romane si guardano bene dal presidiare zone ormai sfuggite al loro controllo.

Molto più facile (e redditizio, in termini di ritorni economici) posizionare le nuove telecamere per lo più sulle strade e prendere di mira particolarmente chi viaggia o chi si sposta. Sono forse loro, gli automobilisti, gli obiettivi da controllare, limitare e punire? E perché? Forse è così che l’Amministrazione romana si sta attrezzando per far rispettare obblighi di circolazione sempre più stringenti (vedi limiti di circolazione a 30 all’ora)?

Questo sarebbe un plausibile collegamento di puntini. Suffragato oltretutto da questo programma che si chiama C40. Un cartello che riunisce cento metropoli mondiali che si stanno organizzando come progetti pilota per un modello, da estendere in tutto il mondo, di ‘città di 15 minuti’. Sul sito citato di C40 si trovano tutti gli approfondimenti.

 

Ma se vogliamo ipotizzare un altro collegamento di puntini, potremmo dire che un ulteriore obiettivo di questi ‘esperti’ è ridurre o eliminare auto e spostamenti, sempre per l’ossessione di contenere le emissioni di CO2. E, di collegamento in collegamento, l’eliminazione del CO2 è infine strumentale al progressivo contenimento dell’umanità che spreca troppe risorse e minaccia il pianeta. Altro che benefici e benessere per le persone! Stanno preparando una gabbia asfissiante dove, oltre all’auto, anche la casa privata a norma diventerà un lusso che il cittadino difficilmente potrà permettersi.

Qualcuno ha definito le smart cities prigioni a cielo aperto. Al di là dei tanto decantati ambienti sostenibili, nei quali tutti i comforts sarebbero facilmente raggiungibili per il cittadino, gli urbanisti con l’occhio avanti dovrebbero guardare un po’ meglio a cosa sta succedendo in tante insostenibili metropoli di oggi. Ecco un interessante articolo (qui) che spiega come negli Stati Uniti la denigrazione della polizia, la desistenza nel combattere il crimine, la clemenza della magistratura per i delinquenti stanno svuotando interi quartieri e centri cittadini, ormai ridotti a zone franche. Che serve avere tutti i servizi e i luoghi di lavoro a pochi passi se poi anche la criminalità ti segue e ti raggiunge in pochi passi? Sarebbe su questo punto che bisognerebbe concentrare gli sforzi di sostenibilità.

Ma l’utopia non annette contraddizioni. E allora, avanti così, con la propaganda. Per chi ama vivere in un centro abitato dal quale non si può uscire, pieno di rapine a mano armata a negozi o uffici pubblici, di furti a domicilio, dove puoi circolare in un raggio di pochi chilometri solo a piedi oppure in bici e monopattino ma fino a trenta all’ora, dove ogni parco o giardinetto pubblico è lottizzato e gestito da gentili tossicomani sempre pronti a offrirti i loro servizi e a mostrarti i loro bivacchi con i pittoreschi cumuli di rifiuti… insomma, per chi sa unire tutti questi puntini apprezzando queste belle opportunità, le smart cities del futuro saranno un vero paradiso!

Certo, per sopravvivere in questi ‘paradisi’ occorrerà essere molto resilienti. Sappiamo che i nostri politici che tracciano le strategie del futuro stravedono per la resilienza, tanto che hanno confezionato un costosissimo piano, il P.N.R.R. ovvero Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Un programma di spese da effettuare affrettatamente (e quindi con molte insidie), pieno di vincoli e obblighi, per sostenere non quello di cui noi italiani abbiamo bisogno (sanità, infrastrutture, famiglia) ma quello che l’Europa pretende da noi. Soldi che non sono regalati poiché occorrerà restituire il prestito; salvo fondi perduti che saranno veramente perduti solo se nei futuri controlli che ci faranno non troveranno inadempienze.

Io però non condivido questo sacro entusiasmo per la resilienza. Principalmente perché la resilienza è qualcosa che si auspica per chi ha subito bastonate o batoste. E allora perché non contraccambiare il gentile pensiero, augurando di gustare tanta bella resilienza ai politici UE e a quelli nostrani che si accodano?

 


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