Elezioni 2022 Salvini, Meloni, Conte e Letta
Elezioni 2022 Salvini, Meloni, Conte e Letta

 

 

di Mattia Spanò

 

Concludo il triduo di riflessioni sulle elezioni politiche. Il primo giorno abbiamo scritto sia delle cause del fallimento delle forze antisistema, sia soprattutto del quadro generale. Ieri mi sono occupato, con ironia, dell’unico partito italiano a vocazione maggioritaria, il Partito Democratico, descrivendo tare e tic che lo rendono popolare.

In un mondo globale, che il PD sia così alieno dagli interessi nazionali ha implicazioni enormi che vorrei esaminare più da vicino, e senza ironia.

PD a parte, in Italia esistono solo e soltanto partiti di opposizione. Il PD è quindi forzato dentro una vocazione maggioritaria (il “partito della nazione”), e non deve mostrarsi all’altezza perché non ha rivali.

Altri partiti possono governare per brevi periodi, ma sono geneticamente di opposizione. La fase berlusconiana (il “ventennio”) ha sancito questa vocazione maggioritaria del PD, baluardo politico e morale ad una destra moderata allo spritz, che infatti si è spappolata da sola.

Il PD, per quanto mutato, è l’evoluzione storica del PCI, poi PDS, poi DS, infine PD. Tutte le transizioni si sono svolte con un consenso più o meno ampio, in modo ordinato. Al di là di come la si pensi e come si guardino i democratici, di questo gli va dato atto.

Forza Italia e Movimento 5 Stelle nascono come movimenti reazionari alla “vecchia politica”. Entrambi sono connotati da una leadership forte, e da un’individuazione precisa, sul piano del marketing, del profilo dell’elettore: non ciò che è (la classe), ma ciò che spera di diventare (l’ascensore sociale). La parola d’ordine è: rottura.

Rupture che è una condanna a morte continuamente rinviata sino all’esecuzione: rompi oggi col passato, domani qualcuno romperà con te. La continuità – cosa diversa dalla coerenza: la prima evolve tenendo conto delle premesse che la seconda ignora – non è acqua sul vetro.

FdI è la gemmazione romana di Alleanza Nazionale, a sua volta prosecuzione dell’MSI. A parte il fatto che il percorso di adeguamento culturale è stato più travagliato, il retaggio storico diventa in questo caso un fardello. FdI, in fondo, è il nipotino (magari dolce e buonissimo) di quelli che non solo hanno perso la guerra, ma che hanno perso gli italiani.

Anche la Lega è una forza limitata, prima di tutto geograficamente. Ha bisogno per sopravvivere di un nemico facilmente individuabile e anonimo: i “terroni”, “Roma ladrona”, i “clandestini”. Un po’ poco. Quello che la tiene a galla è che a livello locale sono degli amministratori in genere molto capaci ed hanno, come la sinistra, un’estrazione popolare. Reggere il timone è altra cosa, soprattutto quando Roma ladrona diventj tu, e ti ritrovi a governare anche terroni e immigrati.

Altre formazioni – comprese quelle nuove – nascono da cascami e pii desideri dei fuoriusciti. Che si chiamino Calenda, Renzi, Paragone, Forciniti, Cabras o Cunial, poco conta.

La questione centrale è la vocazione maggioritaria.

La stagione del bipolarismo, dissolta nel paradosso dei governi color gialloverde, giallorosso e color draghi, aveva il tallone d’Achille della “coalizione”: un pasticcio equilontano sia dal bipartitismo americano, sia dal roccioso sistema germanico che ha tenuto in sella Frau Merkel un ventennio. Una coalizione si forma intorno a grumi di interessi a intensità variabile sotto il giogo delle circostanze, i partiti intorno a strutture culturali.

Il PD ha vocazione maggioritaria per due ragioni: ha pazientemente infiltrato la cultura e le amministrazioni di propri fedelissimi (gente inamovibile) in ruoli non apicali ma intermedi e bassi. Concretamente un amministratore eletto si trova a sbattere contro un esercito di benpensanti semi-benestanti, il che rende velleitario qualsiasi cambiamento almeno sino all’età della pensione degli esecutori.

Sottovalutare il potere della manovalanza è sempre un errore esiziale: ti possono rovinare, specie se sono rocciosamente consapevoli delle proprie prerogative.

La forte anima ideologica – il democratico sa sempre cosa pensare, cosa dire, che parte prendere – ha un indubbio vantaggio su un’impostazione razionale, per sua natura più esitante: consente la formazione dell’elettorato, azzerando il pensiero critico secondo direttrici precise: si dettano la “linea del partito” e le parole chiave in forma di premesse cieche (ad esempio, ognuno ha “uguali diritti”: falso). Il che genera automatismi e riduce il dissenso interno a un fatto cosmetico: la conoscenza viene costruita per derivazione, non per osservazione.

La seconda ragione è che difende dei “principi”, i quali coincidono per decreto con la “civiltà”. Mentre gli altri partiti devono misurarsi su problemi contingenti – quota 100, flat-tax, chiusura dei porti, reddito di cittadinanza etc. – il PD vola accanto alle aquile: diritti di qua, inclusione di là, accoglienza, difesa della democrazia dal pericolo fascista, anti-razzismo eccetera.

Puro wishful thinking, di cui però nessuno chiede conto. È difficile contestare qualcuno a proposito di “leggi universali” spacciate per la termodinamica o la gravità.

Soprattutto se sono positive: nessuno sano di mente pesterebbe un omosessuale o pugnalarebbe la moglie perché lui mangia le uova alla coque, non sode.

Il barbatrucco sta nel convincere le persone che la contrarietà alle unioni civili o un gesto di insofferenza coniugale sono violenze sullo stesso piano di quelle citate.

