Da Karta Canta.

 

dottoressa Anna Rita Iannetti
dottoressa Anna Rita Iannetti

 

Il Tribunale amministrativo regionale del Friuli Venezia Giulia ha condannato il Ministero dell’Interno a risarcire le spese processuali alla dottoressa Anna Rita Iannetti e ha annullato il Daspo di 3 anni che le era stato ingiustamente inflitto dalla Prefettura di Pordenone un anno fa.

Una storia che ha dell’incredibile ma che si è conclusa con una giustizia che ha guardato, a quanto pare, ai fatti e non ai ruoli. La dottoressa Iannetti era stata colpita da un provvedimento di allontanamento per 3 anni dalla città di Pordenone per aver partecipato a una manifestazione a cui aveva preso parte come relatore per parlare di scienza e medicina.

Dopo un anno e un primo ricorso rigettato dal Prefetto, il Tar friulano nei giorni scorsi ha deciso che il Daspo inflitto sia a lei che a suo marito, difesi dagli avvocati Francesco Scifo Linda Corrias, fosse infondato come infondate erano le motivazioni su cui si basava. La dottoressa e il marito infatti erano stati accusati dalle forze dell’ordine di essere un «pericolo per la sicurezza, la tranquillità, e la sanità pubblica», ma il Tar , viste le motivazioni esposte dagli avvocati della ricorrente, ha deciso a suo favore sostenendo che «non v’è, infatti, alcuna traccia della “consolidata propensione alla commissione di reati”» come si legge negli atti in cui si parla anche del Daspo inflitto come «di misura che comporta una limitazione di libertà costituzionalmente tutelate».

Una storia dai contorni tanto assurdi quanto grotteschi che vede la dottoressa Anna Rita Iannetti ancora incredula. «In quel periodo sia io che mio marito avevamo contratto il covid – racconta la dottoressa – una volta ripresi e guariti ci siamo mossi verso Pordenone per onorare uno degli ultimi impegni presi. Mio marito era stato dimesso dall’ospedale senza che gli fosse stato fatto il tampone, ma ha deciso di accompagnarmi perché io ero ancora un poco affaticata dopo la malattia. Anche lui era già negativizzato dal virus, come abbiamo dimostrato effettuando il tampone proprio il giorno in cui ci è stata inflitta la sanzione, ma siamo stati ugualmente trattati come untori, tanto che dovremo affrontare anche un processo penale. Io mi sono adoperata una vita per curare le persone, per aiutare i malati e sono stata trattata come un pericolo sociale, solo perché mi sono permessa di dire la verità sulle cure e sul virus, in pubblico. Non ho parole per quanto è accaduto».

Intanto il Tar è stato chiaro «gli elementi sulla scorta dei quali il Questore ha ritenuto di poter emettere tale limitativa misura di ordine pubblico, peraltro di durata pari a quella massima edittale, non possono in alcun modo giustificarla. Il ricorso va, pertanto, accolto e, per l’effetto, annullati i provvedimenti prefettizio e questorile impugnati. Le spese di lite seguono la soccombenza e vengono liquidate a favore della ricorrente nella misura indicata in dispositivo. Ai sensi di legge, il Ministero intimato (all’epoca ancora con a capo Luciana Lamorgese ndr) sarà, inoltre, tenuto a rimborsare alla medesima (all’atto del passaggio in giudicato della sentenza), ai sensi dell’art. 13, comma 6 bis.1, del d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, come modificato dall’art. 21 della L. 4 agosto 2006, n. 248, il contributo unificato nella misura versata».

«A me non importa nulla dei soldi – chiosa la dottoressa Iannetti – ma il fatto che il Ministero sia stato condannato al pagamento delle spese legali vuol dire che le forze dell’ordine in quel caso avevano torto marcio. Sono felicissima di questa sentenza, penso ridia un senso alla parola giustizia perché i provvedimenti precedenti inflitti erano senza fondamento né medico, né scientifico, né giuridico».

 


 

 

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