In genere, il PD usa delle formulazioni comprensibili da tutti e in fondo apprezzabili – “che belli i prati verdi, com’è azzurro il mare”.

Da queste però derivano conseguenze pratiche che loro maneggiano con disinvoltura, gli altri no: che belli i prati azzurri, com’è verde il mare, spostando l’attenzione sulle parole, non la coerenza del discorso.

Il PD ha cambiato più segretari di tutti gli altri concorrenti messi insieme. Ciò nonostante, per quanto discutibile, ha mantenuto un’identità precisa, corroborando un’idea cardine: in una democrazia interna teoricamente perfetta, il segretario è un mero notaio della maggioranza.

Le correnti possono anche essere un miliardo: se la questione è la sintesi, non importa che sia buona.

Se Berlusconi e Meloni perdessero la leadership, i rispettivi partiti molto probabilmente si estinguerebbero – a FI accadrà per un fatto fisiologico.

Qualcosa di molto simile accadrebbe in partiti più democratici come Lega e 5S, che infatti escono ridimensionati da cambi di leadership quasi sempre traumatici.

Salvini ha dissipato il risultato delle Europee – vasto e bugiardo – sbagliando clamorosamente il calcolo politico e aprendo le porte all’alleanza 5S-PD (poi asse del governo dei Migliori).

Se Salvini non avesse toppato le cose non sarebbero andate diversamente. La Lega ha perso il centro della scena, gettandosi nell’impossibilità politica di far valere alcunché.

Non fosse stato per il colpo di coda di Conte sul reddito di cittadinanza – sussidio che cancella ogni speranza di un piano industriale per il Sud e seppellisce forse per sempre la “questione meridionale” sollevata da Salvemini: gravissimo che lo Stato abbandoni un terzo del paese a se stesso – anche i 5S avrebbero visto il proprio consenso eroso a meno di un terzo, e non circa la metà poi uscita dalle urne.

La costante del “20%” – se prendono il 22% hanno stravinto, se prendono il 18% hanno perso malamente – è un altro punto di forza: l’elettorato premia la stabilità e la riconoscibilità. I mutamenti di pelle li lasciano agli altri, e anche questo è un pessimo segnale di salute democratica.

Sono queste caratteristiche a far sì che sia il PD, che vinca o che perda, a dettare l’agenda politica.

È un partito molto disciplinato con gli alleati di governo: in nessuna coalizione ha mai causato la caduta del governo (almeno apertamente). Sia che il primo ministro fosse espresso da loro, sia che non lo fosse.

Gli altri partiti invece sono costretti a polarizzare l’elettorato, che è un elettorato libero e razionale, non quello “missionario” del PD. Possono guadagnare moltissimo e perdere tutto nello spazio di un mese.

L’essere simpatizzante o iscritto al PD è percepito come un fatto naturale, il che ne sottolinea la cultura egemone. L’essere simpatizzante o iscritto ad altri partiti è molto meno ovvio.

Il PD, grazie soprattutto ad un’auto-narrazione ferma e coerente, è percepito come un partito “serio”: “serietà”, “siamo seri”, “le cose serie” è una sorta di mantra. Gli altri sono tollerati come arruffoni, estremisti, vagamente fascisti, populisti, sovranisti. Inaffidabili.

Da ultimo, il PD esprime benissimo un dato di fatto: la sovranità limitatissima dell’Italia. Goccia a goccia ha introdotto nella testa dei cittadini un’idea semplice – “questo si può fare, questo no” – che contraddice un principio elementare: uno Stato, al suo interno, può fate letteralmente qualsiasi cosa, nel bene e nel male.

Che l’Italia, forse unica nazione in Occidente, debba destreggiarsi in una rete di vincoli esterni (di bilancio, geopolitici, energetici, di altro genere) partorendo costantemente topolini o provvedimenti micidiali per il tessuto economico e sociale del paese, è la coperta corta che nasconde l’amara verità. Tuttavia, per spiacevole che sia, anche questo è un indizio della vocazione maggioritaria del PD: la capacità di far strozzare al popolo qualsiasi nefandezza, mentre agli avversari non si perdona nemmeno l’alito pesante.

Sino a che saranno espresse maggioranze alternative che si incardineranno come rendite di (op)posizione, al dunque incapaci di esprimere visioni, interventi e piani di governo realmente efficaci, non c’è via di uscita.

La “questione meridionale” posta da Salvemini rischia di diventare la “questione italiana”.

C’è bisogno di una nuova teoria politica che non sia semplicemente lo sfogo di urgenze momentanee (sono decenni che viviamo e agiamo in stato di perenne “emergenza”) ma il risultato di un equilibrio negoziale che non può più essere fondato sul rispetto dei “trattati”. I quali trattati prendono sempre più la forma di armistizi sottoscritti dalla parte sconfitta.

Un buon trattato deve rispettare la condizione minima per essere rispettato: mi deve permettere di campare, altrimenti decade de iure e de facto. Com’è noto, i morti non rispettano leggi e non pagano tasse, né perdono tempo a dibattere del sesso degli angeli.

Il partito che ambisse a recuperare questa vocazione maggioritaria ha purtroppo questo pesante retaggio da elaborare. Per cominciare dovrebbe tornare ad interrogarsi, come Gaetano Salvemini, non solo sul fondamento democratico, nazionale e riformista del Paese, ma su come questo fondamento si trasmette al resto della comunità nazionale, che include chiunque come membro attivo di una maggioranza o ad un’opposizione.

Se l’una delle due manca, o non recita la parte, è velleitario parlare di governo, democrazia e regole del gioco. Non a caso, tutte cose sfacciatamente tradite.

 


 

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